L’impatto umano e sociale della qualità: un messaggio di giustizia a Slow Wine Fair e SANA Food 2026
La seconda edizione congiunta di Slow Wine Fair e SANA Food (la sezione dedicata al cibo del Salone Internazionale del Biologico e del Naturale, ora autonoma dalla sezione beauty), svoltasi a BolognaFiere dal 22 al 24 febbraio, ha ribadito il valore e l’attrattività di questa sinergia.
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Dopo un soddisfacente debutto nel 2025, quest’anno è stato registrato un incremento del 6% del numero dei visitatori (16.000), con oltre 1.100 cantine partecipanti e 300 aziende del mondo food.
Un esito estremamente positivo, come sottolineato dal direttore Business Unit di BolognaFiere Rossano Bozzi, il quale ha individuato nella «qualità del pubblico coinvolto», e nel «percorso altamente selezionato – oggi unico in Italia – dedicato al cibo e vino sostenibile e di qualità», alcuni fra i fattori-chiave del successo della manifestazione.

Slow Wine Fair: la continua innovazione del messaggio
Ogni anno di più, si punta a far emergere, e valorizzare, un concetto di agricoltura biologica o biodinamica che va oltre la semplice aderenza a protocolli produttivi (e, soprattutto, non si esaurisce in una mera etichetta al servizio del marketing), ma che si sostanzia come presidio delle tradizioni e dell’identità culturale di molteplici territori, e del benessere, fisico e sociale, dei loro abitanti.
Slow Wine Fair, giunta alla sesta edizione, ha proposto nuovamente un percorso espositivo piuttosto variegato: non solamente vino, ma anche spazi dedicati al sidro, ai torrefattori membri della Slow FoodCoffee Coalition, l’ormai consolidata Fiera dell’Amaro d’Italia e l’area dedicata alla mixology.

Interessante novità di quest’anno, la presenza della Banca del Vino di Pollenzo, con il suo ingente patrimonio di bottiglie di annate spesso introvabili anche presso gli stessi produttori; oltre a degustazioni specifiche a numero ristretto, è stata offerta la possibilità di degustare gratuitamente con l’ausilio di un apposito distributore (con ticket da cinque assaggi dotati di codice a barre) un’ampia selezione di bottiglie, a rotazione periodica.
Ospite d’onore di questa edizione è stata, inoltre, la coalizione Slow Wine dell’America Latina; in ognuna delle conferenze gratuite tenutesi all’ Arena Reale Mutua ha figurato almeno un relatore da essa proveniente, e si sono svolte anche alcune masterclass dedicate. Un continente che sta vedendo, accanto agli Stati “pionieri”, l’emergere di areali produttivi nuovi e insoliti (si pensi al Messico e alla zona di Jalisco, patria del tequila).

Lungi dall’essere una semplice fiera del vino biologico e naturale (pur se oltre il 60% delle cantine presenti sono certificate biologiche o biodinamiche), Slow Wine Fair si propone, ogni anno, di approfondire una tematica specifica, al fine di meglio caratterizzare e promuovere il complesso concetto di vino buono, pulito e giusto che costituisce l’obiettivo dell’associazione, e dei produttori firmatari del suo manifesto.
Una qualifica che, come anticipato, non si basa solamente su ciò che accade in vigna e in cantina, ma presenta risvolti culturali, etici, ambientali e sociali di più vasta portata. Dopo cambiamenti climatici, fertilità del suolo, e sostenibilità dell’intera filiera produttiva, il tema dell’edizione 2026 è stato il vino come veicolo di inclusione e sviluppo sociale.

Un obiettivo, dunque, maggiormente focalizzato sulla componente umana del processo, e che si può declinare con: condizioni di lavoro più favorevoli, parità di trattamento in relazione a nazionalità, sesso ed età, repressione degli abusi (economici e non). Aspetti che, a pieno regime, potrebbero avere riflessi favorevoli ad un livello economico e sociale superiore; ad esempio, come fattori di contrasto allo spopolamento di territori marginali e in difficoltà.
Questa visione è stata ribadita anche da Giancarlo Gariglio, coordinatore della Slow Wine Coalition:
«La qualità organolettica non basterà più a dar valore a un vino. La partita, oltre che sulla sostenibilità, considerato prerequisito dagli appassionati attenti, si giocherà su una visione virtuosa di partecipazione della cantina alla crescita della comunità in cui si trova a operare».

