quale vino nel cantaro di Dioniso?

Un viaggio mistico-culturale che parte da Venezia e ritorna fino all’antica Eleusi.

SPIRITO NELL’ARTE


Torna con noi “Spirito dell’Arte” di Roberto Manescalchi, rubrica apprezzatissima dai lettori – e sinceramente introvabile altrove – che fa comprendere ben oltre il calice, di quanto sia forte e imprescindibile il legame naturale fra alcol e arte visiva, fra sacro e profano, fra religioso e sacrilego, fra meravigliosamente bello e indiscutibilmente buono.


si legge (più o meno) in: 7 minuti


Il lavoro di oggi pare un sogno fra edonismo e misticismo, un testo in cui Manescalchi si mostra particolarmente ispirato.

Verrebbe da dire: una visione che parte da Venezia e attraverso uno dei drink più famosi al mondo torna verso i tempi più remoti per capire cosa potesse mai contenere l’epico cantaro di Dioniso.

In questo viaggio spazio-tempo-spirituale si incontrano iconografie e opere di indubbi significati artistici e non, sia espliciti che più celati.


Con “Spirito nell’arte” continuiamo a solleticare il nostro intimo come carezza che soltanto gli animi gentili sanno percepire e con cultura esclusiva che sa alimentare la sete degli eletti. Buona lettura.

Non aggiungiamo altro, non serve… tenetevi soltanto forte

Buona lettura [ndr]


Quale vino nel cantaro di Dioniso?

Quando un sontuoso cocktail libera l’anima visionaria verso le rappresentazioni del divino, curiosità mistiche e scenari dell’arcano.


Quale vino nel cantaro di Dioniso?

Ho associato da sempre, nella mia testa bacata per uno strano giro di impulsi neuronali, il long drink italiano per eccellenza al musicista catanese Vincenzo, Salvatore, Carmelo, Francesco Bellini e mi immaginavo che fosse stato creato qui al caffè Florian, sotto i portici di Piazza San Marco, dove sovente passo a rinfrancarmi e a rinfrescarmi.


Ritratto di Vincenzo Bellini, Jean Francois Millet, XIX sec, Museo teatrale alla Scala (PDM)

Bellini, se non ricordo male, compose anche due opere per il teatro la Fenice i Capuleti e i Montecchi e tutto tornava rimandandomi a Venezia. Niente (o quasi) di tutto ciò.


La sontuosa bevanda – oggi definitivamente “sdoganata” con ricetta a base di purea di pesca rigorosamente bianca e Prosecco, lo dice l’Harry’s e lo dice l’IBA – fu creata, come molti di voi sapranno, da Giuseppe Cipriani famosissimo barman e proprietario dell’Harry’s Bar sempre Venezia, a due passi da Piazza San Marco, con affaccio diretto in laguna.


foto: Karolina Grabowska

Direttamente dal sito web del locale: «Nel 1948 la guerra e la liberazione erano ricordi vividi nei cuori delle persone. Per questo Giuseppe Cipriani, tra le mura del suo Harry’s Bar, da poco riaperto, decise di celebrare la pace con un cocktail: il Bellini. Questo aperitivo dal sapore di libertà prese il nome da Giovanni Bellini, il famoso pittore noto anche con il nome di Giambellino: nel ’48 a Palazzo Ducale era infatti esposta la mostra antologica di tutte le sue opere. Così il Bellini è passato alla storia come un classico, un eterno simbolo di libertà, arte e condivisione».


Inconcepibile per me (e singolare al limite dell’autodileggio) aver pensato al musicista prima che al pittore e al rosato della bevanda e della sua tavolozza significativamente del manto di alcuni suoi Santi. Neanche un nome in comune che il musicista si chiamava in ogni modo tranne che Giovanni.



Non sono mai stato all’Harry’s Bar. Da giovane studente di architettura sognavo di essere seduto al tavolo di Frank Lloyd Wright (lui sì passato dall’Harry’s) ma, immancabilmente, dopo il primo scambio di battute mi ritrovavo i soliti neuroni impazziti – o forse il prosecco bevuto in un luogo non deputato – nella “Casa sulla cascata” assieme a Audrey Hepburn sognando di esserne il progettista e mostrarle (tutti) gli spazi… mai, ovviamente, accaduto.


Fallingwater (Casa sulla cascata) – foto: Lachrimae72

Esco dal Florian, attraverso la piazza, ed eccomi nel sottarco del campanile della Marciana e qui c’è Fanete e non solo, che tutta la biblioteca è un gigantesco e misterioso percorso iniziatico. Ora, di fronte all’affresco, occorre anche considerare l’esistenza di una entità cosmica primigenia (Fanete appunto).


foto: RM ©

Φάνης “il brillante“, raffigurata di solito come un giovane alato, con in petto un sole, talvolta avvolto tra le spire del serpente Tempo, racchiuso da una fascia ovale entro cui sono spesso rappresentati i segni zodiacali.


