Assodistil taglia lo storico traguardo degli 80 anni. Fra spirits e transizione energetica, sono tante le sfide del presente.
Si è svolta a Roma l’80ª Assemblea annuale di AssoDistil, un traguardo storico che ha celebrato 80 di eccellenza, storia e tradizione della distillazione italiana.
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L’evento, che ha visto il saluto di figure istituzionali di primo piano come i ministri Lollobrigida e Pichetto Fratin, è stato l’occasione per fare il punto sulla salute di un comparto strategico per il Made in Italy, analizzando i dati degli studi realizzati da Nomisma e dall’Osservatorio Distillati di Format Research.
L’analisi ha raccontato di una filiera dotata di una forte capacità di tenuta economica, ma che si trova ad affrontare uno scenario di profonda trasformazione, caratterizzato da una frenata dei consumi interni e da una necessaria riorganizzazione delle rotte dell’export.

Si beve meno, si beve meglio
I dati sul mercato italiano mostrano un calo del 10% dei volumi consumati rispetto al 2019, attestandosi a circa 125 milioni di litri venduti. All’interno di questo panorama, i liquori continuano a fare la parte del leone, rappresentando il 52% delle preferenze nazionali, seguiti da rum (11%), dall’immancabile grappa (10%), vodka (8%) e gin (7%).

Tuttavia, la contrazione dei volumi non descrive un disinteresse verso il mondo degli spirits, quanto piuttosto una profonda maturazione del consumatore. Si sta consolidando, infatti, il paradigma del “better, not more” (bere meglio, non di più), una tendenza che i dati dell’Osservatorio Consumer Trends di Nomisma fotografano con precisione, soprattutto nell’ambito dei consumi fuori casa.
Un concetto più volte ripetuto anche dai protagonisti delle nostre recenti videointerviste “Lo Stato degli spirits“, i consumatori oggi scelgono di andare “meno fuori, ma meglio”: il 52% degli italiani dichiara infatti di aver ridotto la frequenza di pranzi e cene al ristorante, ma specifica che, quando sceglie di concedersi un’uscita, si orienta verso experiences di qualità nettamente superiore.
Questo orientamento al “meglio poco, ma gourmet” trova conferma anche nelle abitudini alimentari: il 40% degli italiani preferisce consumare una portata più piccola ma dal profilo gourmet rispetto a un piatto abbondante ma standard. In questo scenario, l’acquisto e il consumo diventano una ricerca della gratificazione personale.

Lo studio Nomisma evidenzia che sono ben 25 milioni gli italiani che oggi effettuano i propri acquisti spinti principalmente dal desiderio di piacere e gratificazione, una dinamica che premia i distillati d’eccellenza, dove la qualità del prodotto, la narrazione del territorio e l’artigianalità prevalgono sulla quantità.
Questo trend si unisce a una crescente sensibilità verso il benessere e la moderazione: non a caso, il 15% degli intervistati si dichiara interessato a esplorare la frontiera degli spirits low alcohol. Parallelamente, continua a crescere e a evolversi il fenomeno della mixology, sia nei locali sia tra le mura domestiche.
Export
Analizzando i trend delle esportazioni italiane per valore, si nota una crescita straordinaria per comparti dinamici come il whisky (+55%) e il gin (+49%), i quali si collocano nettamente al di sopra della crescita del totale del comparto spirits, che segna un ottimo +34%.
Incrementi positivi si registrano anche per il vodka (+32%) e per i liquori (+18%). Al contrario, mostrano segni di sofferenza e contrazioni sui mercati esteri le voci relative al rum (-17%) e, purtroppo, alla grappa (-20%).

