Viaggio in 3 tappe alla scoperta della birra belga e della sua cultura-patrimonio UNESCO. Bruxelles e il lambic.
BESTEMMING BELGIË
Che idea avete del Belgio? Ci siete mai stati? Conoscete? A livello politico è certamente considerata la capitale di tutti noi: sede di Commissione, Consiglio, e di parte del Parlamento UE.
[si legge, più o meno, in: 5 minuti]
Il Belgio non può essere però solo ridotto a mero riferimento istituzionale, ci sono città come Anversa (centro mondiale del diamante, polo della moda e snodo commerciale europeo già fondamentale nel medioevo), Liegi (nota per la cultura e la gastronomia), Gand (pittoresco centro universitario nel cuore delle Fiandre) e ancora Bruges (la Venezia del Nord famosa per il suo centro storico medievale intatto e Patrimonio UNESCO).
Un paese crocevia, dove si alternano 3 lingue e dove è corretto chiamarlo sia Belgien, che Belgique, che België. È proprio quest’ultimo il nome più diffuso, visto che circa il 60% della popolazione parla fiammingo. Nel nostro titolo, ne abbiamo non a caso riportato un sostantivo: bestemming, che significa meta, destinazione. Perché noi ci siamo stati recentemente in Belgio e non per la politica.
Un viaggio concentrato alla scoperta di una pregiatissima bevanda che qui ha una storia tutta sua e identitaria (Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità UNESCO dal 2016). Si parlerà di birra in tre puntate, con il racconto di Luigi Zurolo e la sua esperienza fra tradizioni, assaggi e curiosità dei luoghi. Partiamo, comunque, da Bruxelles e benvenuti nel cuore dell’Europa, dove ogni bicchiere ha una storia da raccontare. Buona lettura.
[la redazione]

Destinazione Belgio: viaggio di birra in 3 tappe
La cultura della birra può percorrere molte strade, ma nulla eguaglia l’emozione di berla lì dove nasce. Per questo vi portereremo con noi in un viaggio verso una terra che è stata ed è ancora storia pura: Bestemming (destinazione) België.
Chi è appassionato di birra non può non andare almeno una volta in Belgio in un viaggio che abbia come tema appunto la birra. Ogni zona, ogni strada, ogni angolo trasuda di storia e aneddoti, anche perché ricordiamo che la tradizione brassicola belga è ben più antica della nostra Italiana, addirittura millenaria perché la produzione di birra belga risale al Medioevo con origini monastiche, quando i monaci producevano birre per puro sostentamento.
E quale migliore viaggio sarebbe se non quello guidato da Lorenzo Kuaska Dabove, il massimo esperto di birra (belga e non solo): Het Prins van het Pajottenland, il principe del Pajottenland [1].
Kuaska organizza due volte l’anno un viaggio in Belgio alla scoperta di alcuni tra i birrifici storici della regione di Bruxelles e delle Fiandre, entrambi i viaggi vertono in occasione del Brassin Public di Cantillon, la più storica e rinomata cantina quando si parla di lambic.
Il viaggio interessa un weekend lungo nei periodi di novembre e febbraio, quando rispettivamente inizia e finisce la produzione di lambic, produzione che ha bisogno di temperature invernali rigide per favorire le fasi di raffreddamento e fermentazione naturale del mosto e evitare contaminazioni da batteri indesiderati che possono proliferare a temperature più alte.

Bruxelles e i suoi dintorni
1) Zinneke…
Siamo partiti dalla storica Brasserie de la Senne, birrificio che ha lasciato un segno nella storia brassicola belga spingendosi su birre diverse dai soliti canoni belgi: appunto birre amare e con molto utilizzo di luppolo.
Il birrificio nasce dall’incontro casuale tra Bernard Leboucq e Yvan de Baets durante la Zinneke Parade, parata folkloristica delle associazioni sociali e culturali di Bruxelles. Bernard, la mente visionaria, e Yvan, l’anima scientifica e pragmatica: due personalità diverse ma complementari, unite dalla voglia di scuotere il panorama birrario di Bruxelles, all’epoca dominato da birre troppo zuccherine e ad alta gradazione.
All’epoca non c’erano birrifici attivi a Bruxelles tranne Cantillon che però si dedicava al lambic, quindi un prodotto diverso dalla versione “prototipo” della birra ideata da Bernard (diventata poi la Zinnebir) e dal concetto comune ad entrambi, Bernard e Yvan, di fare birre a minor gradazione.
Bernard inizialmente faceva birra in beer firm andando a brassare da De Ranke, si alzava presto il mattino e rientrava la sera perché non aveva soldi per rimanere a dormire in zona. De Ranke aveva però già cominciato anch’esso a lavorare con i luppoli freschi e quindi l’ambiente di lavoro era un po’ ostico per Bernard, finché non trovò una location perfetta per mettersi in proprio nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles dove nasce Brasserie de la Senne: è l’anno 2010 e rimarrà qui fino al 2019. Nel 2020 si trasferiranno nell’attuale stabilimento di Tour & Taxis per andare in contro alla maggior produzione e domanda di mercato.

