Al CEEV wine summit di Taranto si è studiata la via per una competitività di filiera che oltrepassi la fase grigia del vino.
Calo dei consumi + calo dei volumi + aumento delle spese produttive + varX = competitività. Iniziare un articolo giornalistico con un’equazione fa trasalire i puritani della lingua. Lo sappiamo, ma sappiamo anche che esista molto di peggio in queste nuove costruzioni sintattiche da web e sappiamo pure che nelle prime tre righe (forse due) di un testo si gioca l’interesse del lettore compulsivo.
[si legge, più o meno, in 2 minuti]
Brutta quanto volete, la formulina iniziale è il refrain enoico del momento, ormai lo sanno anche gli struzzi. A ogni livello, soprattutto quelli alti, serve studiare una soluzione perché quell’incognita varX dia poi come risultato quanto previsto: la competitività.
Oltre 130 rappresentanti delle istituzioni europee, imprese vinicole, viticoltori, accademici e organizzazioni di categoria si sono riuniti anche pochi giorni a Taranto per l’European Wine Summit. L’incontro non era di secondo piano, visto che è stato pensato e organizzato da Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV) in collaborazione con i suoi membri italiani: Federvini e Unione Italiana Vini (UIV).
Il programma era ambizioso e non sono mancate le partecipazioni istituzionali di alto livello. Tra i presenti, il Commissario europeo per l’Agricoltura e l’Alimentazione, Christophe Hansen, il Ministro italiano MASAF Francesco Lollobrigida (intervenuto tramite videomessaggio), il Presidente dell’ICE Matteo Zoppas, diversi membri del Parlamento UE e importanti esponenti del settore vino comunitario.

I (soliti) numeri
Si è discusso, ovviamente, di quanto il comparto vinicolo globale stia attraversando una fase di significativa trasformazione strutturale, guidata sia da mutamenti specifici del mercato sia da pressioni esterne quali il cambiamento climatico e l’instabilità geopolitica. I dati evidenziano ancora una volta che il volume globale è sceso dai 242 milioni di ettolitri (mln hl) del 2016 a una stima di 208 mln hl nel 2025, segnando una flessione dei consumi del 14% nell’ultimo decennio. Di conseguenza, il commercio internazionale del vino, dopo aver toccato il valore record di 38 miliardi di euro nel 2022, sta subendo una contrazione prevista a 33,8 miliardi di euro entro il 2025.
In questo scenario, si è discusso di come il modello vitivinicolo europeo – capace di legare le produzioni locali ai mercati globali attraverso filiere integrate – possa rappresentare un elemento fondamentale di tenacia e competitività. Garantendo sbocchi commerciali alla produzione, assorbendo la volatilità dei mercati e costruendo marchi in grado di superare i confini nazionali, le aziende vinicole possono connettere i terroir europei ai consumatori globali.
Un meccanismo che consente ancor oggi a migliaia di viticoltori di mantenere la propria sostenibilità economica in un mercato internazionale sempre più competitivo. Un sistema integrato in cui produzione, innovazione e domanda operano in modo sinergico, sostenendo il contributo complessivo del vino all’economia europea, stimato in 130 miliardi di euro.

