Appenninia: se il vino diventa presidio

La grande ed efficace bellezza delle terre alte: il cuore e i vini di Appenninia convincono. Ora si può correre verso il futuro.


Valorizzare l’Appennino non significa passare le domeniche da turisti in escursioni trekking, pur rispettose e naturaliste che siano, o aspettare in gloria due fiocchi di neve per poter andare a sciare.


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Valorizzarlo significa viverlo tutti i giorni, e quindi abitarci, lavorarci, studiarci, divertirsi, luogo dove normalità non è il centro commerciale ma la piccola attività del negozietto che vorrebbe sopravvivere ai soprusi economico/politici della vita occidentale odierna.

Appenninia 2026
foto: PB

Una vita normale insomma, quella che magari si fa anche in città e in quelle grandi prigioni urbane senza sbarre che sono le periferie di pianura. Senza definire “eroi” coloro che con le già mille difficoltà settoriali, qui decuplicate e amplificate, ma semplicemente persone che hanno fatto scelte radicali, anche politiche – non “partitiche”, ma “politiche” nel senso stretto del termine – scelte estremamente personali e sicuramente dettate da un amore che solo chi lo pratica può capire.

Tutto ciò per introdurre le nostre impressioni di Appenninia 2026, manifestazione ancora definibile “di nicchia” da supportare e celebrare, nell’auspicio che ogni anno a venire i visitatori si moltiplichino e l’entusiasmo degli organizzatori non scemi mai.

La kermesse, che si migliora ad ogni nuova edizione, ha visto una nutritissima presenza ai banchi di assaggio ma – anche e soprattutto – diverse occasioni di confronto con masterclass e seminari.

Appenninia 2026
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Molto interessante il talk riservato alla stampa “Il vino appenninico e le sue prospettive vitivinicole, economiche e sociali”, moderato da Francesco Saverio Russo che ha parlato di didattica culturale ed economica e di quella che, a tutti gli effetti, viene considerata dal CERVIM (ente a cui facciamo spesso riferimento nei nostri articoli) come “Viticoltura eroica”. Il tema dell’anno prossimo potrebbe essere “Enoturismo appenninico“.

L’incontro ha visto anche la partecipazione del prof. Benedetto Rocchi, docente UNIFI di Economia e Politica Agraria. Le sue parole chiave: “sostenibilità” e “produzione di valore” che si acquista agendo, facendo cose.  Un capitale non solo aziendale ma anche rurale, ovvero un patrimonio condiviso, sociale e umano, che non deve decrescere ma che sia costante o meglio in crescita.

Secondo Rocchi gli asset mancanti sono viaria, turismo mirato, conoscenza. A dispetto della crisi demografica, sembra che le zone appenniniche abbiano visto, tra il 2019 e il 2023, un saldo migratorio positivo spesso legato al lavoro. In che modo quindi la produzione vinicola può contribuire al capitale rurale? Con un atteggiamento imprenditoriale basato su conoscenza (cultura) per l’esportazione del territorio tutelando la conservazione del paesaggio e valorizzando l’attrattiva turistica mirata, innovativa del settore agricolo.

Si parla anche di istituire una DOC, ma probabilmente in sua assenza la libertà di manovra dei viticoltori è più ampia, elemento indispensabile in zone poco amichevoli dal punto di vista climatico e di tradizione enologica: sicuramente il logo “Prodotto di montagna” sarebbe funzionale per indicare che non è il prodotto che viene qualificato dalla montagna, bensì la Montagna ad essere nobilitata dal prodotto.

Appenninia 2026
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A proposito del sostegno al reddito, si è ragionato su quanto sia auspicabile lo sviluppo rurale: tuttavia i piccolissimi imprenditori hanno necessità anche di aiuti economici diretti, piccoli nella macrovisione economico/politica ma necessari nell’affrontare il quotidiano.

Nicola Abbrescia, Presidente CERVIM, ha affrontato il tema della biodiversità, sottolineando come incredibilmente la Toscana non faccia parte di questo Organismo Internazionale essendo una di quelle regioni dove è importante evitare gli espianti e mantenere la ricchezza della biodiversità. Sempre secondo Abbrescia, il marchio “Prodotto di Montagna” sarebbe più efficace con un QR Code in etichetta che possa fornire maggiori informazioni al consumatore finale.

