Veronelli: la sua visione ci guida ancora

La sua visione e la sua cultura ci guidano e ci ispirano ancora. Cento anni fa nasceva il maestro di vita Luigi Veronelli.


Sono giorni in cui il flusso delle informazioni è continuo e pressante. Eventi, annunci, classifiche, aggiornamenti in tempo reale: anche oggi non mancherebbero le notizie da dare e le urgenze da rincorrere. Eppure abbiamo scelto di fermarci.

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Ci fermiamo su un maestro perché crediamo che il giornalismo, soprattutto quello che si occupa di cibo e vino, non debba limitarsi a registrare ciò che accade, ma debba anche ricordare da dove veniamo. Senza memoria, il racconto si appiattisce, diventa rumore, perde spinta, nitidezza e, probabilmente, anche senso.

Il 2 febbraio 1926 nasceva Luigi Veronelli e il centenario della sua nascita non è una semplice ricorrenza. È un’occasione per interrogarci sul significato del nostro lavoro quotidiano: su come raccontiamo il gusto, sulle parole che scegliamo, sui criteri che adottiamo. Veronelli non è stato solo una figura storica dell’enogastronomia italiana, ma rappresenta un metodo, uno sguardo, una responsabilità che ancora oggi ci accompagna.

Soffermarsi oggi su di lui significa rivendicare il valore del pensiero lungo in un tempo breve, dell’approfondimento in un’epoca veloce. Significa ricordare che raccontare cibo e vino non è solo riempire spazi, ma assumersi anche una responsabilità culturale.

Per questo oggi, con questo editoriale, abbiamo scelto di non rincorrere l’attualità impellente, ma di tornare, consapevolmente e inesorabilmente, a Veronelli.

[la redazione]

Luigi Veronelli - credits: Wikiluigiveronelli
credits: Wikiluigiveronelli (CC BY-SA 4.0)
Luigi Veronelli: l’ispirazione visionaria che vive ancora con noi

Luigi Veronelli non amò mai altre etichette se non quelle del vino, e infatti non ne sopportò nessuna: né quella di critico, né quella di esperto, né tantomeno quella di opinionista. Preferì definirsi un eretico del gusto, uno che disturbava l’ordine delle cose quando quell’ordine serviva a semplificare, uniformare, addomesticare il cibo e il vino.

Fu prima di tutto un pensatore libero. In anni in cui mangiare e bere erano considerati fatti privati, o al massimo mondani, lui sostenne che si trattava invece di atti culturali, agricoli, persino politici. Ogni piatto e ogni bicchiere raccontavano, per lui, un rapporto tra l’uomo e la terra, tra lavoro e dignità, tra tradizione e futuro. «Mangiare e bere è una cosa seria», scrisse, senza ironia.

In un’Italia molto lontana da quella odierna, lanciata verso il boom economico e l’industrializzazione alimentare, Veronelli scelse una strada controcorrente. Non per nostalgia, ma per lucidità. Aveva compreso che la perdita di identità alimentare avrebbe prodotto una perdita culturale, e che il progresso, se non dialogava con la memoria, generava solo merci, non civiltà.

Nato a Milano il 2 febbraio 1926, crebbe in una famiglia colta, dove il cibo non fu mai semplice nutrimento ma rito e racconto. Dopo gli studi classici iniziò Ingegneria chimica, seguendo il desiderio del padre, ma cambiò presto strada e si iscrisse a Filosofia all’Università Statale di Milano. Quella scelta segnò tutto il suo percorso: la filosofia divenne il filtro attraverso cui guardò il mondo.

Da lì nacque il suo rifiuto delle semplificazioni, dei giudizi autoreferenziali, delle classificazioni rigide. Veronelli, probabilmente, non assaggiò mai un vino o un piatto come oggetto isolato: li collocò sempre dentro un sistema fatto di storia, geografia, lavoro umano.

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Credits: D. Biello

Negli anni Cinquanta e Sessanta percorse l’Italia rurale, lontana dai riflettori. In quei viaggi maturò una delle sue intuizioni più forti: l’idea dei “giacimenti gastronomici“. L’Italia gli apparve come una mappa di ricchezze nascoste: formaggi locali, salumi dimenticati, pani territoriali, vini contadini senza nome.

Comprese che quei prodotti non erano residui del passato, ma patrimonio culturale vivo. Non li idealizzò: ne riconobbe la fatica e i limiti, ma ne difese con ostinazione la dignità ed ebbe a dire: «Un prodotto tipico non è tipico perché buono: è buono perché è tipico».

Con questa visione anticipò temi oggi centrali finanche inflazionati: biodiversità, origine, tutela dei saperi locali. Parlò di territorio quando ancora non era una parola di moda, e lo fece con una tale efficacia da restare sorprendentemente attuale.

