Orvieto DOC: svolta contemporanea

Territori e stili che evolvono la storia verso il futuro: l’Orvieto DOC, dal “muffa nobile” al nuovo basso grado 10%

di Isabella Ceccarelli

L’Orvieto Classico si sviluppa attorno alla Rupe, ma la denominazione è molto vasta e si snoda tra Umbria e Lazio, nelle province di Terni e Viterbo. Qui a Orvieto il vino percorre 3.000 anni di storia, simbolo di cultura e legame profondo con il territorio.


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Questo legame parte dal popolo etrusco, che vinificava nelle grotte scavate nel tufo, utilizzandone i diversi livelli per agevolare le operazioni; la profondità del suolo garantiva un microclima unico per l’affinamento. La Via Francigena ha poi portato in tutta Europa la fama di un vino amato dai papi come dal “Vate” Gabriele D’Annunzio, e persino utilizzato per pagare le maestranze all’opera al Duomo.

Orvieto
foto: IC ©

È una delle prime DOC in Italia (dal 1971) e ha saputo riconoscere il valore del tempo e dei paesaggi modellati da un legame profondo con l’identità collettiva, filo conduttore della qualità e della capacità lungimirante di saper evolvere in una lettura contemporanea delle sue diverse anime, senza mai perdere la propria personalità.

Le quattro espressioni della denominazione sono state presentate a stampa, produttori e operatori di settore nella Sala Expo del Palazzo del Capitano del Popolo di Orvieto, durante l’incontro tecnico-istituzionale “Orvieto DOC: pluralità di anime“.

L’appuntamento, organizzato dal Consorzio Vino Orvieto, ha riunito istituzioni, esperti e viticoltori per un confronto strategico sullo sviluppo qualitativo della DOC. Al centro del dibattito, il tema cruciale del basso grado alcolico, base di lavoro verso una nuova filosofia produttiva che punta sia sulla longevità che a intercettare il consumo consapevole delle nuove generazioni.

Orvieto DOC: pluralità di anime
foto: IC ©

Al tavolo dei relatori si sono alternati il Presidente del Consorzio vino Orvieto Vincenzo Cecci e il Presidente della Commissione Tecnica Riccardo Cotarella, insieme ai membri della Commissione Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, delineando una visione condivisa per il futuro del comparto. Questo percorso nasce per fare fronte a mutamenti strutturali ormai evidenti, in primis l’innalzamento delle temperature legato al cambio climatico, che accelera la maturazione zuccherina delle uve.

Orvieto è una molteplicità di anime e stili che vanno a interpretare la complessità di un territorio suddiviso in quadranti, dominato da terreni ben precisi. È la matrice di quella pluralità espressiva che caratterizza i diversi stili del vino di Orvieto: secco, abboccato, amabile, dolce nelle versioni Superiore, Vendemmia Tardiva e Muffa Nobile (unica denominazione in cui quest’ultima viene contemplata dal 2011).

Le vigne sono poste tra i 300 e i 500 m s.l.m., in una zonazione classica improntata dall’agronomo Gravini sull’evoluzione geologica dell’area, che vede nell’impianto dell’antico oceano imporsi il fiume Paglia a dividere i versanti.

Orvieto DOC
fonte: Orvieto DOC
La terra

A nord-est troviamo terreni sedimentari marini, stratificati con argille che regolano l’umidità e regalano ai vini freschezza, salinità e acidità. A nord-ovest i terreni vulcanici misti di tufi e pomici fanno da volano idrico alle terre rosse molto fertili, dando vita a vini con vibrante acidità e caratteristiche note sulfuree e iodate.

Nella zona sud-est, dominata da terreni alluvionali molto fertili, si vanno riscoprendo vini delicati, esili, fruttati e di facile beva, ma di carattere. Infine, i terreni calcarei della parte a sud-ovest regalano bianchi profumati, ben strutturati, con un alto potenziale di invecchiamento e un’alta acidità. Il resto lo fanno la piovosità caratteristica della zona e la ventilazione costante dei mesi caldi, essenziale per ritrovare freschezza e profumi nei calici.

I vitigni protagonisti sono il Procanico e il Grechetto (per un minimo del 60%), insieme a Drupeggio, Verdello e Malvasia, affiancati da internazionali come Sauvignon, Viognier e Sémillon.

