Mercosur: opportunità e rischi di un mercato da sfruttare. Assodistil: servono giuste regole e controllo nell’import/export.
In questo 2025 di incertezza (per non dire confusione) totale, dove le regole del gioco cambiano di mese in mese, dove gli equilibri geopolitici non sono ancora chiari e dove ognuno (media compresi) ipotizza la soluzione per uscire dall’empasse, più volte si è pronunciata la parolina magica Mercosur.
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Il Mercosur è il mercato comune del Sudamerica a cui aderiscono Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù (questi ultimi 5 Stati sono associati, i primi 4 sono membri a pieno titolo e in più ci sarebbe il Venezuela se non fosse stato sospeso).
È un’opportunità dai numeri importanti, il cui rischio è dettato dalla stabilità politica locale, ma che, innegabilmente, rappresenta aree dove lo sviluppo economico inviterebbe potenzialmente all’investimento. È stato così accolto con favore l’invito di pochi giorni fa della Commissione Europea a procedere sulla base degli accordi firmati a Montevideo lo scorso dicembre.

Se pensiamo che gli accordi transatlantici inseriscono anche il Messico – e, se parliamo di bevande alcoliche, quello sarebbe oltretutto un mercato straordinario – fatti i dovuti conti, si stimano circa 700 milioni di consumatori che potrebbe poi portare alla crescita del 50% dell’export agroalimentare (oltre il 30% del wine&spirit) anche sulla base di un riconoscimento e la maggior tutela delle nostre Indicazioni Geografiche.
Allora si potrebbe dire: “bene, benissimo!”. Eppure Francia, Polonia, Irlanda, Austria non sono convinte. Anche Belgio e Olanda ci stanno pensando e, in verità, pure l’Italia sembra un po’ dubbiosa anche se molto più possibilista.
Ci sarebbe molto di cui dibattere su questa situazione e su molti dei temi che investono produzione e mercati del settore, soprattutto in questi tempi di apprendisti stregoni e possessori di panacee posticce che raccontano utilizzando il condizionale di come rilanciare e salvare vino, spiriti e comunicazione.
Se partiamo a scrivere noi, viene fuori un romanzo. Meglio lasciar parlare chi ne ha pieno titolo. Oggi la voce è quella di Assodistil, uscita con un interessante Comunicato stampa che ci fa comprendere il perché dello scetticismo italiano.
Il problema non è tanto l’esportare, quanto il prezzo da pagare nello scambio con l’import. Su questo si concentra il pensiero dell’associazione presieduta da Antonio Emaldi che riunisce, rappresenta, tutela le principali realtà del settore della distillazione italiana e che, chiaramente, sta seguendo lo sviluppo degli accordi internazionali con estrema attenzione.

Il monito di Assodistil
Per Assodistil l’accordo con i paesi sudamericani rappresenta la possibilità di accedere più agevolmente a mercati che potrebbero apprezzare il valore dei distillati e liquori nazionali e, sicuramente: «una boccata d’ossigeno dopo le difficoltà causate dalle recenti imposizioni statunitensi.
In particolare, per la Grappa IG si aprono scenari di grande interesse, essendo denominazione che sarà protetta nei paesi Mercosur, offrendo ai produttori nazionali interessanti opportunità di esportazione e di ampliamento dei mercati di riferimento.
Al contempo, questa apertura – proseguono i distillatori – non deve fungere da leva per importare nell’UE bevande spiritose ottenute da alcol di bassa qualità, con controlli e prezzi inferiori rispetto agli standard europei. AssoDistil monitorerà dunque l’andamento del mercato e segnalerà eventuali danni alle aziende associate.
L’intesa solleva invece serie preoccupazioni per quanto riguarda il massiccio import di etanolo da parte dei paesi Mercosur verso l’UE, che rischia di subire pesanti ripercussioni a causa di un afflusso di prodotto a prezzi competitivi ma con standard qualitativi verosimilmente differenti da quelli europei.
Per quanto riguarda l’etanolo con destinazione ad uso industriale, le distillerie italiane segnalano che, la quota di 650.000 tonnellate di etanolo– di cui 450.000 esenti da dazi destinate a uso industriale – pari a circa il 50% del consumo totale della UE in questo settore, rischia di mettere in seria difficoltà la produzione europea e tutta la filiera agricola collegata, già meno competitiva a causa della minore disponibilità di materie prime e, soprattutto, dei maggiori requisiti che garantiscono la qualità e il contenimento dell’impatto ambientale del prodotto.
A queste preoccupazioni, si aggiunge la poca chiarezza della reale destinazione d’uso del prodotto, il quale, dovrebbe essere limitato alla utilizzazione nell’industria chimica e non alla miscelazione di etanolo con altri prodotti. E sappiamo bene che, una volta importato con lo stesso codice di nomenclatura combinata dell’alcole etilico, sarà impossibile seguirne le tracce.
Sarà necessario, laddove le importazioni arrechino un danno documentato ai produttori europei, attivare le clausole di salvaguardia, istituendo a tal fine adeguati sostegni economici».

Chiaro? Prima servono regole fatte per bene. Farsi prendere dalla frenesia potrebbe costare caro, carissimo, molto più di un dazio a casaccio messo da un Presidente in carica 4 anni per allontanare lo spauracchio di default finanziario del proprio Paese.
Restiamo vigili (e obiettivi).
fonti: Assodistil
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