Una coperta ristretta e ora maledettamente corta: l’Europa del vino fa fronte comune, ma qualcuno rimarrà al freddo.
Noi dobbiamo darvi le notizie. Dobbiamo darle anche se sono ripetitive, anche solo per mostrare la stazionarietà del contesto.
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Invariabile non significa forzatamente immobile – questo è l’ultimo dei vari approfondimenti da noi dedicati recentemente al tema -, ma la condizione che oggi stiamo vivendo nel mondo del vino è tesa, soprattutto quando si trattano le realtà dai grandi numeri (quelle che hanno anche un maggior peso comunicativo) e soprattutto quando i nodi arrivano al pettine – leggasi: nuova vendemmia – .
Vi hanno mai raccontato di quei grandi letti di una volta, dove intere famiglie allargate dormivano insieme per scaldarsi? Bambini e anziani, smilzi o corpulenti, silenziosi e rumorosi, freddolosi o intolleranti al caldo: la coperta doveva essere condivisa per necessità e soggetta agli strattoni più inattesi.
Per noi è una delle similitudini più appropriate con il mondo del vino attuale e il suo complesso tessuto di sfide in cui le risposte locali non sembrano neppure più sufficienti per arginare la crisi di redditività.

Ipotizzato qualche anno fa, espresso e ribadito con decisione nei mesi scorsi, l’Unione Italiana Vini (UIV), è tornata sul concetto durante la sua annuale assemblea generale. Il presidente Lamberto Frescobaldi è stato perentorio e ha tracciato una linea netta tra la sopravvivenza economica del comparto e l’esigenza di interventi fattivi di gestione dell’offerta, ammonendo l’intera filiera sul pericolo dell’inerzia:
“Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione. Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l’iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera. Dobbiamo tutelare un comparto che vale l’1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante solo al saldo della bilancia commerciale (+7,2 miliardi di euro), ma alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio”.
Stock elevati e trappola declassamenti
I soloni diranno che lo immaginavano già, ma ciò non vuol dire non sorprendersi ancora davanti ai dati presentati dall’Osservatorio UIV e che mostrano una realtà, ancora una volta, preoccupante: nonostante tre vendemmie ridotte nel triennio tra il 2023 e il 2025, a maggio, le giacenze in cantina hanno superato i 53 milioni di ettolitri (+7,3% rispetto al maggio precedente).
Con i consumi in calo nella GDO nazionale (-2%) e un export mondiale che nel primo trimestre flette dell’8,3% in valore, le cantine sono costrette a ricorrere massicciamente ai declassamenti commerciali verso la categoria del vino comune pur di movimentare le giacenze. Questa strategia al ribasso ha inevitabilmente eroso i listini dello sfuso nei primi cinque mesi dell’anno (-6% per i Dop, -7% per gli Igp e -14,4% per i vini comuni, che fermano la quotazione a una media di 54 centesimi al litro).
Nell’assemblea di Roma, anche il segretario generale UIV, Paolo Castelletti, ha invocato un aggiornamento normativo immediato basato sulla programmazione produttiva in funzione dei mercati:
“È necessario aggiornare l’impianto normativo per regolamentare e razionalizzare il settore: la produzione va programmata in funzione del mercato. Abbiamo riscontrato che oggi una bottiglia su cinque viene declassata, ed è una pratica che rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi. Sotto il peso di un’offerta eccessiva si è già eroso più di mezzo miliardo di euro di valore potenziale annuo”. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv, ogni atto di cambio di registro porta infatti con sé una decurtazione sul valore iniziale, che per i vini Dop è equivalente a 364 milioni di euro (il 10%) e per gli Igp a 152 milioni (il 14%), per un totale generale di 516 milioni di euro in meno, pari all’11%.

Una coperta troppo corta
Anomalie del cambiamento climatico, frenata dei mercati internazionali, involuzione geopolitica globale, burocrazia asfissiante, costi produttivi in crescita e paventati tagli ai finanziamenti dell’UE: più che davanti a una scelta netta, a un bivio stradale, la sensazione è quella di trovarsi purtroppo di fronte a una serie di criticità a raggiera che stringono progressivamente il comparto, quella filiera che condivide il prodotto finale, ma che si presenta – comunque e quantunque – fortemente eterogenea.
È per questo che l’attuale scenario del settore vitivinicolo ci ricorda quei vecchi e grandi letti di una volta, dove intere famiglie allargate dormivano insieme per scaldarsi. Fino a quando le risorse e l’equilibrio hanno retto, lo spazio è bastato per tutti. Oggi, invece, i problemi arrivano da ogni angolo e la coperta viene strattonata con forza: se i produttori tirano da una parte per difendere i prezzi, scoprono i mercati storici; se le cantine declassano per svuotare gli stock, lasciano al freddo il valore della piramide qualitativa.
Il rischio concreto è che, a forza di tirare la coperta tra esigenze industriali, tutele d’origine e ristrettezze comunitarie, qualcuno finisca per rimanere completamente scoperto, oppure che più attori della filiera si ritrovino parzialmente esposti e costretti comunque a restare al freddo.

