Lo stato di salute delle DOP e IGP. Meccanismo che funziona ancora? Servirebbe una revisione per il futuro?
Sono passati 55 anni dall’istituzione della prima DOC italiana, 40 dalla prima DOCG e circa 30 dall’etichettatura IGT. E’ una tutela che ancora valorizza il prodotto e sostiene il mercato?
[si legge (più o meno) in: 4 minuti]
Troviamo estremamente valida la riflessione sull’ultimo numero del Corriere Vinicolo. Con dati e statistiche si cerca di comprendere cosa è accaduto e se serviranno aggiustamenti nel prossimo futuro.
DOP (DOC e DOCG) e IGP (IGT) sono il perno su cui poggia il sistema vitivinicolo nazionale sia per numeri che per credibilità sui mercati internazionali.

Le denominazioni hanno garantito continuità anche nei momenti più difficili ma non senza incertezze: quelle di istituzione più recente sembrano funzionare meno di quelle storiche che a loro volta sembrano meno dinamiche e sensibili all’innovazione.
Il Corriere vinicolo ha riportato e commentato l’analisi dell’Osservatorio del Vino dopo l’elaborazione dei dati degli Enti di certificazione.
Negli ultimi 8 anni il volume complessivo del vino italiano a marchio è costantemente cresciuto fino ai circa 24 milioni di ettolitri prodotti nel 2020 ma su un totale di 391 DOP operative, le prime 10 per quantità rappresentano il 60% del totale (Prosecco su tutte).

Anche per le IGP la concentrazione produttiva è elevata: solo 17 su un centinaio operative nel 2020 hanno superato i 100.000 ettolitri di imbottigliato con le prime 10 a rappresentare oltre l’80% del totale.

Interessante anche l’analisi relativa a rivendicazione e conseguente imbottigliamento. In totale sono circa 9 i milioni di ettolitri di vino che hanno percorsi non “lineari” che partono da una rivendicazione in vigneto a DOP o IGP ma non arriva alla bottiglia mantenendo la stessa denominazione.

In media, vengono non imbottigliati il 29% delle DOC, il 34% delle IGT, mentre le DOCG presentano tassi di utilizzo più alti (83% imbottigliato).
Il che significa che, più o meno, su 31 milioni di hl potenziali a DOP o IGP, ne vengono imbottigliati circa 22 milioni. Un 30% che quindi non arriva alla bottiglia e magari passa fra le categorie attraverso i meccanismi consentiti di “travaso“: una DOCG può essere declassata a DOC e una DOC può ricadere in una IGP oppure, in orizzontale, verso Denominazioni più grandi dello stesso areale (in alcuni casi obbligatorie, in assenza di IGT, come in Piemonte).

Le IGT a loro volta possono scaricare direttamente e obbligatoriamente sul comune ma ricevono in compensazione i
surplus e i declassamenti delle DOP e le riclassificazioni di IGP più grandi.
Per quanto riguarda le DOP il grosso delle Denominazioni ha oltre 40 anni di età: 165 su un totale di 416 hanno visto il riconoscimento nel decennio 1966-1976 (prima legge istitutiva n. 930/1963) e di queste, 30 sono state promosse a DOCG negli anni successivi.

Nei decenni dal 1977 al 2019, i riconoscimenti sono una cinquantina per decade, tranne il 1988-98,
che ha visto un’impennata a 88, di cui 5 elevate poi a DOCG.
Se guardiamo le performance in termini di rapporto imbottigliato/rivendicato, tra le DOP sono le più recenti a convincere meno: nessuna DOCG presenta tassi superiori all’80%, 3 su 20 ondeggiano tra 60 e 79%. Con la crescità dell’età anagrafica migliorano anche i livelli di performance con l’80% delle DOCG storiche che ha tassi di imbottigliato/rivendicato superiori al 60%.

Questi valori e, conseguentemente, questa sorta di “cappello protettivo” della DO storica ha finito per
fungere da vero “brand rifugio” per le imprese di ogni dimensione costringendo i territori a cercare nuove Denominazioni per la valorizzazione del proprio areale e di fatto a creare una stratificazione di nuovi marchi su marchi pre-esistenti con dei presupposti di mercato più desiderati e scritti a tavolino che non ancorati veramente alla realtà.

Da registrare anche una grande tendenza del “ritorno al varietale“.
Sul totale delle Dop operative nel 2020, il 41% ha nel nome solo il Comune, il 36% il territorio, mentre il 23% fa perno sul vitigno (14% in associazione con il Comune e 9% con il territorio).
Il ritorno prepotente del vitigno, oltre a sancire la stanchezza del concetto classico di Denominazione, pone sfide importanti ai produttori e ai Consorzi, questi ultimi sempre più costretti al tentativo di inglobare fenomeni di successo improvviso.

La riflessione del Corriere è sacrosanta: il problema della gestione del “vitigno pioniere” è la questione più spinosa che oggi i produttori e i Consorzi si trovano oggi a dover affrontare.
L’esempio può essere il Prosecco, il Pignoletto o ancora il caso del Primitivo: un successo istantaneo che nasce e prospera quasi per natura al di fuori del solco forzato di una DOC e che va poi rincorso e imbrigliato con le armi dei commi di un disciplinare.
E quindi, numeri di produzione tuttora comunque convincenti a parte, la realtà dice anche che mentre i territori si
affannano con scarsi risultati a creare Denominazioni a tavolino o alchimie su Denominazioni preesistenti, diventa sempre più pressante l’esigenza di gestire vitigni che incominciano quasi “motu proprio” a dare risultati.

Per cui, mentre ci si occupa (anche giustamente) di rivitalizzare il vecchio, il nuovo nella distrazione generale può diventare un caso quando ormai è troppo tardi.
Queste e altre davvero interessanti riflessioni sull’ultimo numero del Corriere Vinicolo.
fonte: Corriere Vinicolo
spiritoitaliano.net © 2020-2021



