20 anni di Villaggio della birra

Villaggio della Birra: 20 anni di sostanza e un pizzico di malinconia. Una comunità fedele ai valori dell’artigianalità.


Partiamo alternativi, ricordando il sociologo Benedict Anderson e omaggiandolo con uno dei suoi concetti più celebri: «una comunità può esistere anche solo perché la immaginiamo».


[si legge, più o meno, in: 6 minuti]

Dopodiché, andiamo sulle parole di Gianni Tacchini, ideatore del Villaggio della Birra

«È la ventesima edizione e, come in questi ultimi anni post-Covid, è sempre più faticosa. C’è comunque la soddisfazione di vedere tutta questa gente che continua a seguire il Villaggio. Si è creato questo senso di comunità, di unione, di famiglia allargata anche se poi personalmente ovviamente non conosco uno per uno, però le dimostrazioni d’affetto me le stanno dando tutti quelli che vengono, quindi fa piacere aver creato una cosa del genere, aver contribuito anche alla birra artigianale»

Gianni Tacchini – Villaggio della Birra

Villaggio della birra 2026 - 20 anni
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Capite perché abbiamo scelto di aprire citando Anderson? Perché crediamo nella loro profonda verità e perché racchiudono l’essenza stessa del Villaggio della Birra: una delle espressioni massime del concetto di comunità immaginata e la dimostrazione tangibile di un luogo in cui la birra si fa pretesto per creare legami e senso di appartenenza.

Sarà questo un articolo in cui volutamente riporteremo le parole di importanti protagonisti di questa comunità, di questo movimento, di questo sodalizio che ci ha cambiato un po’ tutti (in meglio). Una sorta di celebrazione di alcune figure di rilievo, probabilmente molto più interessanti di un mero e classico racconto post-evento.

Villaggio della birra 2026 - 20 anni
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Il Villaggio ha fatto 20

Alla sua ventesima edizione, al Parco dell’Acqua di Rapolano Terme (SI), ha spento a inizio settembre le candeline di quella che si vocifera essere l’ultima edizione. Birrai, appassionati, amici, curiosi, tante persone che si sono mosse da vicino e lontano per essere presenti qui, per rivedersi, per partecipare per la prima volta o per esserci di nuovo… insomma la comunità che immaginiamo e che funziona grazie alla birra, birra artigianale italiana che anch’essa quest’anno ha spento le candeline a cifra tonda: ben 30!


«Quando è nato il villaggio io ero un appassionato, quindi il primo Villaggio l’ho vissuto da fuori, vedevo le foto di questa manifestazione di Bibbiano di cui ero già appassionato e dicevo ‘che meraviglia, l’anno prossimo ci vado’, e l’anno dopo ci sono andato da appassionato. Poi dopo mi è successa questa cosa nella vita che sono diventato un birraio diciamo professionista, anche questo in maniera assolutamente casuale, come forse capirete assaggiando le mie birre, e quindi la più grande emozione è stata la prima volta in cui Gianni mi ha invitato».

Luigi D’Amelio – Schigibier

Villaggio della birra 2026 - 20 anni
Di Luigi Zurolo
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La formula è rimasta la stessa: birrifici belgi, italiani e “stranieri” che si sono alternati nel grande giardino del parco dell’acqua per raccontare la propria storia, le proprie birre: un totale di 27 birrifici presenti.

Le nazioni rappresentate in questa edizione, oltre a Belgio e Italia, sono state: UK, Spagna, Svezia, Norvegia e USA (Illinois e Michigan), in più (novità di questo ventennale), un angolo sour ad opera di Faustino, L’assicurazione Italiana contro la grande sete di Bienno (BS).

Mescita a gettoni per assaggiare le referenze che i birrai hanno alternato tra i 3 giorni del festival, numero di gettoni diversi in base alla tipologia e “importanza” della birra.

Un angolo food con diverse proposte prevalentemente del territorio, sempre di alta qualità con un occhio alle materie prime e ai prodotti offerti. Musica per tutte e tre le serate con diversi artisti che si sono alternati sul palco per allietare ognuna delle serate.