All’inizio fu un po’ difficile convincere la gente a bere altro rispetto a ciò che erano soliti bere abitualmente[2], però il fatto di essere comunque in una città cosmopolita ha spinto sempre di più l’approccio a queste birre più moderne: probabilmente se fossero stati in mezzo alla campagna, non avrebbero avuto questo successo. E non da meno è stato il lavoro di Bernard che, con il suo essere molto affabile, ha fatto un lavoro grandioso di contatti umani.
Sia Bernard che Yvan sono stati sempre ossessionati dalla qualità sin dall’inizio, soprattutto Yvan che infatti prese in mano la produzione; voleva fare la birra bene, cioè avere un prodotto stabile! Questo perché il birrificio artigianale era carino e “coccoloso”, però senza qualità e stabilità diventava difficile inserirsi nella ristorazione. Yvan, ancora oggi, ha “l’ultima parola” su tutto ciò che riguarda la produzione nonostante ci siano all’attivo 4 o 5 birrai in produzione.
Nel 2020 Brasserie della Senne faceva doppia cotta 7 giorni su 7 a Molenbeek con un impianto da 20hl, quindi 40hl al giorno. L’impianto attuale è tre volte più grande, quindi con una capacità di 60hl utilizzati ancora in doppia cotta, semi automatico e moderno per garantire una produzione precisa e di qualità come Yvan vuole, per un totale produzione di 17000 hl.

Nonostante il nuovo impianto ci hanno raccontato come alcune parti del processo sono intenzionalmente ancora manuali proprio per garantire l’altissimo livello qualitativo, come per esempio l’aggiunta dei luppoli, legati ai loro territori di origine (si pensi che Yvan, quando può, va di persona in Slovenia e Germania a raccoglierli). Il tutto si affianca a una selezione di materie prime di qualità con filiera diretta senza rivenditori come: acqua di Bruxelles non trattata (eccetto per la Pils) e i malti selezionati della famosa malteria Dingemans. Le birre vantano anche la certificazione bio.
Ultimo ingrediente, non meno importante: il lievito a cui Yvan tiene molto. Il lievito, segreto, è stato preso inizialmente da un birrificio belga antico e tradizionale, poi ovviamente è evoluto diventando il lievito del birrificio, un lievito super resistente che lavora a temperature molto alte e che viene riutilizzato fino a 25 cotte.
Anche i fermentatori sono stati disegnati da Yvan in persona così che potesse decidere quale era la proporzione giusta per il suo lievito: fermentatori con una forma più larga del solito per consentire al lievito di lavorare su di una superficie maggiore di contatto con il mosto, e con maggiore headspace, spazio vuoto tra la superficie del mosto e il tetto, dove il lievito ad alta fermentazione lavora. Sono inoltre presenti propagatori di lievito per preparare il lievito prima della fermentazione.
«Io sono l’umile birraio che fa il mosto, è il lievito che fa la birra»
Una bella quanto audace storia, un po’ come da prassi in Belgio dove la birra è sempre stata qualcosa di culturalmente importante. Sarebbe stato bello vedere Bernard e Yvan su quella panchina mentre facevano conoscenza assaggiando la loro futura nuova birra!