Da Ilaria Lorini, miglior sommelier d’Italia AIS, una visione proiettata al futuro verso il superamento degli schemi disciplinari e tradizionali: l’Appennino è la colonna vertebrale di tutta l’Italia, con varietà ampelografiche molto numerose e tanti vitigni autoctoni recuperati (c’è da chiedersi perché siano stati abbandonati nel corso degli anni). Si producono vini dotati di freschezza, mineralità, poca estrazione e godibilità immediata, con un gusto più moderno rispetto ai vini  strutturati di moda qualche decennio fa.

I vini di Montagna vedono così un approccio più attuabile negli abbinamenti con la cucina veloce dei nostri tempi, spesso contaminata dal melting pot globale, quindi sono commercialmente più spendibili.

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foto: PB

Gennaro Giliberti, agronomo e funzionario di Regione Toscana, ha discusso sulla pratica dell’espianto dei vitigni europei, causata da molteplici motivi, commerciali e climatici: i vigneti che rimarranno saranno pochi, molti dei quali localizzati oltre il 47° parallelo oppure ad altitudini importanti, quelle che appunto si trovano lungo l’Appennino. Si è parlato quindi anche di fondi europei per le politiche comunitarie e bandi di autorizzazione di nuovi impianti, con priorità alle zone “eroiche”, senza tacere di flavescenza dorata e mal dell’esca, le malattie della vite più problematiche in queste aree montane. La sua idea si riassume con il motto “La tradizione è un’innovazione che ce l’ha fatta”

Per Giuliano Tarchi, enologo di Ornellaia, l’enoturismo è una grande potenzialità di sviluppo ma ha bisogno di infrastrutture e quindi di interventi mirati, come fu fatto a Bolgheri 40 anni fa quando la zona era appena agli inizi turistici. Da non sottovalutare la sostenibilità della biodiversità laddove il cambiamento climatico sta portando alla tropicalizzazione delle aree tirreniche. Anche il passaggio generazionale, che a volte porta il necessario scompiglio aziendale specialmente nelle aree montane, è inevitabile e giusto ed affrontarlo con le tecnologie migliorative in vigna aiuta, ma queste mai sostituiranno l’uomo: l’origine è la vigna e il lavoro in vigna, anche e soprattutto per l’enoturismo. Inoltre, l’organizzazione e la collaborazione tra grandi e piccole aziende è sempre ottimale.

Enrico Galantini, di CorkItalia, ha infine introdotto l’argomento ‘tappatura’ in quanto ultimo coadiuvante della produzione vinicola. È indispensabile l’uso del tappo giusto anche per questo tipo di vini, che fanno di freschezza e minore estrazione la loro caratteristica principale.

I tappi a vite non riescono a prendere troppo campo con le bottiglie di fascia medio alta, ma è bene essere consapevoli che l’albero della Sughera (Quercus Suber), quercia che cresce nel bacino del Mediterraneo, ha sì lunga vita ma anche una riproduzione molto lenta e l’estrazione della preziosa corteccia potrebbe avere ripercussioni ecologiche poco auspicabili. Tuttavia, il rapporto tra il consumatore finale e il tappo stelvin non riesce ad offuscare il fascino del gesto rituale dell’apertura della bottiglia, tra memoria, modernità e curiosità per le novità e le soluzioni.

Inaspettatamente non è stato affrontato l’argomento dei vitigni PIWI, di grande attualità sia tra i viticoltori che tra i consumatori. Che stia diventando un tema scottante? Non andiamo oltre, evidentemente si è ritenuto giusto così.

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Assaggi da non scordare

Veniamo quindi ad alcuni degli assaggi: non sono tutti, purtroppo. Alcune aziende erano già state incontrate da chi scrive, altre erano assolute novità, ma in queste occasioni bisogna sempre fare (discutibili) cernite.

Devo anche ammettere che l’importanza delle degustazioni è relativa, in quanto la maggior parte dei campioni presenta comunque precisione e pulizia, elementi di per sé non così scontati e già sufficienti al consumo: queste analisi dovrebbero però essere successive al pensiero che vi è dietro, alle scelte impopolari, faticose e dure di chi ha capito che l’importanza della vite e della vita sono legate all’importanza delle terre. Nove produttori comunque da non scordare, in rigoroso ordine alfabetico.


