Una masterclass FIVI dedicata al Cirò e a uno dei suoi interpreti più carismatici e rispettosi della tradizione: Cataldo Calabretta
L’obiettivo di un piccolo produttore indipendente deve essere quello di tendere all’eccellenza in «ciò che si è sempre fatto».
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L’incipit è uno dei messaggi più forti emersi da una delle masterclass in programma nell’ambito della recente quattordicesima edizione del Mercato dei vini FIVI di Bologna.
Cataldo Calabretta, titolare dell’azienda agricola L’Arciglione di Cirò Marina, ha più volte ribadito come la sua missione primaria sia sempre stata quella di preservare e valorizzare le secolari tradizioni viticole, ed espressioni produttive, della sua famiglia in primis, e del territorio della DOC Cirò nel suo complesso, escludendo di potersi cimentare in tipologie di vini più in voga, ma non caratteristiche.

Un concetto sottolineato anche da Andrea Miotto, dell’omonima azienda agricola di Colbertaldo di Vidor (Treviso), secondo ospite della masterclass (in base alla formula classica che prevede, per ognuna di esse, il dialogo fra due produttori), il quale ha manifestato la sua volontà di continuare a produrre un Prosecco di qualità, in un contesto tendente all’omologazione, e che ha visto l’avvento di nuove varianti produttive trainate da una logica prevalentemente commerciale.
Quella di Cataldo Calabretta è una delle numerose storie di partenze e ritorni che consente al nostro Paese di mantenere in vita, seppur con sacrifici e difficoltà, un inestimabile patrimonio di nicchie produttive che sono espressione di un binomio inscindibile fra vitigno e territorio.
Facente parte della quarta generazione di una famiglia di viticoltori, dopo la laurea in Viticoltura ed Enologia a Milano, e diverse esperienze lavorative in più aziende vitivinicole, nel 2008 ha deciso di rientrare a Cirò Marina per recuperare, e strappare all’abbandono, le vigne del nonno, e ristrutturare la vecchia cantina di famiglia.
Una scelta dalla doppia valenza, nel contesto di una denominazione territoriale come Cirò; non solo continuare un progetto familiare, ma anche, e soprattutto, farsi ambasciatore delle peculiarità di un areale ristretto ed esclusivo sotto ogni punto di vista: pedoclimatico, ampelografico e storico – culturale.