Assaggi da Brasserie de la Senne
Dopo un po’ di storia il nostro palato reclama sostanza liquida, la nostra selezione parte da una freschissima Taras Boulba.
- Taras Boulba
- Una Extra Hoppy Ale da 4,5 gradi alcolici. Come la definisce Marta: praticamente una Pils ad alta fermentazione, perché fatta con 100% malto Pils e luppoli nobili tedeschi.
Taras Boulba è l’eroe di un romanzo di Gogol, scrittore russo autore di un romanzo in cui è protagonista un eroe (di origine ucraina che, ironia, combatte assieme ai cosacchi russi contro i polacchi) in una guerra religiosa ortodossi contro cattolici. Taras Boulba ha due figli, e nel romanzo di Gogol li porta in guerra ma uno di loro si innamora di una polacca. E Taras Boulba lo ucciderà perché si è innamorato del nemico.
Il romanzo è stato però “rivisto” in una versione completamente delirante che Bernard ha inventato con il grafico interno Jean Gowarz (cugino di Bernard), raffigurato in etichetta. Qui “Rosso di collera” cerca di uccidere suo figlio con un fusto di birra, Taras Boulba è brussellese di lingua fiamminga che grida “Smeirlap” perché vuol insultare suo figlio che si è innamorato di una ragazza vallona, quindi di lingua francese (non fiamminga).
Al naso è fragrante, super crispy, note floreale erbacee, fiori bianchi, sentori speziati derivati dagli aromi di fermentazione. Entra subito amara, bel corpo nonostante i suoi esili gradi, amaro che poi svanisce subito grazie a una chiusura molto secca, ma tanto fresca, che ripulisce subito il palato invitando al sorso successivo.
Un aneddoto simpatico circa la Taras Boulba: Bernard, per dare il buon esempio ai giovani ed educare al bere moderato, usava preparare un bicchiere con dentro metà Taras Boulba e metà acqua frizzante e la chiamava la “Petit Boulba“, che significa la piccola Boulba. Quando tre anni fa il birrificio decise di produrre una birra a bassissima gradazione si sono chiesti come chiamarla. E Bernard ricordandosi questo aneddoto di 15 anni prima, di questo mix di Taras Boulba alleggerita, decise di chiamarla Petit Boulba. Ovviamente questa birra non è affatto una Taras Boulba diluita ma una birra appositamente brassata con un grado alcolico di appena 2,5%.
- Una Extra Hoppy Ale da 4,5 gradi alcolici. Come la definisce Marta: praticamente una Pils ad alta fermentazione, perché fatta con 100% malto Pils e luppoli nobili tedeschi.

- Zinnebir
- La loro storica e famosa Belgian Pale Ale da 5,8%. Il nome deriva da Zinneke (Zinne), il nome fiammingo del fiume Senna (-ke è il suffisso per “piccolo”). Col tempo la parola ha assunto il significato di cane randagio, cane di strada, gli animali che rovistavano lungo le rive e che, magari, da piccoli erano pure destinati a finirci dentro.
Fondamentalmente, è un modo in cui gli abitanti di Bruxelles si sono sempre definiti, quali dei randagi e dei cani un po’ imbastarditi. Il concetto dialettale è talmente radicato nella cultura che non a caso esiste anche una statua, la Zinneke Pis, che raffigura un cane con la gamba alzata che fa pipi. Statua che fa parte del “trittico” di statue “che fanno pipi” a Bruxelles, oramai rappresentative: Manneken Pis, il famoso bambino, e Jeanneke Pis che invece è una ragazza.
Quindi Zinnebir è la birra degli Zinneke: la birra degli abitanti di Bruxelles. In etichetta c’è un’immagine molto utopica della città di Bruxelles in cui splende il sole ed è raffigurata la Senna, che è il fiume che attraversava la città che però adesso è completamente coperto per ragioni di salubrità e di salute pubblica.
La birra al naso presenta delle note già più affabili, più fruttate e più morbide: mango, albicocca, frutta a pasta gialla. Meno fragrante, una componente di malto più potente visto che la birra raggiunge un tenore alcolico più alto della precedente, malto pale. Luppoli sloveni che conferiscono note erbacee e floreali. Attacca più morbida in bocca, quasi dolce, poi arriva l’amaro e persiste di più rispetto alla precedente.
Una birra da un carattere simbolico molto forte visto che è stata la prima del birrificio, però anche perché è una birra molto popolare, ben equilibrata, non troppo leggera né troppo forte, non troppo amara ma nemmeno troppo zuccherina.
- La loro storica e famosa Belgian Pale Ale da 5,8%. Il nome deriva da Zinneke (Zinne), il nome fiammingo del fiume Senna (-ke è il suffisso per “piccolo”). Col tempo la parola ha assunto il significato di cane randagio, cane di strada, gli animali che rovistavano lungo le rive e che, magari, da piccoli erano pure destinati a finirci dentro.

