Distillerie prestigiose, natura incontaminata e persone speciali: un luminoso viaggio a Islay, regno dei whisky torbati.
Nella mia prima esperienza in terra scozzese, alle Isole Orcadi, le due sole distillerie di whisky presenti hanno fatto da contorno a un itinerario principalmente incentrato su meraviglie naturali e siti archeologici.
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Il secondo viaggio ha avuto come destinazione l’isola di Islay, la “regina delle Ebridi”, più precisamente la più meridionale delle Ebridi Interne; in questo caso, una tabella di marcia focalizzata proprio sul re dei distillati e la sua produzione, con un ritmo serrato da due o tre distillerie al giorno che talora ha assunto i contorni di una vera e propria sfida.
Non poteva essere diversamente, trattandosi della terra d’elezione dei whisky torbati, con undici distillerie attive e una in costruzione, con nomi ormai assurti a mito per moltissimi appassionati (quali Laphroaig e Lagavulin, per citarne solo due). Ma non è stato solo l’aver potuto varcare la soglia di questi templi dello Scotch whisky a regalarmi emozioni uniche e incancellabili, e a farmi lasciare un pezzo di cuore su questo fazzoletto di terra, semisconosciuto a quasi tutti i non addetti ai lavori.

La magia dell’isola, oltre il malto
Minuscoli centri abitati adagiati su placide e suggestive baie, strade lunghe e strette che fendono distese di terra brulla e selvaggia, un rigenerante senso di pace che solo i luoghi ancora scevri da ritmi frenetici e stili di vita impegnativi sanno infondere, la giovialità e il senso dell’ospitalità degli abitanti che regalano speranza sulla possibilità che i rapporti umani si fondino ancora sulla spontaneità.
E non manca la possibilità di concedersi piccoli lussi (è pur sempre, a suo modo, un luogo di vacanza), come il Lucci’s Bar e la sua strabiliante carta dei whisky, e deliziosi localini dove gustare ostriche e scampi.
La buona stella che accompagna i viaggi tematici organizzati da Whisky Club Italia ci ha, inoltre, donato per buona parte della vacanza una merce rara quale il sole, che qui fa assumere a cielo e mare un colore turchese intenso e abbagliante, e ci ha consentito di godere appieno di siti e panorami naturali di incredibile bellezza.

Fra questi, la sconfinata spiaggia di sabbia bianca di Machir Bay, la suggestiva camminata panoramica (con annessa compagnia di gruppi di mufloni) fino al Mull of Oa (monumento a forma di faro eretto dalla Croce Rossa statunitense in memoria dei soldati morti nella Prima Guerra Mondiale a seguito dei naufragi delle navi Tuscania e Otranto), con vista mozzafiato sull’unica scogliera di Islay, e l’emozionante tramonto fra le rovine del Finlaggan Castle, residenza principale dei Lords of the Isles, che governarono gran parte della Scozia Occidentale e delle Ebridi tra il XII e il XV secolo.
Sul gradino più alto del podio (complice il sole che, in quel giorno, ha dato il meglio di sé), si colloca la vista sul Sound of Islay, lo stretto di mare che separa Islay dall’isola di Jura, con le sue colline più alte (Paps of Jura) a suggellare una scena da copertina, che nulla ha da invidiare ad altre location più blasonate.
Non solo un paradiso del whisky, dunque. Tantomeno in questo difficile periodo per il comparto alcolico nel suo complesso, che non sta risparmiando neppure i grandi nomi del distillato di malto d’orzo.

Incertezze e prospettive
Stop temporanei a lavori di ampliamento e nuove installazioni già programmati, riduzione delle giornate lavorative, accorpamento delle attività produttive e di accoglienza fra distillerie dello stesso gruppo, esuberi di personale: alcune distillerie hanno dovuto adottare drastiche decisioni di questo tipo per fronteggiare il calo delle vendite.
Situazione problematica di per sé, ancora di più se l’attività economica in questione è la principale del territorio, giungendo quasi a costituirne l’identità, in un rapporto di simbiosi radicato da secoli, e ancora nettamente percepibile dalle parole dei lavoratori del comparto e del relativo indotto.
Nonostante questo quadro non proprio roseo, i frutti di investimenti e progetti pluriennali programmati in tempi meno sospetti devono comunque vedere la luce. Ecco che, ad aprile, sono partiti ufficialmente gli alambicchi di Laggan Bay, che viene ad essere l’undicesima distilleria attiva di Islay, e rilascerà i primi whisky torbati della gamma produttiva di Ian Macleod Distillers (uno dei pochi gruppi proprietari di distillerie interamente scozzese).