Un distretto di 2.000 ettari vitati dove il vitigno Gaglioppo (che i più recenti studi qualificano come incrocio fra Sangiovese e Mantonico Bianco), riesce ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità in termini di complessità aromatica, struttura, trama tannica, freschezza e prospettive evolutive. Questo grazie alle argille bianche che, con la loro conformazione spugnosa e poco permeabile, riescono a trattenere la poca acqua disponibile, consentendo alle uve di portare a termine di pervenire ad una maturazione soddisfacente ed equilibrata, anche in presenza di un clima estremamente siccitoso.
Ed è stata proprio la volontà di preservare le migliori condizioni per l’espressione del vitigno, unitamente all’attaccamento viscerale alle pratiche vitivinicole consolidate in un contesto storicamente agricolo e contadino, a guidare le scelte operative di Calabretta: mantenimento delle tradizionali operazioni manuali di lavorazione del terreno (il cui progressivo abbandono viene da più parti deplorato come una delle cause dell’impoverimento microbiologico dei terreni), forma di allevamento ad alberello, ripristino delle vasche in cemento per l’affinamento del Cirò Rosso.
Questo viene da lui prodotto nelle tipologie Rosso Classico Superiore e Rosso Classico Superiore Riserva, ove la menzione “Classico” circoscrive la coltivazione e la vinificazione ai soli Comuni di Cirò e Cirò Marina. Da segnalare che, nel 2025, la tipologia Rosso Classico Superiore Riserva è divenuta DOCG con il nome di Cirò Classico. Un ulteriore suggello al processo di rivalutazione e rinascita che ha coinvolto il più importante vino calabrese negli ultimi anni, di cui Calabretta è uno degli alfieri più importanti e appassionati.
Il rispetto e l’amore per le consuetudini secolari della famiglia e del territorio si sono riflettute, infine, nella scelta del nome stesso dell’azienda (l’arciglione è la particolare roncola per la potatura delle viti, tipica della viticoltura cirotana), e nell’adozione del regime biologico, considerato la naturale prosecuzione di prassi consolidate, senza implicazioni di marketing.
La degustazione
Nella degustazione finale, sono state proposte le tipologie Rosato e Rosso Classico Superiore, ognuna in tre annate. Esperienza a tratti sorprendente, che ha messo decisamente in discussione l’immagine del Cirò come vino di esclusiva materia e alcolicità, e ha fatto emergere la ricchezza e completezza espressiva che il Gaglioppo è in grado di regalare.
In rosa
Per Calabretta (e il contesto cirotano in generale), il Rosato, lungi dall’essere una scelta guidata dalle mode, è sempre stato il vino della quotidianità a tavola, e come tale deve essere valorizzato e promosso.
L’annata 2024 ha evidenziato la nota fruttata più marcata dell’intero sestetto (componente non predominante nel Gaglioppo), declinata su arancia rossa e ciliegia, e arricchita da un’intrigante scia speziata di noce moscata. Al sorso è stata subito protagonista quella salinità che si è poi rivelata come tratto comune della degustazione (d’altronde, le vigne di Cirò vedono e sentono il mare), unitamente ad una corposità e leggera percezione tannica che hanno ha ribadito di non essere al cospetto di un rosato da aperitivo, ma di un vino da pasto a tutti gli effetti.
Nell’annata 2022 la componente fruttata si è rivelata più attenuata, lasciando il posto alla parte floreale e speziata, e finanche a lievi note di mandorla tostata. Freschezza e salinità ancora sugli scudi, seguite da distensione e pienezza.
Infine, un cambio di programma con l’ultima bottiglia ha permesso di assaggiare l’annata 2014, che ha decisamente stravolto le comuni convinzioni sulle potenzialità di invecchiamento di un vino rosato. Un bagaglio olfattivo sorprendentemente profondo e articolato, con suadenti richiami di erbe officinali, radici e incenso; una freschezza ancora viva al sorso, un finale aromatico che ha ricordato il chinotto, e struttura tuttora percepibile.

In rosso
La terna dei rossi ha fatto emergere ancor più il fascino e la complessità del corredo aromatico del Gaglioppo, la tenuta dell’acidità e, naturalmente, la potenza del tannino.
L’annata 2022 ha confermato l’attenuazione della dotazione fruttata nel corso del tempo, a vantaggio della componente floreale, e di un’impronta balsamica e aromatica richiamante la macchia mediterranea. Tannini graffianti e freschezza vibrante hanno fatto presagire grandi prospettive di arricchimento ed evoluzione, confermate splendidamente dall’assaggio dell’annata 2018.
Nella 2018, ritenuta all’unanimità di grande levatura, è stata ancor più netta la parte vegetale e aromatica (fiori secchi, alloro, ginepro), impreziosita da accenni di pepe nero, con l’emersione finale di una nota salmastra, e persino di olive in salamoia. Tannini non più così ruvidi, ma ancora netti e quasi masticabili, un finale non solamente sapido ma quasi saporito (con un inatteso richiamo al cappero), e una bevibilità sorprendente in rapporto alla struttura possente.
Infine, l’annata 2012, che ha condotto dal mare al bosco, con una profusione di fungo, note terrose e lievemente affumicate. Freschezza ancora sostenuta a mantenere vivo un tannino ormai levigato e una struttura più distesa, per un sorso ancora estremamente godibile, arricchito da un finale sfumato di tabacco.

Un vino del Sud che costituisce un mirabile esempio di come, da pratiche vitivinicole oculate e rispettose della tradizione, possano scaturire eleganza ed armonia, oltre che muscolo e calore, per arrivare a produrre vini maggiormente confacenti ai gusti e alle richieste dell’attuale momento. Con la speranza che i tanti Cataldo Calabretta italiani possano continuare a costituire un baluardo contro le (ahimè) numerose difficoltà che il vino si sta trovando ad affrontare.
Leggi il nostro articolo su Mercato vini FIVI 2025
Foto: Sara Comastri
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