Si dice detta entità (chiamata anche “Protogono”) fosse uscita da un uovo d’argento deposto dalla Notte (Nyx). La metà superiore dell’”uovo cosmico”, dal quale sarebbe nato Fanete, si può così identificare nel Cielo (Urano), con tutti i suoi pianeti e costellazioni, quella inferiore nella Terra (Gaia).



In altre versioni del mito, il Cielo e la Terra sarebbero generati dall’unione di Fanete con la Notte. Ancora Fanete che sarebbe stato ermafrodito avrebbe prodotto da sé la Notte, e unendosi poi ad essa avrebbe procreato varie altre creature.


Infine Fanete si sarebbe ritirato in cielo, donde avrebbe continuato ad emanare splendore. Da non dimenticare anche il tema iconografico, non meno colto, dell’ebbro Dionisio, e che vedeva il Dio rappresentato con una coppa di vino (cantaro di Dionisio) in una mano e l’uovo che nasce, ovviamente, prima della gallina (ab ovo).


Raffigurazione di DIoniso, bassorilievo, IV sec. a.C., museo del Louvre – foto RM ©

Si ora lo so… nel cantaro del dio ci sono i cinque o sei Bellini di una sera a Venezia e la confusione di un brodo primordiale di neuroni impazziti in processione mistica.


Invoco Dioniso dagli alti clamori, che grida evoè,

Protogono, dalla duplice natura, generato tre volte, signore Bacchico, selvaggio, indicibile, arcano, con due corna, due forme, coperto di edera, dall’aspetto di toro, marziale, Evio, santo, che mangia carne cruda, trieterico, che produce grappoli, dal manto di germogli.

Eubuleo, dai molti consigli, generato dalle unioni indicibili di Zeus e Persefone, demone immortale; ascolta, beato, la voce, spira dolce e irreprensibile con cuore benigno, insieme alle nutrici dalla bella cintura.

Inno orfico a Dionisio


E ancora mi sovviene Fanete, questa volta nel bassorilievo antico della Galleria Estense di Modena e che per dirla con Pablo Picasso: “Ogni atto di creazione è prima di tutto un atto di distruzione“… la “Materia prima” che per gli alchimisti era il Caos e forse proprio questo: il caos, era nel Cantaro.


Raffigurazione di Fanete, bassorilievo, III sec. d.C. ca., Galleria Estense, Modena – foto RM ©

Menzionato dagli antichi fra i vasi da bere e che gli archeologi sono quasi sempre concordi nel descrivere con corpo a bacino molto fondo munito di due grandi anse e di un piede più o meno alto e sottile.


Cantaro è anche il bacino dove nei giardini della classicità zampillava acqua – di cui qui dovrebbe essere vietato parlare -, contenitore per abluzioni corporali che precedono quasi tutte le forme di iniziazione e poi c’è però anche il cantero che fino a poco tempo fa indicava, per via di una semplicissima differenza di vocale, il desueto, ormai sconosciuto, vaso alto e cilindrico per bisogni corporali (orinale).



Ma, oltre la visione, cosa c’era realmente nel vaso/bicchiere del dio? Eleusi ha chiuso da tempo le porte del tempio e l’ultimo ierofante si è portato il segreto nella tomba.


Quand’anche fossi l’ultimo degli iniziati in vita e non lo sono… non potrei rivelare nessun segreto pena la morte e la perdita dei benefici dell’iniziazione.


Càntaro in terracotta, VII sec a.C., Metropolitan Museum of Art, New York (PDM)

Posso però dirvi cosa c’era ieri nel mio di bicchiere (tazza/bicchiere): una cosa a metà tra il più raffinato ed elegante dei vini (uno qualsiasi tra quelli che spesso meravigliosamente voi professionisti del settore sapete descrivere) e la poltiglia oscena del cantero di cui sopra.


Nessun odore cattivo tuttavia e niente disgusto, ma semplice canaiola e non versata da raffinate bottiglie che celebrano un vitigno antichissimo e prezioso ormai curato da molte importanti cantine.

Un più volgare ed impuro liquido, dal sapore amarognolo e dolciastro allo stesso tempo, una sorta di mosto primitivo, forse addirittura zuccherato se non fatto ad arte, ma artefatto, con l’aggiunta di castagne (brice arrosto qui dicono).


Étienne Carjat, Ritratto fotografico di A. Rimbaud, 1872 (Wikimedia Commons PDM)

Da Caprese Michelangelo al lago di Bolsena, qui è servito in tutte le vecchie bettole e/o osterie e che forse differisce poco, ancora oggi, dal vecchio intruglio che assunto durante le processioni mistiche da Eleusi ad Atene e viceversa consentiva (con le parole di Rimbaud): “lo sregolamento ragionato di tutti i sensi”.





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