Un cru d’altura che guarda al futuro del Brunello: con Poggio Severo, Lisini innova senza tradire la sua storia e Montalcino
Non prendetela come provocazione, ma ogni nuovo Brunello che arriva sul mercato ci suscita d’istinto la domanda implicita: serve davvero a Montalcino?
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In un territorio che ha costruito la propria reputazione sull’identità più che sulla novità, ogni etichetta aggiuntiva deve trovare una ragione profonda per esistere. Un concetto lapalissiano, ma troppe volte inascoltato per ragioni prevalentemente – e comprensibilmente – commerciali.

Le presentazioni di nuovi prodotti mi intrigano sempre, ma per finire su queste pagine serve convincermi. Che sia per l’eccellenza qualitativa o per un messaggio forte o innovativo, si richiede quel qualcosa in più che persuade il lettore e, prima ancora, chi scrive l’articolo.
Avevo fiducia preventiva, lo confesso, ma al tempo stesso delle aspettative non banali. Ho voluto fortemente esserci alla “prima” ufficiale di Firenze, un nuovo anno da iniziare con grande curiosità e con l’esclusività di una denominazione che ha pochi competitor al suo livello nel mondo.
Dicevamo sopra di quanto serva una ragione profonda per proporre una novità e Poggio Severo, il nuovo Brunello di Montalcino DOCG dell’azienda Lisini (presentato con la prima annata 2021) nasce proprio da questa esigenza: non aggiungere, ma distinguere; non sorprendere, ma chiarire.
Non si tratta di un semplice ampliamento di gamma, ma piuttosto un capitolo aggiuntivo di una storia che dura da oltre un secolo, un vino pensato a lungo e arrivato solo quando le condizioni – agronomiche, climatiche, umane – hanno suggerito che fosse il momento giusto. In un territorio dove il Brunello rischia talvolta di diventare esercizio di stile, Lisini sceglie ancora una volta la via più impegnativa: quella della coerenza.

Un’idea nata in e dalla vigna
«I nostri vini nascono in vigna». È una frase che si sente spesso, ma che a Montalcino assume un peso specifico diverso quando a pronunciarla è Carlo Lisini Baldi, oggi alla guida dell’azienda insieme al fratello Lorenzo e ai cugini Ludovica, Alessandro e Caterina. Perché qui il lavoro agricolo non è mai stato un passaggio preliminare, bensì il cuore pulsante di ogni scelta produttiva.
Poggio Severo nasce da due piccoli appezzamenti – poco più di due ettari complessivi – situati nella parte più alta della collina, a circa 520 metri sul livello del mare. Le vigne hanno una ventina d’anni e sono letteralmente circondate dal bosco, in una zona che fino a pochi decenni fa era in parte abbandonata. Un recupero lento, che ha richiesto ingenti investimenti, anche per proteggere i filari dalla pressione crescente di daini e cinghiali, sempre più presenti in questa fascia alta del territorio.
Fino alla vendemmia 2020 le uve di queste parcelle confluivano nel Brunello annata. Solo dopo un lungo lavoro di osservazione e selezione si è deciso di vinificarle separatamente, riconoscendo a Poggio Severo una fisionomia autonoma.
Il suolo è di matrice arenario-argillosa, più sciolto rispetto a quello di Ugolaia, dove la componente argillosa è predominante. Una differenza sottile ma decisiva, che si riflette nella tessitura del vino. Nelle giornate particolarmente terse, da queste vigne lo sguardo può spingersi lontano, fino a intravedere i profili della Corsica e dell’isola di Montecristo: un dettaglio che restituisce bene la sensazione di altitudine, luce e respiro che caratterizza questo luogo.
Cambia anche l’esposizione: sud-est, anziché sud pieno verso il Monte Amiata e la Val d’Orcia. E cambia il microclima, con escursioni termiche più marcate e una maturazione più lenta, oggi fondamentale per affrontare le sfide poste dal riscaldamento climatico. Questa combinazione di fattori rende Poggio Severo un vero cru, dove ogni bottiglia racconta il suo specifico terroir.

