Greek wine serio, vero, spendibile

Sorsi ellenici convincenti e spendibili: il Greek Wine Day è stato un altro capitolo di una storia importante tutta in divenire


Quando il 1° novembre Firenze ha accolto la Greek Wine Day, la sensazione, attraversando il chiostro dell’Hotel Albani, era quella di entrare in una piccola ambasciata del vino ellenico trapiantata nel cuore della Toscana: voci in greco e in italiano che si mescolavano, banconi allineati con mappe delle denominazioni di origine, bicchieri che tintinnavano in un alternarsi continuo di degustazioni, appunti, incontri, strette di mano tra produttori, importatori, ristoratori, sommelier e giornalisti del settore.


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L’immagine che molti italiani hanno ancora oggi del vino greco – vacanze sulle isole, taverne sul mare, un calice fresco magari un po’ generico – veniva lentamente scalfita a ogni assaggio, sostituita da una narrazione molto più precisa: quella di un Paese che ha deciso di fare sul serio, di dare profondità stilistica e identità territoriale ai propri vini, investendo su vitigni autoctoni, zonazioni, ricerca sui suoli e, sempre di più, sulla produzione di metodo classico in aree che per altitudine, escursione termica e natura dei terreni hanno una vocazione spumantistica sorprendente.

Greek wine day 2025 Firenze
Paolo Bini
Credits: PB
L’evento

Entrando si veniva accolti da una grande carta della Grecia del vino, segnata non solo con i nomi delle denominazioni più note – Santorini, Nemea, Naoussa, Amyndeon, Drama, Creta – ma anche con una costellazione di aree emergenti che testimoniano il passaggio da una produzione genericamente “mediterranea” a un mosaico di terroir ben definiti.

L’organizzazione, su tutti Haris Papandreou, hanno scelto Firenze non a caso: la città è un crocevia naturale tra cultura del vino, turismo internazionale e ristorazione di alto livello, e la Greek Wine Day è stata pensata esplicitamente come una giornata di lavoro per addetti ai lavori più che come una semplice fiera aperta al pubblico.

Greek wine day 2025 Firenze
Haris Papandreou
- Paolo Bini
Credits: PB

L’obiettivo dichiarato era permettere ai professionisti italiani di assaggiare in poche ore una nutrita e rappresentativa panoramica dell’attuale rinascimento enoico greco, con particolare attenzione alle etichette già presenti sul mercato nazionale, alle nuove annate in arrivo e a una serie di progetti di metodo classico che stanno ridefinendo le ambizioni del Paese sul fronte delle bollicine di qualità.

Il colpo d’occhio ai banchi era eloquente: meno folklore, più essenzialità; poche concessioni all’estetica da souvenir e molto spazio invece a etichette pulite, minimaliste, talvolta quasi “nordiche” nel linguaggio visivo, a sottolineare un cambio di paradigma che è prima di tutto culturale: la Grecia non vuole più essere percepita solo come meta da cartolina con il calice in mano, ma come origine di vini capaci di sedersi al tavolo, senza complessi, accanto ai grandi bianchi e rossi del Mediterraneo e dell’Europa.

Il percorso di degustazione sembrava progettato per accompagnare il visitatore in una lenta presa di coscienza: si partiva spesso da etichette note, già importate da tempo, per poi spingersi su produzioni di nicchia, microvinificazioni, singole parcelle, oltre che su una selezione significativa di metodo classico in bianco e in rosé; molti produttori avevano portato più annate dello stesso vino, quasi volessero dire “assaggia dove siamo arrivati, ma soprattutto guarda dove stiamo andando”.

Greek wine day 2025 Firenze FISAR
Credits: PB
Stimolente viaggio fra i sapori ellenici

Nel bicchiere, il primo impatto forte arrivava spesso con i rossi del Peloponneso, e in particolare con l’Agiorgitiko, vitigno che più di altri incarna la transizione del vino greco da prodotto rustico a interprete moderno del gusto internazionale mantenendo, però, una riconoscibile impronta territoriale.