«Guardo qui davanti dove ci sono i manifesti e mi ricordo le sensazioni che mi dà, per esempio, quello con l’omino che cade 2007-2008. Insomma, da Bibbiano, dai festival pionieristici a ora, è cambiato tutto intorno al Villaggio. Resta la nostalgia però di rivedere un sacco di persone, anche tante persone che non erano più tornate negli ultimi anni. Questa ventesima edizione ha un significato speciale».

Stefano Botto – Cantina Errante

Villaggio della birra 2026 - 
Foto Luigi Zurolo
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Laboratori nel Villaggio

Chiudevano il cerchio una serie di laboratori e tavoli di degustazioni e approfondimenti, iniziando dagli oramai consueti laboratori tenuti da Lorenzo Kuaska Dabove, il maestro che oramai è parte dell’anima del Villaggio della Birra.

Il sabato, doppio appuntamento con:

  • Il Belgio eterno
    un viaggio nel Belgio più autentico, tra rusticità, eleganza, carattere e profondità espressiva: tradizioni ancora vive, lontane dalle mode e capaci ancora oggi, nonostante l’assalto, da ogni dove, di nuovi prodotti a dir poco bizzarri, di ispirare il mondo brassicolo contemporaneo.
  • Il ritorno alla birra
    pub culture, farmhouse moderne, cask ale, territorio e bevibilità: un laboratorio dedicato ai birrifici che stanno riportando al centro il piacere della bevuta, l’equilibrio, parola chiave che rischiava l’estinzione, e l’identità territoriale. Un ritorno all’essenza della birra artigianale, dove profondità e semplicità tornano finalmente a convivere.

Per la domenica, invece, altro doppio appuntamento con:

  • Nuovi linguaggi:
    fermentazioni contemporanee, nuove sensibilità aromatiche, contaminazioni e libertà creativa. Un laboratorio dedicato ai birrifici che stanno ridefinendo il linguaggio moderno della birra artigianale attraverso approcci profondamente diversi ma accomunati dalla ricerca, con onestà e sincerità, di una nuova identità espressiva.
  • Fuori schema:
    un momento libero e trasversale dedicato ai birrifici più irrequieti del festival: approcci personali, sperimentazione, immediatezza e voglia di uscire dalle categorie. Un momento conviviale dove culture brassicole, idee e interpretazioni contemporanee del bere artigianale si incontrano senza regole precise. L’anticonformismo, così caro a Kuaska, trova qui la sua espressione più veritiera e autentica.
Spirito Italiano villaggio,birra
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Nella giornata di domenica i laboratori sono stati accompagnati anche da abbinamenti Sigaro Toscano / Birra ad opera di Marco Prato, fummelier del Club Amici del Toscano, relatore e divulgatore della cultura del Sigaro Toscano.

Ultimi due appuntamenti speciali per questa edizione: il Faustino Pop-Up con Kuaska, due aperture pensate per condividere bottiglie speciali, racconti e fermentazioni fuori dall’ordinario, in particolare un’anteprima assoluta della Gueuze di casa Faustino e una selezione di bottiglie con Vincent Alluin di Boerenerf.

Fuori programma per quest’anno presente anche un laboratorio esclusivo dedicato alla più celebre abbazia trappista del Belgio – ricordate il nostro viaggio? -, con la degustazione di Westvleteren Blond, 8 e 12 guidato da Jef Van den Steen, mastrobirraio di Glazen Toren, e Simone Cantoni, giornalista e degustatore.

Inoltre presenti anche quest’anno, sempre ad opera di Simone Cantoni, i laboratori itineranti, piccoli gruppi direttamente tra i banchi dei produttori pensati per chi vuole andare oltre il semplice assaggio e scoprire storie, tecniche e culture brassicole direttamente davanti alle spine.

Ultimo appuntamento ricorrente, non meno importante, la tappa del campionato nazionale Homebrewers ad opera di MoBi (Movimento Birrario Italiano): nello specifico, la tappa del Villaggio della Birra ammetteva lo stile libero con menzione speciale dedicata alle Fruit Beer (BJCP 29A) con utilizzo obbligatorio di pesche ed esclusivamente interpretazioni non sour.


«Per gli amanti della birra e della cultura della birra è per me il festival migliore».

Fausto Fontana – Faustino, l’assicurazione italiana contro la grande sete

Villaggio della birra 2026 - 
Foto Luigi Zurolo
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Un giro tra i banchi

Non sono mancati gli assaggi tra i banchi, soprattutto per referenze speciali o novità a cui i birrai non rinunciano mai, soprattutto in occasione di eventi quali il Villaggio e in particolare questo ventesimo compleanno.

