Contaminazioni tra orzo e uva: come fili che si intrecciano, la birra incontra la grappa. Ispirate dalla luna…
Una sola canzone, tante storie, come tanti piccoli fili che alla fine si riannodano tutti insieme.
[si legge, più o meno, in: 4 minuti]
Partiamo però, come sempre, da un sottofondo musicale.
Notte scura, notte senza la sera
notte impotente, notte guerriera
per altre vie, con le mani le mie
cerco le tue, cerco noi due.Spunta la luna dal monte,
spunta la luna dal monte.Tra volti di pietra tra strade di fango
cercando la luna, cercando
danzandoti nella mente,
sfiorando tutta la gente
a volte sciogliendosi in pianto.Un canto di sponde sicure
ben presto dimenticato
voce dei poveri resti di un sogno mancato.
Dovunque cada l’alba sulla mia strada
senza catene, vi andremo insieme.Spunta la luna dal monte…
Questo è un racconto che si ambienta a “cavallo” della “Linea dell’orzo e della vite” (o della birra e del vino), linea immaginaria che nel corso dei secoli ha diviso l’Europa a metà in base alle coltivazioni rese possibili dai fenomeni climatici.
Una parte meridionale, più calda, dove può svilupparsi la crescita della vite, e quindi dell’uva e dei suoi derivati: il vino in primis come fermentato e poi la Grappa, il Cognac, l’Armagnac e il Brandy dopo la distillazione.
Una parte settentrionale più fresca, dove cresce bene l’orzo che, opportunamente fermentato, produce la birra che distillata si trasforma in Whisky (e Vodka e altre acquaviti nordiche). Cose ben note per chi segue da tempo Spirito Italiano, che chiunque può recuperare e ripassare.

Due fili e una luna
Mondi separati, usanze diverse, bevute lontane ma sempre unite in virtù della comune base alcolica. Sono questi i primi due fili che cercheremo di annodare insieme, facendoci aiutare da qualcosa che li unisce dall’alto: quella stessa identica luna che, pur con visioni e angolature diverse, rimane sempre unica da qualsiasi parte la si guardi.
Una luna che fa capolino da sopra il monte e rappresenta la speranza. Luce che brilla anche nei momenti bui e difficili per dare forza a chi fa più fatica. Non solo al “Pastore errante dell’Asia” di leopardiana memoria, ma anche al montanaro e al contadino che semina l’orzo e pota la vigna nei campi.
La luna è sempre associata al buio della notte: ci aiuta a riflettere sul senso della vita, a vincere gli eterni dolori umani e a contemplare la pace e il silenzio della natura, in maniera transitoria, senza mai fornire risposte troppo precise alle nostre domande.

Primo filo: la grappa
La grappa rappresenta la quintessenza del mondo dell’uva, il tentativo di catturarne lo spirito interiore distillando le sue qualità migliori, che si identificano con gli umori custoditi a lungo nelle sue vinacce. Una grappa che si unisce alla luna nel ricordo delle vecchie distillazioni notturne, dopo cena, quando la famiglia e il vicinato si riunivano per la celebrazione annuale di questo rituale mistico, illuminati dalla luce dell’astro nel cielo a presagio di buoni favori.
Un tempo la grappa usciva piena, forte e ruvida, per scaldare l’inverno o risollevare dagli sforzi dei campi. Simbolo di potenza dura per pochi, bisognosa dell’amorevole assistenza planetaria lunare per potersi placare e avvicinarsi a tutto il genere umano.
Si usavano tante uve di tipo diverso, senza troppe preoccupazioni: tutto quello di cui si poteva disporre veniva sfruttato. Soprattutto, non c’era il tempo di metterla via o di conservarla a lungo: doveva scaldare e corroborare subito. Gli inverni erano freddi e lunghi, e la luce notturna nel cielo indicava la via ma non produceva calore.
Ma i tempi passano, il mondo evolve e la grappa trova il modo di crescere e, soprattutto, il tempo di riposare con calma in contenitori di legno per lunghi giorni e lunghe notti.