Caso Grappa IG: la voce dal Trentino
Il passaggio a una domanda più selettiva e consapevole tocca da vicino i grandi distillati di bandiera, ridefinendone il posizionamento. Un commento d’eccezione sui dati AssoDistil arriva dall’Istituto di Tutela Grappa del Trentino – realtà pionieristica nata già negli anni Sessanta – che, nonostante il trend export, vede in questo nuovo paradigma un’importante conferma strategica per la Grappa del Trentino IG. Così il presidente dell’Istituto, Alessandro Marzadro:
«Oggi si beve meno, ma meglio, questo significa che la grappa deve saper parlare a un consumatore che cerca autenticità, qualità e contenuto culturale, non soltanto un prodotto da consumare a fine pasto. Se il mercato premia il “better, not more”, allora la grappa ha l’opportunità di affermarsi ancora di più come simbolo di eccellenza italiana. Dobbiamo investire nel racconto del territorio, nell’innovazione dei linguaggi di consumo, dalla mixology all’enoturismo, e nella presenza sui mercati esteri, dove c’è spazio per prodotti identitari e ad alto valore aggiunto. Il Trentino, per storia, competenze e vocazione, può essere un laboratorio privilegiato di questa evoluzione
L’obiettivo si sposta dunque sulla capacità di proporre il distillato come un’esperienza contemporanea. La crescita futura si giocherà su un posizionamento evoluto che unisce l’artigianalità della materia prima all’attrattività turistica, al consumo premium e – perché no? – miscelato. Lo dice il Trentino, ma siamo sicuri che tutta l’Italia concordi

Nel complesso, sul fronte internazionale, le bevande spiritose italiane confermano la loro forte competitività, posizionando stabilmente il Paese tra i giganti mondiali del settore. Con un valore delle esportazioni che nel 2025 ha raggiunto la quota di 1,7 miliardi di euro, l’Italia si colloca al quinto posto nella classifica dei top exporter globali di spirits (e al terzo gradino del podio a livello continentale).
La vetta della classifica mondiale è saldamente guidata dal Regno Unito con 7,7 miliardi di euro, seguito da Francia (4,0 mld €) e Messico (3,5 mld €). Più vicini all’Italia si posizionano gli Stati Uniti (2,4 mld €), mentre la coda della Top 7 vede l’Irlanda a 1,6 miliardi e la Germania a 1,5 miliardi di euro.

Sebbene il dato italiano registri una leggera flessione del -5,0% rispetto al 2024 – un rallentamento fisiologico che ha colpito in modo ben più severo altri player come gli USA (-11,6%), il Messico (-18,3%) e la Francia (-16,9%) – il confronto a medio termine sul 2019 evidenzia la straordinaria crescita del comparto tricolore, capace di mettere a segno un balzo del +33,7% rispetto ai livelli pre-pandemici.
La vera novità strategica evidenziata dall’Assemblea riguarda la geografia dell’export. Le aziende italiane stanno allentando la dipendenza dai mercati tradizionali a favore di una maggiore diversificazione. Se nel 2019 i primi tre mercati di destinazione assorbivano il 43% del valore complessivo, nel 2025 il peso degli altri mercati – con l’Europa dell’Est e l’Asia in prima fila – è salito al 60%. Presidiare nuove aree geografiche è diventata la chiave di volta per proteggere il comparto dalle turbolenze geopolitiche globali.

Sfide: rischi e opportunità del nuovo scenario
Per mantenere questo posizionamento di prestigio, il settore si trova a dover calibrare le proprie strategie all’interno di una complessa mappa di sfide macroeconomiche e di mercato.
Rischi
- Incertezza globale: Lo scenario macroeconomico e geopolitico mondiale resta fortemente instabile, creando frizioni sui mercati internazionali.
- Pressioni inflazionistiche: Il ritorno dell’inflazione genera un calo diffuso del potere d’acquisto dei consumatori e, parallelamente, comporta un aumento dei costi di produzione e gestione per le aziende del comparto.
- Evoluzione normativa: Le nuove regolamentazioni e i quadri legislativi in evoluzione pongono vincoli stringenti alle imprese.
- Contrazione dei consumi: Si registra un calo generalizzato dei volumi consumati sia in Italia sia nel resto del mondo.
Opportunità
- Consolidamento dei trend premium: La tendenza verso la premiumness e il localismo si sta strutturando, premiando la qualità e l’autenticità.
- Differenziazione dell’offerta: La straordinaria biodiversità e varietà della produzione liquoristica e distillatoria italiana rappresenta un fattore di competitività unico.
- Turismo internazionale: L’aumento delle presenze straniere in Italia offre una vetrina formidabile per far scoprire i distillati del territorio direttamente alla fonte.
- Nuovi mercati e posizionamento: La crescita dell’export nei mercati emergenti, unita al perenne e forte appeal del Made in Italy nel mondo, apre interessanti rotte commerciali a lungo termine.