Politiche europee, fra mercati e salute
Da CEEV sono arrivate le prime impressioni, precisando di come i dibattiti abbiano messo in luce la necessità di allineare maggiormente le politiche dell’Unione Europea, a partire dalla Politica Agricola Comune (PAC), alla realtà economica di una filiera pienamente integrata, così da rafforzare gli investimenti, la competitività e la crescita sostenibile in tutta l’Unione.
L’attenzione dei partecipanti si è concentrata sul rafforzamento della competitività, sul miglioramento dell’interesse nei consumatori, sull’adeguamento degli strumenti normativi alle attuali dinamiche di mercato e sulla garanzia di un approccio scientifico nelle politiche sanitarie. È stato inoltre sottolineato che, per sostenere la transizione del comparto, sarà essenziale riconoscere la centralità strategica delle imprese vinicole all’interno della filiera, potenziare l’accesso ai mercati internazionali, garantire un quadro normativo proporzionato e armonizzato e conciliare gli obiettivi di sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica.
I dibattiti si sono sviluppati attorno a due macro-temi: il futuro della PAC con l’adeguamento delle misure di sostegno al settore, e il rapporto tra vino, scienza e politiche della salute. I partecipanti hanno ribadito l’importanza di orientare le future politiche UE al supporto di investimenti e innovazione, preservando il valore culturale ed economico che il vino genera per le comunità e le aree rurali europee. È stata inoltre rimarcata la necessità di mantenere relazioni commerciali stabili e prevedibili, migliorando la capacità del settore di rispondere all’evoluzione delle aspettative dei consumatori e affrontando gli squilibri strutturali senza compromettere il potenziale produttivo del comparto.
Indipendentemente dalle promesse tutte da mantenere e dalle solite copiose richieste sempre da soddisfare, capite bene che quella “varX” rappresenti al momento un’incognita dal valore inestimabile – inestimabile proprio perché “non stimabile” -.

Le dichiarazioni
Riportiamo (tradotte dall’inglese e per prime) le dichiarazioni della Presidente CEEV Marzia Varvaglione, sempre propositiva e comunque fiduciosa:
«Non siamo qui per lamentare le nostre difficoltà. Siamo qui perché crediamo nel vino. Il vino europeo incarna storia, cultura, territori, artigianalità e convivialità. Per assicurare il suo futuro, dobbiamo riconnetterci con la società, attrarre nuovi consumatori adulti e riaffermare il valore della cultura del vino come pilastro essenziale della sostenibilità».
Il Commissario per l’Agricoltura e l’Alimentazione, Christophe Hansen, si più o meno allineato su quanto gli italiani pensano e dicono da anni, facendo anche riferimento al “Pacchetto vino” di febbraio scorso:
«Il vino europeo è molto più di un prodotto agricolo. È parte del nostro patrimonio culturale, delle nostre identità regionali e delle nostre economie rurali, portando con sé generazioni di saper fare (know-how). Oggi a Taranto ho voluto prima di tutto ascoltare direttamente i produttori di vino e le realtà che si trovano ad affrontare in un momento di significative sfide di mercato, climatiche e dei consumatori. È precisamente per questo che abbiamo presentato il Wine Package, per dare agli Stati membri e al settore strumenti pratici per sostenere l’adeguamento e rafforzare la competitività. Questo dialogo aperto e continuo tra i decisori politici e il settore è fondamentale per individuare meglio soluzioni a lungo termine per il settore del vino in Europa».

Secondo noi…
Anche questo “summit” di Taranto ci conferma la realtà inequivocabile: la contrazione strutturale dei volumi e dei valori di mercato non è una crisi passeggera, bensì un cambiamento di paradigma nei consumi globali.
In questo contesto, l’insistenza dei vertici del CEEV e dei partner italiani sulla necessità di legare la sostenibilità ambientale a quella economica non è un dettaglio retorico – come tanti che si sentono – , ma una priorità vitale. Chiedere che la PAC e le normative UE trattino il comparto come una filiera industriale integrata, e non semplicemente come un insieme suddiviso di produttori agricoli, rappresenta il vero nodo politico del prossimo futuro.
La sfida più complessa, appare però – almeno per noi – quella legata alle politiche sanitarie. Le parole di Hansen e l’introduzione del “Wine package” mostrano un’apertura di credito verso il settore, ma la vera tenuta del comparto dipenderà dalla capacità delle istituzioni comunitarie di mantenere un approccio strettamente scientifico e armonizzato, evitando frammentazioni normative tra i singoli Stati membri che danneggerebbero l’export.
Siamo consci che Il futuro del vino europeo si giochi sempre più sulla capacità politica di governare questa transizione in atto. Saranno soprattutto i tavoli istituzionale a decidere il reale valore della variabile varX e, di conseguenza, a garantire ancora la competitività del settore
fonte: CEEV
© spiritoitaliano.net ® 2020-2026