Tra le bottiglie che hanno catalizzato l’attenzione di molti operatori italiani c’era senza dubbio il Château Julia Agiorgitiko di Costa Lazaridi: un nome che per chi segue da anni la scena ellenica non è certo una novità, ma che in questa edizione fiorentina della Greek Wine Day ha trovato un contesto ideale per essere riletto con altri occhi.

Nel calice si presenta con un colore rubino profondo e luminoso, che già visivamente racconta un lavoro attento in vigna e in cantina; al naso emergono subito note di ciliegia matura, prugna, una spezia dolce che richiama la cannella, seguite da tocchi più scuri di cacao e un delicato accenno balsamico. La bocca è avvolgente ma scandita da un’acidità viva, più verticale di quanto un degustatore abituato a certi rossi mediterranei potrebbe aspettarsi; il tannino è presente ma cesellato, avvolgente, e si inserisce in una struttura che punta chiaramente all’equilibrio più che all’esibizione muscolare.

Molti appassionati si sono soffermati proprio su questo punto: la capacità di alcune interpretazioni moderne di Agiorgitiko, come quella di Costa Lazaridi, di dialogare con la gastronomia italiana – dal ragù di carne alle preparazioni di selvaggina leggera fino a certi piatti della tradizione toscana – senza sovrastarla, con un profilo aromatico riconoscibile ma non caricaturale, e con una freschezza che li rende gestibili anche in abbinamenti più azzardati, come alcuni piatti di pesce strutturato o cucine di contaminazione.

Greek wine day 2025 Firenze
Costa Lazaridi
Vini Costa Lazaridi – credits: PB

Se l’Agiorgitiko rappresenta in qualche modo la punta di diamante dei rossi greci per il mercato italiano, a Firenze è apparso evidente quanto i bianchi autoctoni siano oggi il biglietto da visita più immediato della nuova Grecia del vino, soprattutto quando si parla di Assyrtiko. Tra le etichette che hanno saputo conquistare molti addetti ai lavori si è distinto, non solo per qualità ma anche per coerenza stilistica, il Philos Assyrtiko dell’azienda Philos.

In un contesto in cui l’Assyrtiko viene spesso raccontato solo attraverso il mito, peraltro giustificato, di Santorini, il lavoro di aziende come Philos chiarisce quanto questo vitigno sia capace di esprimere sfumature raffinate anche in altri territori, soprattutto quando l’approccio in vigna è mirato a valorizzarne la tensione acida e la spinta salina.

Nel bicchiere il Philos Assyrtiko si offre con un colore paglierino luminoso, quasi brillante, attraversato da riflessi verdolini; al naso, la prima impressione rimanda agli agrumi – lime, pompelmo – ma ben presto affiorano note di pesca bianca croccante, fiori di campo, una traccia di erbe mediterranee e, sullo sfondo, quella caratteristica impronta minerale che dà la sensazione quasi tattile di pietra bagnata. In bocca è lineare ma non magro: l’acidità è netta, affilata, ma sostenuta da una materia che riempie il centro del palato senza appesantire; la sensazione sapida emerge chiaramente nel finale, allungando la persistenza e invitando a un altro sorso.

Non stupisce che si sia subito iniziato a ragionare su possibili abbinamenti: crudità di pesce, magari con qualche elemento agrumato; carni bianche cotte a bassa temperatura; formaggi caprini freschi; persino alcune preparazioni della cucina vegetariana contemporanea, dove la componente grassa viene spesso affidata a salse e condimenti e dove un bianco teso e salino come questo può svolgere un ruolo di contrappunto ideale. 

Greek wine day 2025 Firenze
Philos 
Paolo Bini
Vini Philos – credits: PB

La Greek Wine Day fiorentina, però, non si è limitata a offrire un catalogo statico di etichette: ogni banco era un pretesto per una conversazione sul futuro del vino greco, sulle sfide dei cambiamenti climatici in un contesto già caldo, sui progetti di zonazione che stanno emergendo in regioni finora considerate “minori”, sui tentativi di valorizzare vitigni quasi dimenticati accanto ai nomi ormai noti come Assyrtiko, Xinomavro, Agiorgitiko, Moschofilero, Liatiko.

