La Grappa si può fare anche in carcere? C’è chi lo scrive. Si sbaglia ancora e troppo spesso: Assodistil stigmatizza.


«Oh! C’è mio zio che si è fatto una grappa in casa niente male…» « Sono stato in vacanza all’estero e ho comprato una grappa che devi assaggiare…» «Ci facciamo un grappino?»


[si legge, più o meno, in: 2 minuti]

Quante volte ci troviamo a dover ascoltare frasi come queste nel quotidiano? Per amor del cielo, nessuno vuole fare il censore o il santo inquisitore, però sono ancora troppi gli equivoci, i fraintendimenti e le occasioni in cui capisci che serve ancora tanta cultura del bere sia responsabile che, a maggior ragione, consapevole.

Non a caso Assodistil lo ha rimarcato in un suo comunicato stampa di pochi giorni fa e giustamente lo ha fatto perché l’imprecisione ha varcato la soglia del linguaggio colloquiale per arrivare sui media.

grappa paolo bini
credits: P Bini ©
Il fatto

Episodio scatenante: la perquisizione della polizia penitenziaria nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Durante il controllo, sono stati rinvenuti un microtelefono, due smartphone con rispettivi caricatori, cinque cavi USB un coltello rudimentale, della cannabis e numerosi psicofarmaci.

Ci sarebbe già sufficiente materiale per indignarsi come cittadini, ma venendo al “nostro”, autorevoli agenzie di stampa (probabilmente su verbale delle Forze dell’Ordine) e note testate (probabilmente informate dalle agenzie di cui sopra) comunicano anche il ritrovamento di un secchio con grappa artigianale autoprodotta.

Comprendiamo l’imbarazzo di chi legge – qualcuno ci farà pure un’amara risata sopra -, ma resta l’indiscutibile uso inappropriato di un termine che dovrebbe simboleggiare la qualità spiritosa italiana e che invece viene associato a un banale – distillato? Liquore? Altro? – fatto chissà dove e chissà come.

Presa di posizione

Ovvia, consona e perentoria la presa di posizione di Assodistil, che da oltre ottant’anni rappresenta i produttori di distillati italiani, con un comunicato ufficiale in cui puntualizza l’effettivo e corretto uso del termine “Grappa“. Per capire meglio del perché di tale risentimento – che condividiamo in toto – usiamo direttamente le loro parole:

«La Grappa è un prodotto fortemente identitario del patrimonio agroalimentare italiano, tutelato da una normativa specifica (DM 28 gennaio 2016) e riconosciuto come Indicazione Geografica (IG). Secondo quanto stabilito dal Decreto Ministeriale del 30 settembre 2011 del MASAF, la denominazione “Grappa” può essere attribuita esclusivamente all’acquavite di vinacce ottenuta da uve provenienti, vinificate, distillate ed elaborate integralmente sul territorio nazionale, in impianti riconosciuti e secondo metodologie produttive rigorose e conformi al disciplinare.


L’utilizzo del termine “Grappa” per indicare prodotti alcolici privi di qualsiasi controllo sanitario e qualitativo, e la definizione impropria di una “vera e propria distilleria” riferita a una produzione non autorizzata, non solo indebolisce la reputazione di un’eccellenza italiana, ma fuorvia l’opinione pubblica, facendo confusione tra un prodotto legale, certificato, storico, di qualità garantita dalla competenza decennale di mastri distillatori e da enti di certificazione accreditati, e un alcolico di produzione incerta, clandestina e di qualità molto dubbia per giunta non certificata da alcun ente accreditato».


È davvero un peccato trovarsi spesso e volentieri davanti a questa ambiguità, una confusione che coinvolge ancora troppi consumatori e cittadini in genere. Un’incomprensione che danneggia distillerie e qualità italiana riconosciuta, una lacuna culturale che sentiamo il dovere di sanare giorno dopo giorno, anche con il nostro lavoro di divulgazione.

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credits: Gerd Altmann

Perché (per chiuderla con le parole del Direttore Sandro Cobror): «la Grappa IG è un vanto della distillazione italiana da non confondere con altri intrugli prodotti in maniera dilettantesca ed estemporanea che possono risultare anche dannosi per la salute».

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fonti: Assodistil, Ansa, RaiNews
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