Futuro della vigna: Harvard docet

Si è guardato oltre nell’alto simposio di Harvard University su economia del vino e cambiamenti climatici. Simonit propone architetture dinamiche dei vigneti.


Viticoltura e scienza, agricoltura e mercati del futuro, tecniche di coltivazione nell’epoca del cambiamento climatico.


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Noi pensiamo a bere consapevolmente e serenamente anche per questa estate appena iniziata ma mentre l’Europa è impegnata in accordi e disaccordi post-elezioni con risorse sempre più ridotte e lotte fra blocchi conservatori e progressisti, oltranzisti e moderati, pacifisti e interventisti… il mondo del grande business e accademico si muove altrove con investimenti e finanziamenti verso importanti gruppi di ricerca e università per far coesistere economia e ambiente con la parola futuro.


Fra europee appena concluse ed Europei al via, è passato quasi inosservato anche al nostro settore l’importante simposio che, un paio di settimane fa dall’altra parte dell’oceano, ha riunito figure di assoluto spicco internazionale e intersettoriale grazie all’Università di Harvard.

Per il quinto anniversario dell’HDSR (Harvard Data Science Review) l’università statunitense con sede a Boston ha organizzato nel suo complesso scientifico di Allston l’esclusivo convegno: “Vine to Mind: Decanting Wine’s Future with Data Science + AI” con la partecipazione attiva di emeriti relatori del mondo enoico, economico e della ricerca.

Il tema della sessione mattutina è stato: “Data-Driven Wine Economics and AI-Enhanced Wine Economy” mentre nella seconda parte della giornata si è sviluppato l’argomento “Climate and Grapes“.

Chi c’era…

Giusto per farvi capire il livello degli interventi, la parte iniziale è stata quella doverosa dei saluti di:


Nella prima parte hanno sviluppato il tema questi relatori (tralasciamo di riportare le loro cariche ma sono tutte di primissimo piano):


Nel pomeriggio si sono concentrati gli interventi strettamente connessi alla viticoltura, al cambiamento climatico e all’impatto dei mutamenti naturali sul lavoro in vigna e l’industria del vino in generale. Anche qui, relatori di prim’ordine:

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A precedere, un panel di confronto fra leader della wine industry e ricercatori accademici con: Laura Catena (Bodega Catena Zapata), Jean-Baptiste Rivail (Ponzi VIneyards e Groupe Bollinger USA), Mark Sahn (E. & J. Gallo winery), Elisabeth Forrestel e Daniel A. Sumner (entrambi University of California Davis).

Ancor prima, proprio in apertura della sessione, anche l’interessantissimo intervento di Marco Simonit, CEO di Simonit&Sirch il gruppo internazionale, con sede a Corno di Rosazzo,  che si occupa di consulenza e formazione nell’allevamento della vite, dalla barbatella, fino all’età adulta.

courtesy: Simonit&Sirch
Nuove quote e nuove architetture

Simonit ha incentrato l’intervento sulla viticoltura del futuro che coinvolgerà probabilmente nuovi territori ad oggi considerati estremi e all’architettura degli impianti: «Il cambiamento climatico è qui, possiamo vederlo e sperimentarne gli effetti ogni giorno. Gli effetti dei cambiamenti climatici (innalzamento delle temperature medie ed eventi estremi) stanno determinando una frequenza sempre maggiore di effetti sui principali distretti vitivinicoli del mondo.

Per sfuggire a questi problemi sono necessarie nuove aree viticole. Quindi abbiamo focalizzato due punti che riteniamo essenziali. Innanzitutto, per l’emisfero settentrionale, considerato lo spostamento a nord della coltivazione della vite già in atto, la ricerca di nuovi distretti vinicoli nelle zone più fresche. E poi quella che potremmo chiamare “viticoltura d’alta quota”, ovvero l’impianto di vigneti ad altitudini più elevate.

courtesy: Simonit&Sirch

In questo contesto – ha concluso Simonit – è utile favorire la resilienza delle piante alle variabili climatiche: da un lato, preservando l’efficienza del sistema di conduzione dell’acqua nelle piante e migliorando le riserve nel legno vivo, dall’altro gestendo tralci e grappoli nel rispetto delle norme che garantiscano il vigore della pianta. Le densità di impianto dovrebbero essere riconsiderate, al fine di ridurre l’uso di acqua/risorse e avere spazio sufficiente per lo sviluppo dell’architettura delle piante.

Bisogna progettare delle architetture dinamiche, che possono essere sviluppate e modificate in base alla vita dell’impianto: saranno loro a costituire la spina dorsale dei germogli e dei grappoli e diventeranno un punto chiave per adattare le piante al loro terroir».


Un intervento, quello di Simonit, che fa ulteriormente riflettere se ancora ce ne fosse bisogno. Sono questioni che da tempo vengono dibattute e sulle quali c’è spesso coerenza fra gli esperti. Quello dell’architettura dinamica è però una soluzione di fascino (legata certamente anche alla specializzazione di Simonit) che però potrebbe riscuotere una forte considerazione da chi pensa a nuovi impianti in aree che lo consentano.

foto: Ioannis Ioannidis

Non sappiamo se e quanto farà al caso dei vignaioli italiani, sicuramente all’Italia (e all’Europa in genere) farebbero bene simposi e convegni di altissimo spessore come quello organizzato da Harvard University a Boston.

Come cinguettava Orietta Berti: “fin che la barca va, tu non remare…” ma sono passati oltre cinquant’anni da quella canzone, da quella società e da quella economia mondiale. Meditiamo.


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fonte: Simonit&Sirch, Harvard Data Science Review
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