Grappa 18 Lune – Distilleria Marzadro
Così ritorniamo a un insieme di vinacce bianche e vinacce rosse, stavolta non prese a caso ma sapientemente scelte con cura e precisione per dare ognuna il proprio contributo armonico. Dopo la distillazione, il liquido riposa in botti di legni diversi per sfruttarne al meglio le peculiarità e gli apporti: rovere (vaniglia, spezie), ciliegio (dolcezza), frassino (eleganza) e acacia (morbidezza).
Cullata seguendo ritmi naturali e ancestrali per 18 lunghi mesi – che la poesia trasforma in 18 cicli lunari – nasce la 18 Lune, nome che campeggia sulle etichette delle bottiglie prodotte dalla Distilleria Marzadro a Nogaredo, in Trentino.
Un’esperienza distillatoria nata nel 1949 che si è perfezionata, ampliata e irrobustita nel corso degli anni. Tra i tanti percorsi guidati da una crescente competenza, la distilleria mantiene come punto di riferimento principale questa grappa stravecchia, simbolo della cultura, dell’evoluzione moderna e dello stato dell’arte della materia.
Si tratta di un filo lungo 18 giri di ruota in cui la luna pian piano è scomparsa per poi rispuntare lenta dietro il monte a illuminare e proteggere questo processo di maturazione, secondo un ciclo ben più chiaro e comprensibile di quello che chiamiamo mese.
La grappa così si trasforma e diventa più armonica, profumata, eterea ed elegante. Non più un semplice riscaldamento, ma un prodotto da degustare lentamente, sorso dopo sorso, seduti all’aperto in contemplazione verso quella luna che ha contribuito alla creazione di questo nettare inebriante, dal bellissimo colore ambrato che appaga la vista nella semioscurità.

…E il primo filo è in mano nostra.
Secondo filo: la birra
Il secondo filo è un intreccio che si interseca. Dovremmo dirigerci verso Nord per mantenere la rotta e oltrepassare la nostra “Linea”, ma viviamo in un mondo di commistioni e melting pot dove le condizioni climatiche cambiano e spostano le coltivazioni. Inoltre, per fare la birra non servono ingredienti che deperiscono subito e che vanno lavorati sul posto (come le vinacce), ma si possono reperire e trattare con i propri tempi.
In più, noi siamo Spirito Italiano, per cui ci fa piacere parlare dei nostri territori e dei nostri prodotti. Tanto più che, alla fine dello scorso millennio, anche in Italia è esploso il fenomeno della birra artigianale.
Moonshare & Mooncherry – Birrificio italiano
Tra i precursori abbiamo dal 1996 il Birrificio Italiano che, dopo aver aperto la strada e raggiunto la maturità, ha deciso di intraprendere percorsi in mondi diversi. È tornato così a tempi remoti, quando la birra veniva conservata esclusivamente in botti di legno. E sappiamo bene che quando si mette una bevanda alcolica a contatto con il legno possono riannodarsi fili che sembravano lontani.
Moonshare
Non è una semplice birra: è il racconto di un viandante notturno che si rivolge alla luna per illuminare il cammino. È un momento di pausa prolungata nel silenzio della notte, una meditazione corroborata da un elisir che è rimasto imprigionato per lunghi mesi in una botte che aveva appena ospitato la famosa grappa invecchiata per 18 fasi lunari.
L’unione con le doghe di legno ancora impregnate del distillato produce un amalgama forte, denso, potente e dorato. I suoi 10 gradi alcolici vanno centellinati a piccoli sorsi, perché la notte è lunga e i pensieri vanno meditati profondamente con lo sguardo rivolto verso l’alto.

foto: MB
Mooncherry
E quando la notte non vuole finire e si ha bisogno di spingersi oltre, alle note morbide e legnose della grappa si aggiunge un carico potente di ciliegie e una spinta funky di brettanomiceti (lieviti che aggiungono profondità con sensazioni acide e lattiche).
Ne nasce un pot-pourri cangiante: un attimo vaniglia e subito dopo aceto balsamico, poi tabacco, cuoio, liquore e frutta sotto spirito. Intanto la luna continua a farci compagnia accompagnando il lento scorrere del tempo.

…E anche il secondo filo è stretto nell’altra mano.
Due fili, tanti percorsi
I fili spaiati si possono ora aggrovigliare per bene: la birra si fortifica e ammicca al liquore, mentre il distillato si fa scoprire in una dimensione di degustazione nuova. I fili sono ormai diventati un gomitolo.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.da “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi
foto: Paolo Bini ©, Mauro Bonutti
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