Gli operatori italiani più attenti hanno colto un filo rosso chiaro: l’idea, sempre più condivisa, che il posizionamento del vino greco sui mercati internazionali debba passare non tanto da imitazioni di modelli francesi o italiani, quanto da un racconto coerente delle peculiarità locali, affiancato però da una precisione tecnica ormai allineata agli standard europei più elevati.

In questo contesto, un ruolo speciale lo sta giocando lo sviluppo del metodo classico: un capitolo che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato quasi marginale nel panorama ellenico e che oggi, invece, rappresenta una delle frontiere più interessanti per chi guarda alla Grecia non solo come Paese di bianchi sapidi e rossi mediterranei, ma come laboratorio di bollicine d’altura a base di vitigni autoctoni.

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Courtesy: Greek Wine Day
Mai pensato ai Metodo classico?

A Firenze erano presenti diversi esempi di metodo classico greco, molti dei quali provenienti dalle zone settentrionali, là dove l’altitudine e la maggiore escursione termica tra giorno e notte permettono di preservare acidità e finezza aromatica anche in annate calde.

Una delle degustazioni più affollate è stata quella dedicata alle bollicine da Xinomavro, vitigno che la maggior parte dei professionisti italiani è abituata ad associare ai rossi strutturati di Naoussa e Amyndeon ma che, vinificato in bianco e spumantizzato con rifermentazione in bottiglia, offre un profilo sorprendente: colore tenue, profumi di piccoli frutti rossi, agrumi, fiori bianchi, una tensione acida che ricorda da vicino alcune esperienze d’oltralpe, pur mantenendo un timbro mediterraneo ben riconoscibile.

Le parole ricorrenti nelle conversazioni con i produttori erano “altitudine” e “suolo”: molti territori del nord della Grecia, soprattutto nelle aree interne e pre-montane, stanno emergendo come candidate naturali per la produzione di metodo classico, grazie a vigneti posti spesso oltre i 600-700 metri, su suoli poveri, sassosi, talvolta di origine vulcanica o calcarea, in cui la vite è costretta a radicare in profondità, accumulando complessità nei grappoli e preservando acidità.

Questa vocazione, ancora in parte inespressa, è stata uno dei temi centrali degli incontri con i produttori i presenti hanno ascoltato con attenzione progetti che vanno ben oltre il semplice “fare bollicine”, e che parlano di singoli cru, di lunghi affinamenti sui lieviti, di uso calibrato del legno per la fermentazione di alcune basi, di blend tra vitigni autoctoni e internazionali che puntano a creare uno stile greco riconoscibile nel mondo delle spumantizzazioni di qualità.

Tra le etichette di metodo classico presenti alla Greek Wine Day fiorentina, una in particolare è diventata rapidamente oggetto di confronto: un metodo classico brut a base di Assyrtiko proveniente da vigneti d’altura, capace di coniugare la consueta spinta salina del vitigno con una cremosità al palato che racconta un affinamento prolungato sui lieviti.

Nel bicchiere, il perlage fine e persistente, il colore paglierino scarico, i profumi che spaziano dagli agrumi alle note di crosta di pane, mandorla, pietra focaia, hanno convinto della solidità del progetto; in bocca l’equilibrio tra acidità, sapidità e una sottile morbidezza ha acceso immediatamente il dibattito su possibili abbinamenti con la cucina italiana, dalle crudità di mare alle fritture di pesce, fino ad alcune preparazioni della tradizione, come il baccalà alla livornese, dove la tensione acida del metodo classico potrebbe fare da contrappunto ideale alla ricchezza del piatto.

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Courtesy: Greek Wine Day
Contestualizzazione futura

È stato interessante notare come, in questo contesto, diversi operatori toscani abbiano iniziato a ragionare sul ruolo che le bollicine greche potrebbero giocare nelle carte dei vini italiane: non un semplice “vino esotico” da proporre per curiosità, ma un’alternativa strutturata ai più noti metodo classico nazionali, soprattutto in contesti di ristorazione che puntano su una proposta mediterranea ampia, in cui il racconto del mare, delle isole, delle coste, si riflette anche nella carta dei vini. 

