Siglato l’accordo con Mercosur, un’opportunità con insidie per l’UE e il suo agroalimentare. Le proteste non si placano.
La capitale Asunción ha finalmente ospitato in Paraguay l’incontro politico per la firma formale dell’accordo di collaborazione tra l’Unione Europea e i paesi del Mercosur.
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Il Mercosur, lo ricordiamo, è il mercato comune del Sudamerica a cui aderiscono Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù (questi ultimi 5 Stati sono associati, i primi 4 sono membri a pieno titolo e in più ci sarebbe il Venezuela se non fosse stato sospeso).

La firma del Commissario europeo per il commercio e la sicurezza economica Maroš Šefčovič, ha messo fine a un negoziato durato oltre 25 anni ed ha iniziato una nuova era di scambi commerciali. Un accordo apparentemente molto positivo, ma che ha immediatamente riacceso un dibattito mai sopito sulla tenuta del sistema agroalimentare europeo e sulla tutela delle nostre eccellenze.
È un’operazione che la Commissione definisce “win-win“, ma che lascia comunque perplessità importanti e, soprattutto in questa fase, trova un’opposizione durissima nelle campagne italiane. Noi di Spirito Italiano seguiamo da tempo la vicenda (guarda gli ultimi articoli) puntando al valore delle nostre filiere. Oggi, al termine dell’iter, abbiamo cercato di risintetizzare il tutto per analizzare velocemente questo complesso “incastro” commerciale e capire chi può vincere e chi invece rischia davvero.

La grande UE sorride
Attraverso una nota ufficiale, la Commissione Europea ha presentato l’intesa come una pietra miliare per la competitività del Vecchio Continente. Bruxelles ha sottolineato come l’accordo firmato il 17 gennaio andrà a eliminare la maggior parte dei dazi doganali, creando un mercato integrato che serve una popolazione complessiva di circa 800 milioni di persone, con un risparmio stimato di 4 miliardi di euro l’anno per le imprese europee. Sarà coinvolta la filiera agroalimentare d’eccellenza, ma anche il settore automotive, il chimico, il farmaceutico, il tessile e quello dei macchinari.
Per quanto ci riguarda da vicino, il punto più alto della negoziazione è stato il riconoscimento della protezione legale per 346 Indicazioni Geografiche europee, di cui 57 italiane – vedi articoli precedenti -. È la più grande operazione di tutela mai realizzata in un accordo commerciale: l’obiettivo è sradicare le imitazioni che da decenni danneggiano i nostri produttori in America Latina, dove l’italian sounding è una piaga economica da miliardi di euro.

Le perplessità, una su tutte: reciprocità
Tuttavia, il tema che agita il settore agricolo è la reciprocità. In parole povere: le regole che valgono per i nostri produttori varranno anche per chi esporta dal Sudamerica verso l’Europa?
Vino: dazi a zero e il “caso” Prosecco
Il settore vinicolo può essere messo apparentemente fra i potenziali vincitori di questa intesa. Attualmente, esportare una bottiglia in Brasile significa affrontare dazi del 27% (che salgono al 35% per gli spumanti). L’accordo prevede l’azzeramento graduale di queste tasse, una mossa che l’Unione Italiana Vini (UIV) ha definito “strategica” per diversificare l’export rispetto al mercato USA.
Sono 31 le IG del vino italiano che godranno di protezione immediata o graduale. Tuttavia, l’accordo nasconde delle insidie temporali. Emblematico è il caso del Prosecco: l’accordo mette finalmente fine alla produzione locale di “Proseco” sudamericano, ma concede un periodo di phasing-out di 10 anni per il Brasile e 5 per Argentina e Paraguay. Per un decennio, dunque, le bollicine italiane dovranno ancora convivere con i “cloni” locali, seppur con l’obbligo per questi ultimi di indicare chiaramente l’origine.
Senza contare (vedi articoli d’archivio) che lo specifico ambito vitivinicolo potrà soffrire delle stesse questioni paventate dal più generico agroalimentare, dubbi che hanno già portato a Bruxelles le proteste in presenza dei lavoratori e che (vedete sotto) li porteranno nuovamente in piazza.
Cautela italiana: le clausole di salvaguardia
Anche sul fronte governativo italiano, il tono è stato improntato alla vigilanza. Il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha commentato l’intesa ponendo l’accento sulla necessità di meccanismi di controllo rigorosi.
Nonostante il compiacimento per la decisione di abbassare la soglia del meccanismo di salvaguardia dall’8 al 5%, il Ministro MASAF ha ribadito, pochi giorni fa, che la priorità del Governo resta la salvaguardia delle filiere nazionali, soprattutto quelle più sensibili, garantendo che l’Italia monitorerà affinché l’apertura dei mercati non penalizzi il valore del lavoro dei nostri agricoltori.