- Jambe-de-Bois
- Chiudiamo con una Hoppy Triple da 8 gradi alcolici. Una birra molto maltata, malto Pils di nuovo ma in quantità maggiore con una piccola percentuale di zucchero (tecnica che viene usata anche da altri birrifici belgi per fare le Triple, la ragione è per aver più zucchero svolto dal lievito senza aumentare troppo la quantità di malto e creare una birra con una beva troppo difficile).
Al naso arrivano aromi fruttati: ananas, frutta tropicale, pera, banana, che trovano riscontro in bocca dove risulta essere molto secca grazie alla sua alta attenuazione, questo rende la beva molto facile nonostante i suoi alti gradi alcolici.
Riguardo la storia del nome e l’etichetta, Jambe de Bois era il soprannome di un eroe della Rivoluzione belga, il signor Charlie, che si dice avesse una gamba di legno e si dice avesse combattuto contro gli olandesi, e vinto accendendo il cannone con l’aiuto della sua gamba di legno.
Il nesso con la Rivoluzione belga? Perché la prima Jambe de Bois che è stata prodotta dal birrificio, terza birra nata in birrificio, aveva un grado plato[3] di 18,30 gradi. Bernard, sempre assecondando le sue fantasie deliranti, associò istintivamente il grado plato all’anno della Rivoluzione belga: il 1830!
In etichetta quindi è stato raffigurato il signor Charlie con la sua gamba di legno seduto sul suo cannone e con i suoi soldati, mentre va alla vittoria contro gli olandesi che sono dall’altra parte in perdita.
Fino a poco tempo fa l’etichetta riportava anche un asterischino che rimandava a una frase che assicurava (ovviamente scherzando) che nessun olandese fosse stato maltrattato. Ora è stata tolta per dare spazio alle sempre maggiori informazioni richieste in etichetta dalla legge, senza sacrificare i disegni.
- Chiudiamo con una Hoppy Triple da 8 gradi alcolici. Una birra molto maltata, malto Pils di nuovo ma in quantità maggiore con una piccola percentuale di zucchero (tecnica che viene usata anche da altri birrifici belgi per fare le Triple, la ragione è per aver più zucchero svolto dal lievito senza aumentare troppo la quantità di malto e creare una birra con una beva troppo difficile).
Un bell’inizio per il primo giorno di viaggio, una storia al contrario partendo dalla modernità e dalla rivoluzione della tradizione, il tutto per prepararci alle tappe successive. Saranno giorni in cui entreremo nel vero fulcro di questo viaggio, a partire dallo speciale Brassin Public presso Cantillon.

2) Le temps ne respect…
Le temps ne respecte pas ce qui se fait sans lui
Anderlecht, un sobborgo, un comune appartenente alla regione di Bruxelles-Capitale, limitrofo al comune di Bruxelles stesso. Qui esiste un posto magico, o meglio un posto dove continua ad avvenire una magia misteriosa sin dagli inizi del 1900: la famosa brasserie Cantillon.
Il solo fatto di essere appena oltre la linea di confine della città di Bruxelles ha permesso al birrificio di esistere ancora e poter raccontare questa, come tante altre storie su di esso, perché quando durante la grande crisi dopo la Seconda guerra mondiale che decimò i produttori di lambic (circa 140 tra produttori e assemblatori al tempo) Cantillon fu tra i pochi a salvarsi grazie al borgo mastro di Anderlecht che, non seguendo le direttive politiche di Bruxelles, la mantenne aperte, anzi nel 1974 decise di stanziare anche dei fondi per fondare quello che è l’attuale Museo della Gueuze, che coincide con la location del birrificio Cantillon.

All’inizio del 1900, Cantillon apriva grazie a Paul Cantillon e sua moglie Marie Troch, figlia di un fantastico produttore di lambic, di Lembeek che – così pare – sia la città che abbia dato appunto il nome al lambic. Al tempo nascevano come assemblatori di lambic: assemblavano e vendevano le loro produzioni ai bar e ai cafè. La produzione vera e propria comincia intorno al 1938 quando Cantillon acquistò il suo primo impianto e iniziò a produrre il proprio lambic.
Nel 1968 il birrificio si trovò sull’orlo del fallimento a causa dell’avvento sempre maggiore delle birre lager e il consumo sempre minore delle Gueuze, anche a Bruxelles. La fortuna però volle che proprio lì vicino si erano innamorati Jean Pierre Van Roy e Claude Cantillon, lei nipote di Paul e unica erede al tempo del birrificio.
L’arrivo di Jean Pierre fu decisivo per la storia del birrificio. Jean Pierre non sapeva nulla di birra ma era un ragazzo brillante, fece una carriera velocissima fino a diventare un manager stimato di Philips, casa editrice, dove si occupava di compilation: sapeva tutto di musica dell’epoca. Il momento decisivo avvenne in una notte drammatica nel 1971, quando suo suocero Marcel (il figlio di Paul) con le sorti di Cantillon che parevano segnate, gli propose di prendere in mano il birrificio ormai sull’orlo della chiusura.
Jean Pierre trascorse una notte feroce, insonne, ma decise clamorosamente di lasciare il lavoro ed è stato proprio grazie alla sua decisione a alla sua straordinaria capacità, che oggi possiamo visitare questo posto unico.
Un normalissimo edificio in Rue Gheude che si nota a stento finché non leggi il nome sulla facciata. Varcata la soglia, si capisce subito di entrare in un regno fatato: i sensi sono inebriati dagli aromi di lambic che impregnano ogni angolo, ogni mattone, ogni oggetto all’interno di questo storico edificio.