L’impatto della Greek Wine Day su Firenze non si è limitato allo spazio della manifestazione: al termine dell’evento in molti hanno sottolineato come la chiave del successo del vino greco in Italia, soprattutto in un momento in cui l’offerta complessiva è enorme e la competizione internazionale altissima, sarà proprio la capacità di combinare riconoscibilità – vitigni autoctoni, storia, paesaggi – con affidabilità stilistica: vini puliti, coerenti di annata in annata, con posizionamenti di prezzo che permettano ai ristoratori di proporli con margini sostenibili.

In questo senso, etichette come Château Julia Agiorgitiko di Costa Lazaridi, Philos Assyrtiko di Philos e i nuovi metodo classico da vitigni autoctoni rappresentano tre facce complementari dello stesso movimento: il rosso che dimostra la maturità raggiunta dai grandi rossi greci in termini di eleganza e capacità di invecchiamento; il bianco che racconta l’anima salina e minerale della Grecia contemporanea, in grado di competere con i migliori bianchi europei; la bollicina che apre un capitolo inedito, in cui l’altitudine e la complessità geologica dei suoli greci diventano strumenti per costruire uno stile spumantistico originale.

Nel corso della giornata fiorentina non sono mancati momenti più informali, in cui produttori e operatori scambiavano impressioni al di là dei banchi di degustazione: qualcuno ricordava la Grecia del vino di vent’anni fa, fatta di etichette spesso poco definite, con forti discontinuità qualitative; qualcun altro raccontava le prime visite in cantina, quando parlare di zonazione o di selezione di cloni di vitigni autoctoni sembrava un esercizio di nicchia.

Greek wine day 2025 Firenze
Oenops
Vini Oenops – credits: PB

Oggi la situazione è radicalmente cambiata: molti giovani enologi greci si sono formati in Francia, Italia, Germania; le collaborazioni con consulenti stranieri sono all’ordine del giorno; e, soprattutto, è maturata la consapevolezza che le varietà storiche del Paese – dall’Assyrtiko allo Xinomavro, dall’Agiorgitiko al Moschofilero, fino alle molte uve bianche e rosse meno note – rappresentano un patrimonio agronomico irripetibile, che va raccontato non come curiosità esotica, ma come alternativa seria e strutturata ai vitigni internazionali. Firenze, con la Greek Wine Day, ha offerto una vetrina ideale a questo racconto, permettendo agli operatori italiani di confrontarsi direttamente con i protagonisti di questa trasformazione e di assaggiare, nel bicchiere, il risultato di anni di lavoro in vigna e in cantina.

A fine giornata, quando i bicchieri venivano lentamente riposti e le ultime bottiglie aperte solo per i più curiosi, l’impressione diffusa era che la presenza del vino greco nel nostro Paese sia destinata a crescere, ma in modo selettivo: non tanto in termini di volumi indistinti, quanto di etichette ben posizionate, con storie solide alle spalle, capaci di trovare un posto stabile nelle carte dei vini e sugli scaffali delle enoteche più attente.

In questo scenario, la crescita del metodo classico ellenico appare come una delle frontiere più stimolanti da seguire nei prossimi anni: un banco di prova tecnico e stilistico che richiede rigore, pazienza, investimenti, ma che, se saprà valorizzare la vocazione naturale di certi territori – altitudini elevate, suoli poveri, ventilazione costante, escursioni termiche marcate – potrà regalare agli appassionati europei una nuova famiglia di bollicine mediterranee, capaci di raccontare la Grecia in modo diverso ma complementare rispetto ai suoi bianchi salini e ai suoi rossi solari.

Greek wine day 2025 Firenze
Hatzidakis
Vini Hatzidakis – credits: PB

La Greek Wine Day di Firenze, in questo senso, non è stata solo una manifestazione ben riuscita: è sembrata piuttosto un capitolo di una storia in divenire, quella di un Paese che ha deciso di prendersi sul serio anche nel calice, e che ha trovato nel pubblico italiano un interlocutore attento, esigente, ma pronto a lasciarsi sorprendere da un sorso di Egeo nel cuore della Toscana.


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