Harvey’s

Presenza speciale quella di Harvey’s, un birrificio storico attivo dal 1790 a Lewes, nell’est del Sussex, Regno Unito. Harvey’s è il più antico birrificio indipendente della regione, aperto da John Harvey, all’epoca un commerciante londinese la cui principale attività era la vendita all’ingrosso di vini e liquori pregiati per la locale borghesia.

Il birrificio è famoso per le produzioni delle tradizionali Cask Ale (o Real Ale), una birra tradizionale britannica non filtrata e non pastorizzata che completa la fermentazione secondaria all’interno dei barili (cask) da dove viene servita direttamente senza aggiunta di anidride carbonica.

Da Harvey’s non potevamo non assaggiare la loro Sussex Best, una best bitter in barile, la birra di bandiera del birrificio e che rappresenta un vero e proprio culto in tutto il sud-est del Regno Unito nonché un riferimento mondiale di questo stile, la quale vanta anche diversi premi in concorsi sia del CAMRA che a livello internazionale. Una bitter super bilanciata, prodotta con il ceppo di lievito storico di Harvey’s e quattro luppoli nobili locali, colore ambrato carico, limpido con una leggera schiuma color crema.

Al naso è spiccata subito la nota maltata tipica di queste tipologie di birre insieme a note di biscotto, caramello, frutta secca, uvetta sultanina per chiudere con note erbacee provenienti dai luppoli. Bocca morbida, carbonatazione leggerissima, ingresso dolce con note di caramella al toffee, dolcezza che lascia subito spazio all’amaro diretto e persistente che, con una chiusura secca, ripulisce la bocca per il prossimo sorso. Una birra eccezionale che incarna al meglio gli stili storici inglesi.

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De Dolle Brouwers

Abbiamo poi incrociato il banco di un birrificio storico, anima del festival e del Belgio, De Dolle Brouwers – anche loro visitati recentemente nel nostro viaggio nelle Fiandre – , dove ci ha colpito immediatamente una referenza che non vedevamo da molto tempo: la Oeral, la loro storica Belgian Pale Ale. Una birra chiara: al naso è evidente la nota maltata, ma vi sono anche note agrumate, leggere note floreali e note delicate di miele tipico dello stile belga. In bocca è decisa, esuberante, complessa: malto e agrume tornano per poi lasciare spazio a frutta non matura, rustica e a una leggera nota acidula che contraddistingue lo stile De Dolle; chiusura decisamente amara, secca e pulita che regala una piacevole beva nonostante la rusticità e l’esuberanza di questa birra.

La Oeral rappresenta la prima birra chiara prodotta dal birrificio negli anni ’80 e la leggenda, se non la fantasia, come di consueto in casa De Dolle, narra che il nome derivi dalla catena montuosa degli Urali perché, nel bicchiere, vista l’alta carbonatazione e l’abbondante schiuma, la birra formava una “montagna” bianca che ricordava le vette innevate di questi monti. Inizialmente la birra si presentava meno amara, ma Kris modificò la ricetta negli anni aumentandone la luppolatura; la Oeral è stata poi il precursore della Arabier.

È stata assente e non più prodotta per molti anni finché non è tornata negli ultimi tempi, in lotti limitatissimi (quasi da stentare a credere che venga davvero riprodotta), e in particolare per questo “ventesimo” del Villaggio, come Kris ci ha confessato. Quasi introvabile, è stata un’emozione poterla assaggiare in questa speciale occasione, in eccezionale forma.

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Cantina Errante

Ci siamo poi diretti verso i banchi italiani e in particolare da Cantina Errante, sicuri di trovare sempre dei fantastici esperimenti. Qui in particolare ci è caduto l’occhio sulla loro nuova Extra, una (Rustic) Table Beer da 2,8 gradi alcolici. Una birra nata dalle fermentazioni spontanee del lievito madre di casa, quindi sempre lavorata in coolship con temperature di 26-28 gradi per tirare fuori esteri maggiori dal lievito. Birra fresca, secca e rustica, note di cereali e di terra di farmhouse, note citriche e fenoliche dovute alla fermentazione spontanea, finale secco e tagliente per regalare una bevuta talmente facile che è impossibile staccare il bicchiere dalla bocca.