Il Brassin Public è la prima (o l’ultima) cotta della stagione. Vengono aperte le porte al pubblico ed è possibile assistere a tutte le fasi produttive di questo famoso prodotto a marchio Cantillon. In occasione di questa giornata di festa il birrificio organizza tour in tutte le lingue a ciclo continuo durante tutto il giorno. Il nostro tour era speciale: avevamo la miglior guida che ci si possa aspettare qui: Kuaska, figlio adottivo di Cantillon[4].
La visita parte con le raccomandazioni del caso: attenzione a dove si mettono i piedi, attenzione a non far scappare il “morto”, attenzione a qualche batterio di troppo che non ci si aspetti. Che raccomandazioni strane! Ma che addirittura diventeranno lecite e si comprenderanno quando si osserverà con i propri occhi cosa succede in questo posto fatato.
Il lambic non è birra, il lambic è lambic.
Esistono produttori di lambic, come Cantillon, e anche altri fra cui (tanti) assemblatori che acquistano il mosto dai produttori e, mettendolo nella propria cantina, creano le loro produzioni tipiche. Tipiche perché il lambic nasce con questa misteriosa fermentazione spontanea che si attiva grazie all’ambiente circostante, dove sono presenti ceppi di batteri delle famiglie dei Lactobacillus e dei Pediococcus, più i lieviti indigeni della famiglia dei Brettanomyces.

Ogni cantina ha i propri che vivono e si propagano negli anni e che permettono questa misteriosa magia che è la fermentazione spontanea. Una specificità che dà poi l’impronta tipica del produttore/assemblatore. Tale sortilegio non potrebbe accadere in posti “non contaminati”.
Il lambic è una bevanda che si conosce sin dal 1500, composta dal 30% di frumento crudo e la restante parte di malto d’orzo.
In Cantillon si utilizza il 65% di malto e 35% di frumento crudo. La produzione del mosto è simile a ogni altra tipologia di birra, la luppolatura tipica perché viene usato tendenzialmente un luppolo Suranné vecchio, che può avere dai 3 fino anche ai 7 anni. Il motivo è perché Cantillon non lo usa né per l’amaro e né per l’aroma come ci si aspetta di consueto, ma esclusivamente per le sue proprietà antiossidanti, disinfettanti e conservanti.
A bollitura del mosto raggiunta, esso arriverà nella vasca di raffreddamento (coolship) all’ultimo piano dello stabile per raffreddare tutta la notte prima di essere spostato nelle botti in cantina, quell’ambiente dove si rinnoverà l’antica magia.
Ecco, la coolship di Cantillon è una delle più belle che esista ancora, comprata usata nel 1937 e prodotta tutta in rame senza nessuna saldatura, interamente battuta a mano. In Italia solo quattro birrifici posseggono una coolship: Collerosso, Monpier de Gardenia, Sieman, Cantina Errante.