Bacco del Monte – Vicchio (FI)

“943” 2022 è frutto di ciliegia nera, dal tannino dolce e dalle note ematiche che si diffondono fino a raggiungere un saporito finale lievemente amaricante che lo rendono sicuramente gastronomico.

Cantina Gigli – Oneta di Borgo a Mozzano (LU)

Angelo Bertacchini è l’antesignano del metodo classico artigianale a base di barsaglina nera, che getta sempre il cuore oltre all’ostacolo nel tentativo di richiamare l’attenzione sui problemi delle zone vitivinicole cosiddette ‘minori’. Il suo ‘Gigli’ è lo spumante della Valle del Serchio, dai sapori antichi e bevibilità moderna.

Casale alle Piane – Levigliani di Stazzema (LU)

Pinot Nero 2024 è frutto intenso e mordacia, struttura freschezza e colore. Da non sottovalutare neanche la spiccata acidità di Ouverture 2024 (riesling 40%, sauvignon blanc 40%, pinot nero 20%) – queste vigne sono giovani ma promettenti come chi le cura, spero di poter assaggiare di nuovo queste stesse annate tra un po’ di tempo.

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foto: LT ©
Le Tre Virtù – Lucigliano di Scarperia San Piero (FI)

inaspettata la controtendenza che segue il gusto personale del produttore con l’eleganza senza tempo del taglio bordolese: Trevirtù 2024 (cabernet sauvignon 60%, cabernet franc 20%, merlot 20%) è succosissimo e fruttato, con spunti erbacei e il sorso caldo e intenso; Brando 2024, cabernet franc 100% è decisamente giovane nei tratti tannici tracotanti astringenza ma il sorso è sapido, denso, fruttato e succoso.

Malvante – Scarperia e San Piero (FI)

Trebbiano 2022 (la prima vendemmia è stata la 2019) vede solo acciaio e restituisce intensi profumi di fiori gialli ed un sorso ricco di acidità fruttata che invita la beva. Il finale amaricante ti cattura, fra percezioni nitide e lungo retrolfatto che si svela a tratti, comprendi che è arrivato il momento di versarlo nuovamente.

Ornina – Castel Focognano (AR)

Mahsarà 2019, insolito trittico di pinot nero 70%, sangiovese 20% e trebbiano 10%, è un metodo classico pas dosé che sosta 55 mesi sui lieviti, si propone fresco e ricco di pulizia, dalla sapidità cremosa. Viola di Ornina 2022 è il base della casa, e già si capisce il benvenuto.

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Tenuta Baccanella – Borgo San Lorenzo (FI)

Pinot Nero 2021 si differenzia per la balsamicità speziata, ma la specialità della casa si confermano II Via 2016 e Passito 2004: in questi due bicchieri la dolcezza si fonde con l’acidità arrivando ad una lunga persistenza e il sorso non stanca mai.

Tenuta Monteloro Famiglia Antinori – Pontassieve (FI)

Mezzobraccio 2022, riesling dall’omonimo cru, spicca per l’aromaticità varietale, arricchita dall’inevitabile acidità e dalla prevedibile nota di idrocarburo. Con la famiglia altisonante che accompagna questa azienda abbiamo la conferma che la presenza di grandi nomi non può far che bene a una zona che ha bisogno di sostenitori e difensori in prima linea, Montalcino docet.

Terre Alte di Pietramala – Firenzuola (FI)

qui l’azienda dà il meglio di sé con Pinot Grigio 2023 – da quest’ottima annata si è ottenuto il colore ramato che sfoggia un vino diritto, verticale e salato – e Pinot Grigio 2025, ricco di acidità fruttata di litchi e ribes, che evita la MLF e corre lungo la persistenza del frutto.

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foto: LT ©

La strada tracciata da Appenninia non è solo una risposta tecnica alle sfide del cambiamento climatico, ma un atto di resistenza culturale.

Qui il vino da mero prodotto si fa presidio: un custode silenzioso di versanti che altrimenti rischierebbero l’abbandono. La rincorsa verso un’identità chiara e riconoscibile è iniziata e, sebbene il percorso sia ancora in salita, la direzione è quella giusta. Perché in ogni calice di queste “terre alte” non c’è solo la freschezza e la verticalità cercata dal mercato contemporaneo, ma il battito di un’Italia che ha scelto di non arrendersi, scommettendo sulla bellezza difficile della propria spina dorsale.


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foto: P. Bini
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