Il Chianti DOCG è ufficialmente anche “rosé”. Entrano in vigore le modifiche al disciplinare su vitigni e sottozone.
Partiamo da una considerazione ormai indiscutibile e sancita: il vino rosa ha completato la sua metamorfosi economica e culturale.
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Alla nostra mente sembrano ormai lontanissimi i tempi – in realtà non così remoti – in cui il rosato era considerato un prodotto di seconda/terza fascia, un’alternativa ancillare e priva di una precisa identità, buona tutt’al più per chi non sapeva decidere fra i classici colori o addirittura considerato (dai non addetti ai lavori) un possibile “mescolone”.

Oggi il segmento dei rosati è una realtà affermata e solida, trainata da dinamismo nei consumi, piacevolezza e un forte appeal internazionale anche per l’abbinamento in tavola. Non stupisce, quindi, che anche i giganti della tradizione vinicola italiana scelgano di rimodulare le proprie regole per presidiare questo mercato.
L’approvazione ufficiale del MASAF in G.U. 134 del 12/6/26, ha dato il via definitivo alla tipologia Chianti Rosé DOCG modificando il già recente disciplinare di produzione.
Oggi, quindi, “rosa è bello” e – come si augurano tutti – rosa è più vincente sui mercati. Ne sanno qualcosa i massimi esperti di vendita, quelli del Prosecco DOC che, fra “urla e stracciamenti di vesti” degli esperti, hanno introdotto un annetto fa l’utilizzo del Pinot nero per aggiungere appeal e spendibilità ai propri spumanti.
Certo, le motivazioni non sono proprio le stesse, ma questo parallelismo inverso ha unito le strategie di posizionamento delle due denominazioni sullo stesso colore:
- step verso l’alto: il Prosecco DOC ha compiuto una mossa ascensionale. Partendo da una base spumante molto accessibile e dai grandi volumi, la denominazione veneto/friulana ha usato il rosa per provare a “premiumizzare” l’offerta, intercettare fasce di prezzo più alte e dare un tocco di esclusività al brand. Da aggiungere che, a nostra sensazione, continuerà l’ottimo trend dello charmat rosa all’estero;
- step verso il basso: il Chianti DOCG pare muoversi sulla direttrice opposta. Partendo dal posizionamento storico di un rosso comunque importante e tradizionalmente legato ai pasti, la Toscana dei “lovers” scende a presidiare il segmento della pronta beva e dell’aperitivo. Non riteniamo si tratti di una svalutazione, bensì di un ampliamento della base della piramide per alleggerire l’immagine del marchio e intercettare occasioni di consumo finora precluse, specialmente nei mesi caldi. Da aggiungere che, a nostra sensazione, potrebbe essere il mercato nazionale (soprattutto regionale) quello che potrebbe dare maggiori soddisfazioni almeno fino al 2030.

Un rispettoso compromesso per il mercato
L’operazione è un significativo aggiornamento del disciplinare degli ultimi anni, che ridefinisce le tipologie rivendicabili, la base ampelografica e la geografia della denominazione. A spiegare la logica dietro la svolta, è stato lo stesso Consorzio Vino Chianti, attraverso le ultime dichiarazioni del presidente Giovanni Busi:
«Queste modifiche rappresentano il punto di equilibrio tra identità e innovazione. Da una parte continuiamo a difendere gli elementi che hanno reso il Chianti uno dei vini italiani più conosciuti nel mondo; dall’altra introduciamo strumenti che consentono alle aziende di affrontare con maggiore efficacia le sfide del mercato e del cambiamento climatico.
Il nuovo Rosé ci permette di entrare in un segmento in espansione, tanto più in un periodo particolare come quello estivo in cui solitamente il Chianti subisce un naturale rallentamento nelle vendite. Questo nuovo disciplinare è il risultato di un lavoro condiviso con la filiera che guarda al futuro senza rinunciare alla nostra storia».

Cosa cambia
Menzione e sottozona
Il testo della modifica ha riorganizzato le tipologie che, d’ora in avanti, potranno così essere commercializzate:
- “Chianti” (con o senza sottozona);
- “Chianti” Riserva (con o senza sottozona);
- “Chianti” Rosé (con o senza sottozona);
- “Chianti” Superiore.
Accanto alla novità del Rosé, la mappa geografica si è allargata ufficialmente a 8 sottozone: Colli aretini, Colli fiorentini, Colli senesi, Colline pisane, Montalbano, Montespertoli e Rufina, Terre di Vinci), tutte eventualmente da menzionare senza il prefisso Chianti, ma solo in aggiunta sotto al nome della denominazione principale (per intendersi: non più Chianti colli aretini, ma Colli aretini).
Flessibilità: il Sangiovese scende al 60%
L’altro asse portante della riforma modifica l’Articolo 2 sulla base ampelografica dei vigneti. Ad eccezione della tipologia Rosé, la percentuale minima di Sangiovese richiesta scende a una forbice che va dal 60% al 100% (il limite precedente partiva dal 70% e per i Colli senesi dal 75%).
Si tratta di una scelta evidentemente orientata alla flessibilità tecnica: con una quota minima del 60%, i viticoltori avranno più margine per gestire gli effetti del cambiamento climatico e calibrare i blend a seconda dell’annata, ferma restando la libertà di produrre versioni in purezza.
Per i vitigni complementari, il nuovo disciplinare mantiene fermi alcuni tetti massimi, inserendo però un importante distinguo territoriale:
- Vitigni a bacca bianca: limite massimo confermato al 10%.
- Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon: limite massimo generale fissato al 15%.
- L’eccezione dei Colli Senesi: Nei Colli Senesi, la presenza dei due Cabernet viene blindata a un massimo del 10% complessivo o singolo. Un vincolo che punta a preservare un profilo sensoriale più tradizionale e strettamente legato al territorio d’origine rispetto al resto della denominazione.
Tutela e trasparenza
È diventato obbligatorio ottenere il certificato di idoneità dell’Organismo di Controllo prima del trasferimento delle partite di Chianti e Chianti Superiore destinate alla commercializzazione. È inoltre prevista la comunicazione preventiva allo stesso organismo per il trasferimento di vino nuovo ancora in fermentazione destinato alla DOCG.

Per i tempi che corrono, questa importante revisione ci trova tutto sommato convinti. Il Chianti rimane nell’immaginario collettivo un vino dal consumo facile e immediato e, con l’ampiezza e l’eterogeneità del suo territorio, pensiamo riuscirà molto meglio a garantire piacevolezza e qualità d’insieme “scendendo di uno scalino” e non tentando di salirlo (almeno da disciplinare “nero su bianco”). Servirà, come sempre, un grande senso di responsabilità da parte di tutti i protagonisti.
PS: per avverare la nostra profezia del 1° aprile 2023 manca ancora qualcosina, ma la strada intrapresa è quella giusta. Oh, si scherza… il vino è anche convivialità e da oggi, per il Chianti, ancora di più.
fonte: Uff stampa Consorzio vino Chianti
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