Durante la visita abbiamo il privilegio di assaggiare il mosto direttamente dal tino prelevato da Jean, il figlio di Jean Pierre. Un succo di frutta dolce e bollente, come ci si aspetta, anche perché l'”incantesimo” avverrà solo dopo. Il solo fatto di poter bere quello che sarà uno dei più famosi lambic della storia è il privilegio di avere come guida Kuaska. Successivamente ci viene concesso il secondo privilegio di gettare il luppolo in questa ultima cotta di questa stagione (ci saranno altre 10 cotte anche nei giorni successivi, ma questa è quella che viene identificata come ultima in occasione del Brassin Public), finalmente poi raggiungiamo la bottaia, dove gli occhi si emozionano a vedere i lambic a riposare mentre avviene quella famosa magia.
Qui infatti ci accoglie un cartello ben in evidenza che racchiude la filosofia di questo posto, il cartello recita in francese: il tempo non rispetta ciò che fai senza di lui. Il tempo farà sì che da queste botti nascano le bottiglie che arrivano nelle nostre mani.
Le botti sono tutte siglate con lettere e numeri indecifrabili, in verità hanno un senso in Cantillon e indicano se si tratta di lambic, l’anno di produzione in base a una sequenza alfabetica di lettere come in un foglio Excel, e il numero della cotta di quella stagione.

Alcune lettere speciali, come la I per Iris o la super rara Lou Reek, vengono apposte dopo che il contenuto della botte viene assaggiato e viene deciso che è un prodotto particolare. Seguirà una sua maturazione di vari anni a seconda della destinazione e potrà andare a comporre un lambic puro o un prodotto derivato del birrificio, tra cui il principale è la Gueuze (blend di lambic di diverse annate): in Cantillon il blend è composto da 25% di lambic di 3 anni, 25% di lambic di 2 anni e 50% lambic di un anno. Si alternano poi sulle botti altre parole bruxellesi che possono indicare che quel particolare lambic è stato designato a comporre qualche bottiglia specifica per la sua alta qualità.
La Gueuze è detta anche lo champagne del Belgio, prende il nome probabilmente dal termine “gueux” che significa pezzente in fiammingo visto che era la bevanda dei poveri in contrapposizione al vino.
Infine, nella fase di imbottigliamento viene rabboccato del lambic giovane di un anno per dare ulteriore forza fermentativa a quella bottiglia. Nel caso di bottiglie di lambic di qualità selezionato il rabbocco invece è effettuato con la stessa selezione di lambic di alta qualità e dello stesso anno.

Dopo qualche ora arriverà l’ultimo momento magico, quello in cui il mosto raggiungerà la coolship. Sgorgando in vasca a una temperatura nettamente più bassa, riempirà tutta la stanza di vapore d’orzo offuscando la vista e facendoci rilassare i sensi nei profumi dolci di un liquido che proseguirà a scorrere per diversi minuti.
Per gli assaggi ci siamo concentrati prima su una Gueuze in forma smagliante, poi sulla Kriek (lambic con ciliegie e mosto d’uva) e quindi sulla Framboise (lambic con lamponi freschi). La degustazione è proseguita poi al bar della brasserie dove, in gruppo, abbiamo assaggiato di tutto e di più. Potete immaginare i pezzi rari e anche i prezzi “importanti” per bevande davvero speciali.
Non ha senso riportarvi le impressioni delle varie degustazioni, non renderebbe l’idea. Qui è necessaria l’esperienza personale “in loco” e sul campo: prendete nota, venite al Brassin Public (prima o ultima è indifferente) e poi lasciatevi trasportare.

Dopo una giornata intera in Cantillon ci si può ritenere soddisfatti e orgogliosi di aver varcato un mondo unico. Il profumo respirato nei locali sembra rimanerci dentro per tutta la sera. Appagante, senza ombra di dubbio, ma il viaggio sta per riservarci altre e nuove esperienze che hanno lasciato un segno e che non abbiamo certamente dimenticato una volta rientrati in Italia.
Il viaggio nel più rappresentativo Belgio birrario proseguirà anche qui, fra qualche giorno…
Note e riferimenti
[1] Il Pajottenland è una regione del Belgio situata nel Brabante Fiammingo, a sud-ovest di Bruxelles. È l’area più famosa al mondo per la produzione di birre a fermentazione spontanea, in particolare il Lambic.
[2] Siamo agli albori delle nuove birre belghe, quelle su cui i birrifici hanno fatto un lavoro intenso sul luppolo moderno rispetto alla tradizione, e parliamo appunto di: Brasserie de la Senne, Verhaeghe, Dupont, De Dolle, De Ranke e altri.
[3] Il grado plato è l’unità di misura della densità del mosto (concentrazione di zuccheri), data dal rapporto tra quantità di saccarosio e acqua che c’è in una birra. Dal grado plato deriva poi il grado alcolico finale dopo la fermentazione.
[4] Kuaska mise piede per la prima volta in Cantillon nell’estate del 1982, da lì è diventato “figlio adottivo” di Jean Pierre.
foto: Luigi Zurolo ©
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