E stanno giungendo al termine i lavori di costruzione della dodicesima azienda, Portintruan, faraonico progetto dei fratelli indiani Singh, esponenti di spicco del panorama degli imbottigliatori indipendenti. Una realtà produttiva per molti aspetti all’avanguardia, ma al contempo volta al recupero della tradizione, prevedendo, ad esempio, il maltaggio dell’orzo per buona parte in casa (processo che, su Islay, attualmente svolgono soltanto Laphroaig, Bowmore e Kilchoman).
Tanti dubbi e preoccupazioni sorgono in relazione alla tempistica con cui queste nuove realtà si affacciano al panorama produttivo del whisky. Di certo, entusiasmo e un pizzico di follia non mancano su quest’isola (si pensi al gruppo di ragazzi che produce l’Islay Rum in un unico capannone che funge da distilleria, magazzino e negozio), e si auspica che questo possa supportare, e venga ricompensato da, una prossima inversione di tendenza.

Islay’s whisky
Venendo all’aspetto maggiormente didattico della vacanza, le distillerie hanno in comune molti aspetti del processo produttivo, e in quasi tutte si possono ammirare quei bianchi magazzini di invecchiamento, con scritte a caratteri cubitali, letteralmente lambiti dalle acque, che costituiscono le immagini-simbolo di Islay. Ma ogni distilleria possiede propri tratti peculiari per cui farsi ricordare e amare, tanto da rendere questo tour unico e indimenticabile.
La storia e il prestigio che si respirano in ogni angolo di Laphroaig, che da poco può fregiarsi del nuovo Royal Warrant (stemma reale che la distilleria può utilizzare nella propria attività commerciale in qualità di fornitore continuativo della Corona), il primo rilasciato da Carlo III in veste di re, e l’atmosfera festosa e hippie di Kilchoman, l’unica farm distillery dell’isola (che coltiva direttamente la maggior parte dell’orzo utilizzato nella produzione).

Gli iconici alambicchi a forma di pera e l’elegantissima sala degustazione di Lagavulin, e l’emozione provata a Bowmore (unica distilleria in pieno centro abitato) nel toccare con mano i chicchi di orzo in piena fase di emissione delle radichette che lo trasformeranno in malto.
L’accoglienza e la cura impagabili riservateci dallo staff di Ardbeg (con tanto di degustazione dell’imbottigliamento riservato ai membri del comitato degli appassionati, l’Ardbeg Ten Cask Strength alla rispettabile gradazione di 61,7%), e la visita a Bunnahabhain, iniziata in raccoglimento dinanzi al commovente panorama sul Sound of Islay, e terminata all’insegna di canti accompagnati da chitarra dopo la degustazione di cinque campioni spillati dalle botti nel mitico magazzino n. 9.

Il ritorno sulla terraferma si stava già ammantando di malinconia, ma la buona stella non ci ha abbandonato, conducendoci un sabato pomeriggio alle 17 (orario decisamente di punta per le abitudini scozzesi) in un tipico pub nella cittadina di Tarbert, mentre si stava svolgendo l’incontro di rugby del Sei nazioni fra Italia e Inghilterra.
Scozzesi di tutte le età hanno supportato con foga i nostri colori e si sono uniti ai festeggiamenti per la vittoria, con tanto di dispiegamento dell’enorme tricolore che accompagna fedelmente tutte le spedizioni di Whisky Club Italia.

Un degno arrivederci a questa terra del cuore, all’insegna di uno spaccato di vita quotidiana locale intriso di quella genuina convivialità di cui, forse, dovremo tornare a fare esperienza più spesso.
Slàinte!
Foto: Sara Comastri ©
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