La tradizione come direttrice
Per capire davvero Poggio Severo bisogna però fare un passo indietro. Tornare agli anni Trenta del Novecento, quando il nonno Lodovico Lisini produceva vino secondo il metodo chiantigiano, in un’epoca in cui il Brunello non era ancora un’icona globale ma un vino di territorio, austero e fedele a se stesso. È una linea che l’azienda non ha mai interrotto, rafforzata anche dalla breve ma significativa collaborazione con Giulio Gambelli, figura chiave dell’enologia toscana.
In questa storia un ruolo centrale spetta a Elina Lisini, figura determinante non solo per l’azienda ma per Montalcino intera. Fu lei, nel secondo dopoguerra, a scegliere di investire nella viticoltura quando la fine della mezzadria e il boom industriale spingevano molti ad abbandonare la campagna.
Nel 1967, Elina era tra i 25 fondatori del Consorzio del Brunello di Montalcino e ne divenne (unica donna a oggi) presidente nel 1970. Una presenza autorevole, capace di tenere insieme visione imprenditoriale e rigore agricolo, valori che ancora oggi rappresentano una “direttrice” ideale per la famiglia Lisini.
Dopo la scomparsa di Lodovico nel 1950, la gestione passò proprio a Elina, che trasformò progressivamente la proprietà in un’azienda vitivinicola strutturata, capace di attraversare decenni complessi senza snaturarsi e cercando la via della massima espressione parcellare, dell’unicità del vigneto.
Non scordiamoci che l’operazione Poggio Severo di oggi, è solo l’ultimo riferimento a un’ispirazione che accompagna Lisini dalla fine degli anni sessanta. Già in quegli anni si iniziò infatti a cercare la peculiarità del singolo appezzamento, scoprendo singolari espressioni da vigne come Capannelle, la Tufaia, e poi quella arcinota di Ugolaia e ancora quella a piede franco che diede vita a Prefillossero.
Alla morte di Elina, nel 2009, il testimone è passato ai nipoti, che oggi guidano l’azienda mantenendo intatto quell’equilibrio fra tradizione, autonomia di pensiero e apertura al cambiamento.
Oggi, non a caso, nel percorso di Poggio Severo, compare il nome di Paolo Salvi, enologo e supervisore esterno dal 2019, che con Gambelli ha lavorato a lungo. Insieme al preparatissimo Alessandro Margioni, enologo aziendale, Salvi sta accompagnando la famiglia in un progetto che guarda avanti senza mai tradire il passato.
Poggio Severo segue il disciplinare del Brunello, ma con qualche scelta che racconta bene la filosofia aziendale. L’affinamento è lungo: quattro anni complessivi in cantina, di cui 36 mesi in botte grande di rovere di Slavonia, seguiti da un passaggio in cemento e da circa sei mesi di bottiglia prima della commercializzazione. Più del minimo previsto, perché qui il tempo non è un costo, ma una risorsa.
La produzione è volutamente limitata: poco più 2.600 bottiglie per la prima annata, tutte numerate. Una scelta che non cerca l’esclusività fine a se stessa, ma che nasce dalla volontà di non forzare la mano alla vigna. «Abbiamo preferito far emergere l’eccellenza di Poggio Severo – ha spiegato Ludovica Lisini – piuttosto che inseguire numeri più grandi».

In assaggio
La prima annata di Poggio Severo è il 2021, un millesimo che a Montalcino ha saputo coniugare maturità e tensione. «È stata un’ottima annata – raccontano Margioni e Salvi – e dopo quattro anni dalla vendemmia il vino mostra caratteristiche molto interessanti».
Al naso Poggio Severo è misurato, non esuberante, ma estasia con il suo ampio bouquet che spazia su tutte le grandi famiglie dei descrittori: ci sono viola e rosa, mora ed amarena e poi cacao, legno di cedro, tabacco Cavendish, note ferrose con aperture soavi di eucalipto e ginepro di attrattiva istintiva.
A un profilo odoroso indubbiamente di appeal immediato, Il Poggio Severo 2021 conquista particolarmente per la sua sontuosa eleganza in bocca: un sorso bilanciato che non pecca in niente, che ha la spessore atteso – diciamo pure: preteso – storicamente da un Brunello, ma che sa corredarla con una freschezza estasiante e tannini gustosi e mai scontrosi.
Centro bocca estremamente fruttato, attorno la balsamicità autentica da parcella e tostature piacevoli ben dosate con la solita mano elegantemente illuminata di Lisini. La conclusione è sapida, lunga e ricca in sensazioni: frutta nera, lavanda, gianduja, rosmarino, tè verde e, chiaramente, arancia e fiori di iris.
Un vino che rivela un’esemplare maestria nel condurre il lavoro, non solo agronomico ed enologico ma (prima ancora) filosofico. Nonostante ciò, per l’enologo Margioni servirebbe «almeno un anno per apprezzarlo pienamente». Per noi, la sua lieve verticalità resta un valore aggiunto, soprattutto quando il percorso sensoriale dimostra tale completezza.

Diversità come valore
Il confronto con Ugolaia è inevitabile, ma va letto come un dialogo, non come una competizione. Ugolaia è da anni un grandissimo vino, una delle espressioni più riconoscibili e coerenti del Sangiovese di Lisini. Poggio Severo si pone sullo stesso livello qualitativo, ma percorre una traiettoria diversa.
Ugolaia nasce su un pianoro più basso, con suoli più argillosi e un’esposizione pienamente meridionale, e offre un profilo più solare e disteso. Poggio Severo, invece, gioca su maggior tensione e freschezza, figlie dell’altitudine, del bosco e del suolo più sciolto. Due cru complementari, che dimostrano come l’identità di un’azienda possa rafforzarsi proprio attraverso la valorizzazione delle differenze.
In questo senso Poggio Severo si dimostra anche estremamente contemporaneo: non perché assecondi mode stilistiche, ma perché rappresenta una risposta concreta alle trasformazioni climatiche e alle nuove sensibilità dei mercati. Un vino che mantiene la profondità storica del Brunello, ma la accompagna con una freschezza naturale, una precisione tannica e una bevibilità che parlano al presente senza rinnegare il passato.

“Chiudendo il cerchio” con il nostro prologo, oggi non ci arriva così solo una semplice novità, ma un cru inedito che sa raccontare della terra, del bosco, dell’altitudine e del lavoro paziente in vigna. Dalla bottiglia ci è parsa uscire una storia di equilibrio fra eleganza e personalità, tannini presenti ma mai aggressivi, e una freschezza che sorprende senza tradire l’essenza del Sangiovese.
Poggio Severo conferma la capacità di guardare al futuro senza dimenticare il passato. Questo vino è la prova che un’azienda può continuare a innovare senza tradire il terroir, le vigne e la propria identità. Un Brunello moderno ma pur sempre autentico, di altissimo profilo e pronto ad affrontare le sfide del futuro senza perdere la propria anima. Come piace a noi.
fonte: Lisini – foto: Paolo Bini
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