Nel 1986 fu tra i protagonisti della nascita di Arcigola, il movimento da cui sarebbe poi nato Slow Food. Portò un’idea netta: il piacere non come lusso, ma come conoscenza; il cibo non come consumo, ma come relazione perché «Difendere il gusto significa difendere la libertà».

Per Veronelli mangiare e bere bene non fu mai un fatto elitario. Fu un diritto culturale, un modo per mantenere vivo il legame tra l’uomo e il territorio. Arcigola divenne uno spazio in cui il suo pensiero trovò risonanza: lentezza, rispetto del tempo, centralità del lavoro agricolo. Un’idea tradizionale e, proprio per questo, modernissima.

Se c’è un ambito in cui lasciò un segno indelebile, fu proprio quello a noi più vicino, quello del vino. Fu tra i primi a sostenere che un grande vino nasceva in vigna, non in cantina. Che il vino non era una bevanda alcolica da valutare con freddezza tecnica, ma un atto agricolo, una testimonianza culturale.

Alberto Lupo, Lila Rocco, Ave Ninchi e Luigi Veronelli durante le riprese RAI di "A tavola alle 7" - credits: Radiocorriere (PDM)
Alberto Lupo, Lyla Rocco, Ave Ninchi e Luigi Veronelli durante le riprese RAI di “A tavola alle 7” – credits: Radiocorriere (PDM)

Il suo modo di raccontare il vino cambiò il linguaggio dell’enogastronomia. Spostò il baricentro dal giudizio alla comprensione, dal punteggio al racconto, dalla tecnica alla relazione con la terra e con chi la lavorava.

Quando pubblicò La cucina italiana, non scrisse un ricettario ma un manifesto culturale. In quelle pagine la cucina non fu mai separata dalla storia, dalla geografia, dalla società e si iniziò a concepire la cucina italiana non come modello unico, ma come aggregato di varie cucine italiane, plurali, diverse e fedeli racconti di un popolo.

Fu un’idea che ruppe schemi e provincialismi. Anche qui Veronelli guardò avanti partendo da lontano: solo conoscendo le radici, sosteneva, si poteva immaginare un futuro enogastronomico autentico.

Una vita densa di esperienze e significato, un uomo libero fino in fondo che spesso fu scomodo. Non cercò principalmente il consenso, ma la coerenza. Amato e discusso, mantenne una postura intellettuale rara: quella di chi non separò mai il pensiero dall’etica.

Ha lasciato questa terra nel 2004, tramandando un’eredità fatta di libri, articoli, idee e soprattutto di professionisti formati dal suo pensiero. Oggi il suo archivio, la biblioteca e la cantina sono custoditi a Bariano con un percorso espositivo che rinnova il suo pensiero, la sua filosofia, il suo impegno di una vita spesa per dare dignità culturale al cibo e al vino italiani.

A cento anni dalla nascita, la voce di Luigi Veronelli resta ancora viva e parla trasversalmente a generazioni diverse. I più giovani forse lo ricordano soprattutto per le ultime apparizioni, a cavallo del nuovo millennio. Molti di noi ripensano a tempi più lontani, a quei primi programmi Rai degli anni settanta dedicati all’enogastronomia – più alla gastro che all’eno, va da sé – , accanto a figure come Ave Ninchi, quando il racconto del cibo entrava per la prima volta nelle case con un linguaggio semplice ma formativo.

Sono memorie di vita vissuta e andata: noi bambini che distrattamente ascoltavamo quelle voci mentre magari giocavamo con le mamme o con le nonne che invece – loro sì – seguivano il programma con estrema attenzione.

Altri ancora – gli odierni over 60 – sono riusciti invece a costruirsi la propria via professionale negli anni Ottanta e Novanta guardandolo, ascoltandolo, emulandolo. Per tutti, al di là dell’età e del momento dell’incontro, Veronelli rimane un esempio inconfutabile. Un riferimento morale prima ancora che professionale.

Guardate il video sopra pubblicato su YT da Braida. Come non pensare che Veronelli continui tutt’oggi a parlare a chi scrive, a chi divulga, a chi tenta ogni giorno a raccontare il cibo e il vino come fatti culturali e non come semplici contenuti? Rimane tuttora una fonte di ispirazione generosa, anche per noi e per il nostro lavoro quotidiano: un riferimento, un metodo, una misura.

Il suo pionieristico insegnamento è rimasto chiaro: la tradizione non è mera e sterile conservazione, bensì un valore da accudire e saper interpretare verso il futuro. E finché ci sarà qualcuno disposto a mangiare e bere pensando – e a scriverne con onestà – Luigi Veronelli continuerà a esserci.

Buon compleanno Maestro, buon centenario a chi è ancora vivo, con noi e fra le parole di queste pagine.

[PB]


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fonte: Fondazione Convento dei Neveri
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