La novità

In questo areale dalla vasta personalità oggi si aggiunge la versione a bassa gradazione (10%), nata da sperimentazioni sul territorio tra diverse uve, microclimi, gestione dei vigneti, tempi di maturazione, lavorazioni e vinificazioni. La sua genesi porta a un risultato di alto valore qualitativo sempre rivolto all’eccellenza, rispettando cultura e territorio in un perfetto equilibrio tra contenuto alcolico e acidità, per un vino verticale, fresco e dalle piacevoli note agrumate.

Una tipologia che entra nel disciplinare dell’Orvieto (leggi disciplinare Orvieto DOC) per contemplare il basso grado alcolico, ma sempre come prodotto della terra e dell’interazione dell’uomo fedele alle caratteristiche organolettiche e d’identità dell’Orvieto, tracciando così una nuova strada.

Orvieto DOC
ph. courtesy: Uff. stampa Orvieto DOC ©
Il vino è concretezza: gli assaggi

Ed eccoci finalmente alla degustazione dei vini, rigorosamente “alla cieca” per non essere minimamente influenzati. È Cotarella che ci ha guidato nell’immersione delle molteplici anime dell’Orvieto per verificarne l’autenticità e le caratteristiche organolettiche, attuali e potenziali, tra versioni a basso grado alcolico e Classico. Perché, come afferma proprio l’enologo: «Il vino è concretezza, non mera filosofia astratta».

Abbiamo iniziato con il vino a bassa gradazione alcolica (10%), che ha messo in evidenza come la gestione agronomica, la raccolta anticipata delle uve e le lavorazioni in cantina abbiano dato risultati ottimali per un vino espressivo e dalla personalità autentica. Giallo paglierino molto scarico e brillante, mostra un naso altamente verticale e minerale che strizza l’occhio ai fiori delicati di gelsomino e al frutto acerbo della mela verde. È soprattutto in bocca che ritroviamo la tipicità dell’Orvieto, con una piacevole salinità che ci accompagna nella comprensione sottile di questa nuova tipologia, capace di adattarsi a diverse cucine internazionali e a nuovi scenari gastronomici.

Orvieto DOC, foto Isabella Ceccarelli
foto: IC ©

L’Orvieto Classico Superiore si conferma un’espressione potente di personalità e qualità, una perfezione architettonica che mette in equilibrio tutti i sentori, con il frutto che si sposta dalla pera Williams alla pesca bianca, e una complessità che in bocca si esprime con un’eleganza assoluta sostenuta dalla mineralità.

Il passare del tempo si percepisce chiaramente nel terzo vino in degustazione, nel quale domina la sensazione di idrocarburo elegante e fine, unita alla persistenza e alla verticalità che solo un vino da suolo lavico sa dare. La frutta matura e il caratteristico retrogusto ammandorlato dimostrano come e quanto il vino di Orvieto possa invecchiare.

Dopotutto, il sentore di idrocarburo, per esprimersi al meglio, richiede un invecchiamento molto regolare e in assenza di ossigeno. Insomma, la personalità di un vino la fa sì il vignaiolo, ma solo osservando e integrandosi alla perfezione nel proprio territorio, dove il terreno diviene il vero timbro.

Abbiamo terminato con una Vendemmia tardiva, capace di ricordarci le origini tra Umbria e Toscana del Vinsanto, ma con molteplici differenze: a partire dall’appassimento delle uve sulla pianta, che così mantengono integre tutte le loro caratteristiche organolettiche per un vino dove la componente dolce è la risultanza di un’elegante acidità e di sentori di frutta esotica matura, per una bocca piacevolmente pulita.

Orvieto DOC, foto Isabella Ceccarelli
foto: IC ©

La degustazione ci ha restituito l’immagine di una denominazione dinamica, pronta a intercettare le nuove tendenze di consumo. Se la longevità delle vecchie annate e l’equilibrio dei dolci rimangono certezze, la vera sfida si gioca ora sulla freschezza e sulle gradazioni contenute.

Il futuro dell’Orvieto dipenderà da questa transizione: la scommessa è dimostrare che un patrimonio di tremila anni può tradursi in una formula moderna, competitiva e di grande appeal commerciale.


da Orvieto, per spiritoitaliano.net


Isabella Ceccarelli

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