Questo è appunto l’intento di questo stile storico fiammingo: fino alla metà del XX secolo erano le birre di tutti i giorni, data la bassissima gradazione e la facilità di beva, birre leggerissime bevute anche in famiglia, addirittura servite nelle mense scolastiche dei bambini in Belgio fino ai primi anni ’80: data la scarsa qualità dell’acqua in quell’epoca, il processo di bollitura della birra la rendeva più “salutare”.

Sempre qui da Cantina Errante abbiamo notato come referenza anche la Sanbraggot Export 2025, un Braggot prodotto da un blend tra due co-fermentazioni, una con birra e miele (da cui nasce il Braggot) e una con solamente i lieviti del miele. Una birra complessissima, dove però la nota acetica tipica della cantina permette di smorzare gli 11 gradi alcolici che porta con sé: come ce l’hanno definita loro, “un cazzotto con una carezza”.

Riparleremo del Braggot nel nostro laboratorio: un’altra emozione di questo Villaggio è stata l’assaggiare due Braggot di produzione italiana nella stessa giornata, prodotti che non si trovano facilmente se non in edizioni speciali.

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Faustino, l’assicurazione italiana contro la grande sete

Chiudiamo il nostro racconto tra i banchi con l’angolo sour di Faustino, l’assicurazione italiana contro la grande sete, birreria a Bienno (BS), attiva da tre anni e specializzata in prodotti del Belgio. Un locale che è diventato da subito un’autentica leggenda tra gli appassionati di birra e soprattutto tra quelli delle produzioni belghe.

Il locale è nato dall’idea delle storiche buchette fiorentine del vino, ma riadattato per le birre belghe artigianali (storie e acide), per sviluppare il loro culto grazie alla grande passione che il titolare, Fausto Fontana, nutre a riguardo. Infatti il locale dispone della buchetta della birra belga! Con la benedizione di Kuaska, massimo esperto di birra belga al mondo, e con la speciale autorizzazione belga a utilizzare il nome protetto, non poteva mancare una nostra visita per assaggiare prima la Oude Kriek Jart-Elle (uno dei capolavori di birra acida artigianale prodotta da Lambiek Fabriek): acida ma elegante, sensuale come il gioco di parole del nome ci suggerisce (Jart-Elle si pronuncia in maniera simile al francese jarretelle, che significa “reggicalze”). La produzione segue scrupolosamente il disciplinare delle Oude Kriek, prodotta con un blend di lambic giovani e di diverse annate della casa, 35% di frumento non maltato e luppolo invecchiato, con aggiunta di ciliegie fresche intere (in proporzione di circa 300 grammi / litro); segue poi un invecchiamento in botti di rovere per almeno 6 mesi.

Successivamente siamo andati sulla Botanic di Stekerij Ambreus, un prodotto speciale essendo Ambreus un progetto belga di assemblaggio di tre storici produttori di lambic: Den Herberg, Lindemans e De Troch. In questo specifico caso la Botanic rappresenta una sorta di lambic botanico, perché il blend è arricchito con erbe e piante officinali che rendono la bevuta complessa, aromatica e ancora più fresca, apportando anche note balsamiche e speziate.

Questo specifico assaggio ci è stato proposto in abbinamento a un Bagoss, un formaggio tipico di Bagolino (Val Sabbia) che rappresenta una vera eccellenza del territorio, non facile da trovare e assaggiare. Prodotto con il tocco speciale dell’aggiunta di un pizzico di zafferano durante la rottura della cagliata, rappresenta un’eccellenza Presidio Slow Food. Formaggio potente, sapido, leggermente piccante, affumicato e speziato: un abbinamento difficile, azzardato ma perfetto con una birra di tale complessità e particolarità.

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Il laboratorio del Kuaska: Nuovi linguaggi

«Nel laboratorio conosci la persona, il birraio, il prolungamento della sua personalità va nelle bevande, poi vai allo stand e stai bevendo le bevande di un artigiano, di un artigiano che ha tirato fuori la propria anima e il proprio cuore».