La mobilitazione non si ferma
Il clima di ottimismo di Bruxelles non ha però trovato riscontro tra molte delle organizzazioni di categoria agricole. La CIA – Agricoltori Italiani ha confermato, attraverso la voce del presidente Cristiano Fini, che la battaglia è tutt’altro che conclusa e ha annunciato una grande manifestazione a Strasburgo per il prossimo 20 gennaio.
L’organizzazione agricola ha dichiarato che un accordo di questo tipo può essere accettabile solo se basato su condizioni di assoluta reciprocità. I produttori italiani hanno ribadito come sia inaccettabile imporre standard ambientali e sanitari severissimi in Europa per poi importare beni (come carni, riso e zucchero) prodotti con sostanze chimiche e pratiche che l’UE stessa ha bandito da anni.
«Pretendiamo controlli serrati su tutte le merci in arrivo dal Sud America, insieme a clausole di salvaguardia realmente rapide ed efficaci. Perché solo a parità di regole e di condizioni non c’è concorrenza sleale».
Stesso concetto lo ha espresso Coldiretti, fortemente innervosita da tempo dall’atteggiamento di Ursula. La firma del Mercosur senza reciprocità e le dovute garanzie sui controlli sarebbe un grave danno per cittadini consumatori e agricoltori e un pericoloso precedente per tutti i futuri possibili accordi.
Sulle nostre tavole potrebbero finire cibi prodotti senza gli stessi standard sanitari, ambientali, di lavoro etico e di sicurezza alimentare per i consumatori europei, che sono richiesti agli agricoltori UE. Coldiretti è poi andata giù dritta: «Importare prodotti che sono realizzati con regole completamente diverse e con lo sfruttamento della manodopera minorile riteniamo che sia un’ingiustizia non solo fatta nei confronti dell’agricoltura, ma fatta nei confronti dell’intera collettività.»

Quindi?
Per noi l’accordo resta un punto fermo, forse inevitabile nella situazione politica odierna. Gli accenni di neo-colonialismo mondiale dove si arriva anche a minacciare con la parola “dazi” chi non vuole cederti la Groenlandia, fa intendere di quanto sia flebile la stabilità dell’asse con qualsiasi mercato internazionale.
Per comprendere la portata della sfida, bisogna guardare ai numeri e al futuro in tutta la sua incertezza. Rimane comunque il dato di fatto che: se da un lato l’accordo promette di favorire l’esportazione di macchinari e prodotti ad alto valore aggiunto, dall’altro l’UE ha accettato quote di importazione significative per prodotti agroalimentari “sensibili”.
In un’ottica di trasparenza verso i cittadini e i lavoratori, il rischio non è solo economico ma riguarda la coerenza delle politiche europee: è possibile promuovere il Green Deal e, contemporaneamente, agevolare l’arrivo di merci prodotte in contesti dove la tutela della biodiversità e i diritti sociali seguono logiche radicalmente diverse?

La firma è stato un atto diplomatico, ma l’iter di ratifica sarà il vero banco di prova. Senza il via libera del Parlamento Europeo e la successiva ratifica degli Stati membri, l’accordo resterà sulla carta. Non pensiamo che si possa tornare indietro, ma le rimostranze del 20 gennaio a Strasburgo saranno il primo segnale di quanto, per Bruxelles, sarà difficile conciliare le ambizioni di libero scambio con la protezione di quel patrimonio unico che è l’agricoltura italiana ed europea.
fonti: Commissione Europea, MASAF, CIA Agricoltori italiani, Coldiretti
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