Un vino soprattutto… giusto (etico e consapevole)
Nel quadro di un dibattito politico di generale, e preoccupante, povertà culturale, ove problematiche urgenti e di portata globale sono trattate come merce di scambio, senza una concreta pianificazione volta ad affrontarle (e magari convertirle in opportunità), questi concetti facilmente vengono ridotti a slogan da stadio al servizio di questa o quella ideologia, e a leve per ottenimento di consensi.
Quanto sopra, anche alla luce di una conoscenza sommaria, o addirittura nulla, delle reali difficoltà che il mondo del vino si trova attualmente ad affrontare a monte, nell’iter produttivo (mentre viene data, quasi esclusivamente, risonanza ai problemi a livello di consenso e di vendite).
Ecco perché eventi come Slow Wine Fair, e gli incontri di approfondimento promossi al suo interno, possono aiutare ad inquadrare meglio la portata della situazione, nonché l’oggettività, ed urgenza, delle macro-questioni sociali che non risparmiano la viticoltura.

Wine Justice: l’impatto umano e sociale
Una delle più rilevanti è indubbiamente il crescente impiego di manodopera straniera; ghiotto argomento di propaganda (da qualsiasi parte lo si consideri) che, fortunatamente, qualcuno cerca di affrontare e gestire in concreto, con l’obiettivo di generare un ritorno positivo per intere comunità partendo dal miglioramento delle condizioni lavorative dell’immigrato.
Alcuni esempi virtuosi di questo approccio sono stati illustrati dagli ospiti della conferenza “Il mondo in vigna, il giusto nel bicchiere”. La coordinatrice di Accademia della Vigna di Alba (ente di formazione specializzato), Maria Cristina Galeasso, ha posto l’accento sul problema della carenza di qualifica dei lavoratori stranieri, e sulla necessità di assisterli in toto nella gestione del rapporto con il datore di lavoro, al fine di ottenere contratti regolari, equi e miranti alla continuità di rapporto.
Yvan Sagnet, ingegnere camerunense presidente dell’associazione internazionale anti–caporalato NO-CAP, ha raccontato l’esperienza di sfruttamento vissuta da studente – lavoratore nelle campagne del Salento, e il grande sforzo compiuto dalla sua associazione per la regolarizzazione di oltre 5.000 lavoratori agricoli (strappandoli da una sorta di ghetto), e nel promuovere la politica del “prezzo giusto” nei confronti della distribuzione finale.

Yunuel Ibarra e Irene De Barraicua hanno illustrato la battaglia dell’associazione Lideres Campesinas per far riemergere dall’invisibilità i lavoratori agricoli (soprattutto donne e giovani) impiegati nelle vigne della California, spesso privi di assicurazione medica e copertura previdenziale, nonché frequentemente esposti a fumi di incendi e pesticidi. Anche in questo caso, è stato portato avanti un progetto condiviso con i datori di lavoro, i quali possono attestare la virtuosità del proprio processo produttivo mediante un QR Code apposto sulle proprie bottiglie, una sorta di “etichetta etica” rilasciata dall’associazione.
L’ultimo intervento è stato quello dell’illustratore e viticoltore italo – macedone Boban Pesov, il quale, con la sua cooperativa agricola L’arco del lavoratore (fornitrice di molte aziende delle Langhe), ha costituito, e costituisce, un punto di riferimento per l’inserimento lavorativo e sociale di molti lavoratori stranieri (suoi connazionali e non), spinto dalla convinzione che l’investimento sulle persone apporti beneficio all’attività, alla comunità, e al vino che beviamo.

Con l’auspicio che la sete di conoscenza e consapevolezza, e non solamente il vezzo di trascorrere un weekend diverso dagli altri, sia il vero motore che stimoli il pubblico alla frequentazione di fiere ed eventi, e che ciò possa contribuire a risollevare un mercato attualmente in difficoltà.
fonte: Slow Wine Fair, Bolognafiere – photo: Sara Comastri, courtesy Slow Wine Fair
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