Lorenzo Dabove “Kuaska“


Fermentazioni contemporanee, nuove sensibilità aromatiche, contaminazioni e libertà creativa, unite a ricerca e approcci profondamente diversi.

Quale inizio più appropriato se non una birra analcolica (0,4%), un tema ancora molto stigmatizzato ma che è stato preso a cuore da diversi birrifici di cui abbiamo ottime referenze, prodotti talmente ben fatti da rendere difficile capire che siano a basso contenuto alcolico se non per tecnicismi virtuosi. Come raccontava Kuaska, il maggior problema di questi prodotti è la sottrazione: il togliere qualcosa (cioè l’alcol) lascia un vuoto difficile da colmare per ottenere un prodotto ugualmente bilanciato senza sottrarre null’altro.

La prima birra in degustazione è stata la Lucid Kaos di Antikorpo, una No Alcohol IPA. Colore paglierino chiaro, leggermente velata, un bouquet olfattivo che arriva tutto dalla luppolatura molto semplice di Citra e Mosaic, quindi un profilo agrumato, tropicale con sentori erbacei. In bocca era scorrevole e, come ci si aspetta, di corpo snello vista la mancanza di alcol, al pari di una Session IPA ma ricca, intensa, fresca e piacevole, con un finale secco e amaro. Il birraio ci ha confidato che la luppolatura è stata fatta sia a caldo che a freddo, e in quest’ultima fase con estratti liquidi in modo da ridurre i rischi di sanificazione del pellet (vista la mancanza di alcol), avere più freschezza dal luppolo e concentrarne gli aromi per dare più corpo e complessità alla birra.

Abbiamo proseguito con La Cima, una DDH Double IPA di Bondai in collaborazione con Liquida: luppolatura esplosiva e generosa con due luppoli neozelandesi, il Riwaka e il Waimea, e in aggiunta anche il Citra e l’Idaho 7, con un lievito da New England ad alta attenuazione per bilanciare l’aggressività aromatica del bouquet dei luppoli utilizzati. Un’esplosione di frutta tropicale, secca in chiusura e con un amaro più che bilanciato, in una birra che segna quasi 8 gradi alcolici. Luca, il birraio, ci ha confessato che, non essendo in particolar modo amante delle New England IPA e del loro carattere molto zuccherino e dolce, l’intento era creare una fusione bilanciata tra gli stili americani dell’East Coast e quelli della West Coast: esperimento decisamente ben riuscito da un birraio che fa lager tra le più famose in Italia.

La terza referenza in degustazione è stata invece un Braggot, una bevanda alcolica storica che risale al XII secolo, molto diffusa nelle isole britanniche e nei paesi nordeuropei, ottenuta dalla fermentazione congiunta (o miscelazione) di birra e idromele (miele fermentato). Parliamo nel particolare del birrificio La Diana e di una Saison fermentata con lievito Kveik: una scelta particolare, quella di un lievito non standard, per avere più secchezza nella birra a cui poi unire l’idromele, in questo caso fatto con il miele di fiori d’arancio dell’azienda Apicoltura etnea alle pendici dell’Etna, il tutto maturato in barrique ex-chardonnay per quattro mesi. Un naso profumatissimo, una bocca dolce e appagante con una leggerissima nota ossidativa data dal legno a bilanciare la dolcezza del miele.

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Si è proseguito con la Levain, una Saison prodotta da is/was Brewing con una fermentazione mista quasi completamente effettuata in botti di quercia ad opera di una coltura di lievito Saison e ceppi di batteri lattici che provengono dallo starter di un lievito madre con cui il birraio faceva il pane. Proprio per questo si è scelto il nome “lievito madre”. Questa in particolare è la Levain 6 (sei diversi blend di residui di altre birre a carattere belga, tra cui anche Cantillon, aggiunte alla fermentazione mista di base). Al naso è spiccata subito la nota lattica, gentile, non invasiva, che ha prevalso sulle note speziate del lievito Saison. Nessuna nota acetica, una beva molto liscia e fresca. Complessa anche in bocca, con un’acidità bella importante, un profilo organolettico figlio della scrupolosa selezione dei blend e di una scelta “alla cieca”, senza guardare le etichette.