Innovazione e transizione energetica
Nonostante le prudenze del momento, le distillerie italiane guardano al futuro con fiducia e determinazione: oltre il 75% delle imprese ha in programma investimenti mirati, puntando sull’innovazione dell’offerta e sul lancio di nuovi prodotti (32,2%) per intercettare i gusti emergenti.
Un ottimismo che poggia anche sulla solidità economica del comparto, i cui indicatori continuano a collocarsi stabilmente al di sopra della media industriale nazionale. Oltre alla qualità nel calice, il futuro della distillazione si gioca sulla sostenibilità e sull’economia circolare.

Bioetanolo
Durante l’Assemblea è emerso con forza anche il ruolo strategico del bioetanolo come alleato della transizione ecologica e della mobilità, una sfida che punta a valorizzare gli scarti agroalimentari del territorio e per la quale il Presidente di AssoDistil, Antonio Emaldi, ha chiesto alle istituzioni un quadro regolatorio certo per liberare tutto il potenziale energetico e occupazionale della filiera italiana:
«Il bioetanolo è una concreta opportunità per la distillazione italiana. Perché questo potenziale possa tradursi in investimenti, crescita e occupazione è indispensabile garantire alle imprese regole stabili e una visione di lungo periodo. Si tratta di una soluzione già disponibile, capace di contribuire alla transizione energetica e, allo stesso tempo, di rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale, valorizzando competenze industriali e risorse agricole che il nostro Paese già possiede»
Utilizzato in 19 Paesi dell’Unione, il bioetanolo è uno degli strumenti più efficaci per ridurre le emissioni nel settore dei trasporti, in particolare per le motorizzazioni a benzina e ibride, che in Italia sono passate dal 58,1% nel 2019 a circa il 70% nel 2025. In questo contesto, aumentare la componente rinnovabile delle benzine rappresenta una leva concreta e immediatamente disponibile per accompagnare la transizione energetica e contribuire agli obiettivi fissati dalla Direttiva europea RED III.
Paradossalmente, in Italia la quota di bioetanolo nelle benzine si attesta ad un livello di molto inferiore rispetto a quello adottato in molti Stati membri che già utilizzano miscele E10. Il risultato è un mercato nazionale che fatica a svilupparsi, mentre la maggior parte della produzione italiana di bioetanolo viene destinata ai mercati esteri, contribuendo al raggiungimento di quegli stessi nostri obiettivi di decarbonizzazione.

Siamo in un periodo fortemente altalenante: niente pare più importante dell’energia, ma le strategie sono legate agli interessi geopolitici mondiali che seguono le scie degli accordi internazionali e delle alleanze. Abbiamo visto come lo pseudo-diktat del Green Deal di qualche anno fa, oggi abbia perso quell’inerzia che spinse pochi anni fa la corsa agli investimenti.
Assodistil ci tiene a rimarcare di come il bioetanolo non sia una tecnologia del futuro, ma una soluzione già presente e si meraviglia – e noi con loro – di come si continui quasi a ignorarla.
Un errore che, magari a medio termine, verrà pagato (e non solo con moneta). Rinunciare a un’opportunità concreta per ridurre le emissioni e dipendenza energetica dal petrolio, significa anche togliere opportunità alla filiera industriale nazionale nonché allineare l’Italia alle best practice indicate dall’UE. Peccato solo che il quadro socio-politico ed economico oggi spinga in senso opposto. Domani chissà…
fonte: Assodistil
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