Il “Gruppo di contatto” trilaterale dei grandi
La consapevolezza delle difficoltà e di dover condividere le medesime difficoltà e risorse, ha spinto le principali sigle vitivinicole di Spagna, Francia e Italia a riunirsi qualche giorno fa Irouléguy, in Francia.
In occasione dell’incontro annuale del “Gruppo di contatto“, le principali associazioni dei tre grandi Paesi produttori hanno espresso una totale convergenza diagnostica e hanno indirizzato un manifesto politico comune ai rispettivi governi e alla Commissione Europea. La richiesta è stata chiara: il supporto al comparto deve rimanere una priorità assoluta per salvaguardare l’economia, l’ambiente e la coesione territoriale del continente.
Italia
- Alleanza delle cooperative agroalimentari italiane
- Assoenologi
- CIA (Agricoltori Italiani)
- Coldiretti
- Confagricoltura
- Copagri
- Federdoc
- Federvini
- FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti)
- UIV (Unione Italiana Vini)
Spagna
- AEVE (Asociación Empresarial Vinos de España)
- ASAJA (Asociación de Jóvenes Agricultores)
- CECRV (Conferencia Española de Consejos Reguladores Vitivinícolas)
- COAG (Coordinadora de Organizaciones de Agricultores y Ganaderos)
- Cooperativas Agro-alimentarias de España
- FEV (Federación Española del Vino)
- OIVE (Interprofesional del vino de España)
- UPA (Unión de Pequeños Agricultores y Ganaderos)
- Unión de Uniones de Agricultores y Ganaderos
Francia
- CNAOC (Confédération Nat. des Producteurs de Vins et Eaux-de-vie d’AOC)
- CNIV (Comité National des Interprofessions des Vins à AO et à IG)
- FNSEA – Commission Viticole (Fédération Nationale des Syndicats d’Exploitants Agricoles)
- La Coopération agricole – Vignerons coopérateurs de France (VCF)
- UMVIN (Union des Maisons de Vin)
- VIF (Vignerons Indépendants de France)
- VINIGP (Association Nationale des Vins à Indication Géographique Protégée)

Ce n’era di gente, vero? Questo è il comunicato congiunto pubblicato da OIVE España che mostra di come, chiaramente, le rivendicazioni si concentrano sulla stabilità della Politica Agricola Comune (PAC). Il settore ha ribadito l’assoluta indisponibilità ad accettare tagli al budget complessivo o l’introduzione di forme di cofinanziamento parziale da parte degli Stati membri.
Delegare ai singoli bilanci statali una quota della spesa pubblica – finora interamente coperta dall’UE – comporterebbe il rischio immediato di creare pericolose asimmetrie negli aiuti, frammentando il mercato unico e indebolendo la competitività transnazionale del settore.
I produttori chiedono di difendere e attuare i meccanismi già integrati dal recente “pacchetto vino“, garantendo inoltre un periodo transitorio per l’applicazione delle misure settoriali all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034.
Al contempo, viene espresso un forte riconoscimento per l’operato del Commissario Hansen in materia di digitalizzazione delle etichette e norme sulla dealcolizzazione, riforme che le imprese chiedono di mettere in pratica senza ritardi o passi indietro nella futura PAC.

La difesa della cultura del vino
Al vertice di Irouléguy non poteva mancare, oltre ai quelli economici e di bilancio, il tema relativo al posizionamento sociale del prodotto di fronte alle spinte neo-proibizioniste. In un contesto pubblico sempre più orientato alla tutela della salute, le delegazioni dei tre Paesi hanno marcato una netta distinzione tra l’abuso di sostanze alcoliche e il valore culturale del consumo moderato.
Il documento congiunto riafferma che il vino è un prodotto di piacere e di tradizione che, se consumato responsabilmente, si integra perfettamente in uno stile di vita sano.
Sebbene il comparto si schieri senza ambiguità al fianco delle autorità nella lotta contro gli eccessi, i produttori esigono che le istituzioni continuino a sostenere e promuovere con forza la cultura del consumo responsabile, proteggendo la vitalità economica e il paesaggio rurale di cui il vigneto, da secoli, è il custode fondamentale.
Da anni riteniamo questi ultimi passaggi come l’unica strada percorribile a lungo termine. Rimane il fatto che la coperta si è ristretta ed ora appare corta, maledettamente corta, e soprattutto per chi, con la sua stazza, nonostante la forza si trova costretto a dover coprire un corpo enorme, maledettamente enorme.
[PB]
fonte: OIVE ES – Unione Italiana Vini
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