Per la penultima degustazione siamo tornati in Italia, in particolare in Toscana, con Cantina Errante con l’Achillea 2025. Una produzione simil-lambic da coolship: 70% malto d’orzo bio e 30% frumento non maltato, luppolatura da luppolo Suranne invecchiato esclusivamente per le proprietà antiossidanti e non per l’aroma. Il prodotto finale è un assemblaggio delle annate 2021, 2022, 2023 e 2025, con l’aggiunta di fiori e foglie di achillea, un’erba spontanea che cresce un po’ dappertutto. Al naso spiccavano i sentori freschi dell’achillea, note agrumate, citriche, ma soprattutto l’impronta wild e complessa della fermentazione spontanea, con note rustiche e balsamiche. In bocca l’acidità è arrivata da subito, ma è risultata complessivamente morbida e il palato è rimasto pulito. Nonostante la fermentazione spontanea, una birra di grande beva con ampio bouquet di aromi, che ha chiuso secca senza la dare la percezione dei suoi 6,9 gradi alcolici.

Il laboratorio si è chiuso con la Kulturbryggeri del birrificio Närke, una Old Ale Barrel Aged: birra scura, robusta e invecchiata in legno. Base di malto inglese, malti scuri per produrre una birra in stile Mild; poi la birra viene invecchiata in botti (da qui nasce lo stile Old Ale britannico) e, in questo particolare caso, in botti di vecchio whisky svedese. Gli aromi principali che sono arrivati al naso erano i tipici di una birra scura complessa: caramello bruciato, toffee, melassa e zucchero scuro, frutta secca e disidratata, ma anche la parte maltata in sottofondo. Il legno apporta poi note vinose e ossidative, ma anche vanigliate e affumicate grazie all’origine delle botti. In bocca si è mostrata secca e pulita, dolce all’ingresso ma poi virante verso un amaro deciso, persistente e gradevole, che maschera piacevolmente l’alto tenore alcolico.

Un laboratorio azzeccato fin dal nome scelto, dominato da esperimenti, produzioni eclettiche e rielaborazioni moderne di vecchi stili e ricette del passato, ma sempre con uno sguardo all’alta qualità e alle produzioni capaci di intercettare i gusti attuali del mercato. Ogni birraio ci ha presentato una sua produzione non standard, ricca dell’identità del birraio stesso, del birrificio e del territorio da cui proviene.

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Conclusione

Questa ventesima edizione ha lasciato il segno, ha riportato tante persone che mancavano da tempo, sia per curiosità che per nostalgia, al pensiero che si tratterà quasi sicuramente dell’ultima edizione (almeno in questa forma), come anche Gianni ci ha confidato.

La chiusura di un evento unico nel suo genere sul territorio nazionale che, in vent’anni, spostandosi attraverso tre differenti luoghi, ha saputo raccogliere appassionati da ogni regione e birrai dai paesi più svariati, sempre con un occhio alla cultura brassicola belga e con una selezione di prodotti ricercati, spesso sconosciuti al grande pubblico.


«Il villaggio per me è amicizia, amicizia tra tutti i birrai e amicizia con i clienti. Non vedo clienti qui, vedo solo amici e le birre, le migliori selezioni di birre. Il ventesimo? Perfetto! Devi sempre terminare all’apice».

Els & Kris De Dolle – De Dolle brouwers

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Villaggio della birra 2026, hanno partecipato:
Antikorpo Brewing (ITA)Birrificio Agricolo La Diana (ITA)Birrificio L’Olmaia (ITA)
Birrificio Mukkeller (ITA)Bonday Brewery (ITA)Cantina Errante (ITA)
Faustino’s Corner (ITA)Fermento Libero (ITA)La Stecciaia Birrificio Agricolo BIO (ITA)
Podere la Berta (ITA)Rebel’s Brewery (ITA)Schigibier (ITA)
Brasserie de Blaugies (BEL)Brasserie de Cazeau (BEL)Brasserie de la Senne (BEL)
De Dolle Brouwers (BEL)De Glazen Toren (BEL)De Graal Brouwerij (BEL)
Den Hopperd BioBrouwerij (BEL)Sint Canarus Microbrouwerij (BEL)‘t Hofbrouwerijke (BEL)
Salikatt Brewery (NO)Närke (SE)Ales Agullons (SPA)
Harvey’s Brewery (UK)is/was Brewing (US)Transient Artisan Ales (US)


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foto: Luigi Zurolo ©
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