Abbiamo firmato ma abbiamo scherzato: l’accordo Mercosur si blocca. Serve il parere della Corte di Giustizia UE. Viva la Dis-UE!
Dopo venticinque anni di trattative, alti e bassi, dubbi e firma definitiva, l’accordo UE-Mercosur inforca l’ultimo paletto dello slalom prima del traguardo.
[si legge, più o meno, in: 3 minuti]
In realtà i paletti sarebbero 11 come le astensioni che avrebbero potuto aritmeticamente far superare lo scoglio, ma tant’è… la democrazia è espressione di voto, libertà e tutto ciò che comportano i suoi valori.

Tutto nuovamente in discussione
Con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astensioni, il Parlamento ha così adottato una risoluzione (in calce alla risoluzione i firmatari) che chiede alla Corte di giustizia UE di esprimersi sulla conformità dell’accordo UE–Mercosur con i Trattati europei. Badate bene: si tratta di una consultazione giuridica e non un semplice passaggio tecnico: può bloccare l’iter di ratifica per mesi o addirittura oltre un anno, trasformando un accordo appena siglato in un enigma politico e, soprattutto, commerciale.
Pochi giorni fa avevamo commentato la firma dell’accordo, salutata con entusiasmo diplomatico ma con forti riserve da parte di agricoltori e filiere italiane e europee. Oggi, invece, la vicenda compie una svolta comunque significativa: il Parlamento UE ha deciso di sospendere il proprio via libera formale chiedendo alla Corte un parere sulla conformità dell’accordo ai Trattati UE.
Non nascondiamoci: si tratta di un colpo di scena che, per chi ha qualche anno sulle spalle, richiama alla memoria i lunghi negoziati degli anni a cavallo del Duemila, quando a Bruxelles si cercava di conciliare interessi economicisti e sensibilità sociali e ambientali. Allora, come ora, l’agricoltura e il mondo rurale rappresentavano il cuore pulsante della resistenza alle aperture indiscriminate del mercato.
Un mondo rurale e agricolo che, come promesso, è sceso in piazza a Strasburgo manifestando nuovamente il proprio timore con rimostranze che, evidentemente, hanno toccato le coscienze di alcuni parlamentari facendo irrigidire buona parte dell’establishment e di quegli imprenditori che, dall’accordo, ne avrebbero potuto beneficiare fin da subito.
Il Duemila era poi… il Duemila! La situazione politica di oggi impone a una federazione di Stati come la nostra – che sta vivendo una fase di geostrategica genuflessione – di trovare strade alternative all’incerta via prospettata da chi sta sempre più considerando la UE un mero accrocco di Stati subordinati.
Si pretendono terre, si minacciano nuovi dazi di ritorsione, si chiedono miliardi per un imbarazzante Board of Peace, poi si ritrattano le diffide per rilanciarle alla prossima occasione (Davos docet). L’Unione Europea sta già accusando gli effetti di un dividi et impera che la sta facendo arenare socialmente ed economicamente (si salva ancora la cultura). L’accordo con Mercosur rappresenta(va) quindi una reazione sensata, finalmente univoca, sebbene i dubbi siano oggettivamente parecchi.
Alla luce dei fatti, ci si chiede quindi: serve partire in qualche modo oppure no?
I più pessimisti temono già un nuovo rinvio eterno, un “sempre vicino, mai qui” che sembra la maledizione di molte politiche agricole europee. D’altra parte, gli agricoltori europei, soprattutto francesi e italiani, hanno sempre denunciato (e non a torto) il rischio di importazioni a basso costo e a standard deboli, capaci di comprimere il reddito delle nostre campagne.

La reazione delle istituzioni
La reazione non si è fatta attendere. Da una parte, la Commissione europea ha espresso rammarico per la decisione del Parlamento, sottolineando che i dubbi legali avanzati dai deputati non giustificano un rinvio così drastico e che, semmai, esistono strumenti di applicazione provvisoria che permetterebbero di partire prima della pronuncia della Corte.
Dall’altra, alcuni leader nazionali si sono detti rispettivamente delusi o convinti della bontà della scelta parlamentare. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz (CDU): “La decisione del Parlamento europeo sull’accordo con il Mercosur è deplorevole“, mentre per il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot (MoDem): “La Francia si assume la responsabilità di dire no quando è necessario”.
È curioso osservare come si intreccino visioni opposte: da un lato chi guarda al Mercosur come a un’opportunità geopolitica per diversificare i partner commerciali e alleggerire la dipendenza dalla Cina e dagli Stati Uniti; dall’altro chi, rifacendosi a un concetto più classico di tutela delle filiere, invita a non mettere a repentaglio la qualità e l’autenticità dei prodotti europei. Entrambe le parti antepongono a tutto, purtroppo e comunque, i propri interessi elettorali.
La sensazione è che molte delle scelte vengano così dettate da linee politiche a prescindere e, in una fase delicata come questa, ciò non aiuta. Indipendentemente da dove stiano le ragioni, svegliarsi adesso sa di incapacità politica e irresponsabilità etica. In più, mette in grave difficoltà di immagine una Unione Europea già zimbello dei neo-colonialisti mondiali. Abbiamo firmato e abbiamo scherzato… ma dai!

Dove andremo?
Per chi vive (come noi) di agroalimentare, la sospensione dell’accordo è un altro monito. Non è un semplice fine a sé stesso: è la conferma che i dubbi sulla reciprocità e sugli standard di produzione non sono fantasmi del passato, ma questioni reali che pesano sulle decisioni politiche.
La richiesta di un parere alla Corte UE può essere interpretata non come un rifiuto del commercio internazionale, ma come un richiamo alla responsabilità giuridica e ambientale, in un’epoca in cui la sostenibilità è diventata parola d’ordine e standard minimali sono necessari. Tuttavia, resta la domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi: si può trovare un equilibrio tra apertura commerciale e difesa delle nostre radici produttive?
Il futuro di questo accordo – se mai entrerà pienamente in vigore – dipenderà da come Bruxelles, i parlamentari e gli Stati membri sapranno conciliare due visioni: quella dell’integrazione economica globale e quella della tutela delle eccellenze locali. È una sfida antica, radicata nelle politiche agricole comuni fin dai tempi della PAC, e che oggi si ripropone con rinnovata urgenza.
In un mondo che corre verso nuove alleanze e mercati, non possiamo permetterci di perdere il valore autentico delle nostre campagne. La speranza è che questo rinvio non sia un ostacolo, ma un’opportunità per rafforzare le garanzie, una tradizione che merita rispetto e protezione.
Non bisogna però dimenticare che l’Italia, con i suoi prodotti a denominazione, ha già sperimentato gli effetti della globalizzazione selvaggia: imitazione, contraffazione e concorrenza al ribasso hanno in parte sacrificato identità e qualità. L’accordo rappresenterebbe un validissimo strumento di tutela.

E mentre già iniziano a scricchiolare i rapporti fra gli agricoltori e le aziende che commercializzano il prodotto finito, la palla passa adesso nelle mani della Corte di giustizia UE. Speriamo quantomeno facciano in fretta.
[PB]
fonti: Commissione Europea, Vatican news, Il Sole24ore
© spiritoitaliano.net ® 2020-2026



