SOS vino, ultime chiamate

Dazi placati dalle cantine: è allarme per Unione Italiana Vini e in USA qualcuno fa il furbo. O si aiuta o si salta: le nostre riflessioni.


Dovessimo seguire gli analytics e gli insights, saremmo sempre a parlare d’altro. Vi proporremmo magari la nostra classifica dei vini più trendy, dei distillati esclusivi, la lista degli errori fatti dai comunicatori, spareremmo a zero sugli pseudo-esperti influencer, infameremmo elegantemente i poveri appassionati che provano a farsi strada sui social e poi, magari, qualche video sul perché certe strategie non stiano funzionando (che siano produttive, commerciali o promozionali).


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Guardate che non è cosa banale, d’altra parte siamo ormai nell’epoca del diffuso populismo – se è un termine positivo o negativo non ce ne frega niente – e del lecchinaggio opportunista verso gli influenti – non gli influencer – che siano incarnati da un’autorità, un personaggio pubblico o una massa di potenziali follower, con l’acquolina alla bocca, in attesa solo di colpire (anche solo delicatamente) la prossima vittima del web e della frustrazione comune.

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credits: A. Benson

SIM.net: Spirito Italiano Moralista .net? No, anche no. Ce ne sono già troppi di moralisti, anche se la tentazione di farlo – lo confessiamo – un po salirebbe. Diciamo che tutta questa presunzione introduttiva serve a spiegare meglio che (spesso ma non sempre) ce ne fottiamo degli analytics e preferiamo andare su notizie più “impegnative” da leggere ma più pregnanti, più formative, più illuminanti.

Non c’è niente di male a “scrollare” velocemente o cambiare subito pagina, riconosceteci semplicemente la consapevolezza di essere fra i pochi che cercano di essere un po’ originali e senza fare marchette, costi quel che costi. Per noi rimane modernità, per altri il contrario… amici lo stesso e avanti.


Andiamo così a commentare il recente report dell’Unione Italiana Vini (UIV) e del suo prezioso Osservatorio che fa il punto sulla battaglia che l’eccellenza enoica nazionale sta affrontando sul mercato americano. I dati raccontano di un ribasso in valore sul mercato che, a luglio, è sceso rispetto allo stesso periodo 2024 con prezzo medio del -13,5%.

Le somme – o le differenze – potranno purtoppo essere tirate solamente fra una ventina di mesi. Sono dati che significano qualcosa ma non tutto perché la situazone è estremamente fluida e l’effetto dazi – fra l’altro ancora in dibattimento legale – non si è manifestato sulla società del consumo a stelle e strisce.

Le nostre valutazioni le facciamo a fine articolo, dopo aver riportato le interessanti dichiarazioni del presidente UIV Frescobaldi. Deve essere però chiaro a tutti che quello del prezzo della bottiglia al dettaglio USA è solo il primo dei problemi da risolvere in un mercato dove i portafogli americani tenderanno presto a svuotarsi sia per le tasse di importazione che per come si trasformerà l’abitudine al consumo quando il potere d’acquisto scenderà (non lo diciamo noi, lo prevedono gli analisti competenti).

Domani è attesa la mossa della FED che, molto probabilmente, “spintaneamente” abbasserà i tassi di interesse come gradito dal magnate biondo. Indipendentemente da ciò e, soprattutto nel caso in cui Trump confermasse la volontà di tassare anche il settore farmaceutico UE, giusto per fare un esempio: pensate che (messi alle strette) gli americani rinunceranno a un integratore alimentare o a un vino? Magari riusciranno comunque ad acquistare entrambi, ma la previsione che la bottiglia resti italiana e non diventi sudamericana non è così scontata…

Detto ciò, sapete chi sta al momento pagando i dazi sul vino europeo? Ce lo dice Unione Italiana Vini. Noi ci torniamo poi più sotto…

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AI gen

UIV: Le imprese comprimono i margini per rimanere competitive

L’Osservatorio di Unione Italiana Vini (UIV) ha elaborato gli ultimi dati sulle importazioni delle dogane americane registrando una discesa della media a listino dei vini italiani dai 6,52 $/litro di luglio 2024 a 5,64 $/l del pari periodo di quest’anno. Tutto ciò, secondo UIV: «nonostante una fase di deprezzamento del dollaro Usa che dovrebbe invece spingere gli americani a spendere mediamente di più per comprare in euro»

Secondo l’Osservatorio, dall’attivazione delle nuove tariffe a fine luglio i vini italiani hanno subito tariffe aggiuntive pari a 61 milioni di dollari, circa un terzo rispetto al totale import di prodotti provenienti dall’estero. Una classifica ad handicap, che vede primeggiare di poco la Francia (62,5 milioni di dollari), seguita dall’Italia e poi dalla Spagna. 

Il conto dei dazi: «Lo stanno pagando in gran parte le imprese, se è vero che nel mese di luglio il vino italiano negli Usa è arrivato con prezzo medio ribassato (-13,5%) per rimanere competitivo anche una volta passato sotto la gogna delle tariffe».

Così Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini: «Dobbiamo evidenziare il sacrificio importante sui margini che stanno facendo le nostre imprese per fare fronte ai dazi statunitensi, il vino sta uscendo dalle cantine a prezzi inferiori, e questo testimonia che buona parte delle imprese si sta assumendo in toto il dazio per rimanere competitive».

In più il prevedibile – almeno per noi – sembra sia accaduto… lo conferma sempre il presidente: «Ci risulta che i prodotti allo scaffale facciano parte degli stock pre-dazi accumulati nei primi mesi dell’anno. Dispiace, perciò, assistere ad aumenti che non hanno ragion d’essere. Speculazioni di alcuni che non aiutano le nostre imprese ma nemmeno i partner del trade statunitense che si oppongono anch’essi alle tariffe».

Nel suo ultimo comunicato stampa, UIV poi conclude con l’auspicio che si attivi una promozione straordinaria proprio a partire dalla piazza americana da subito. «Una reazione concepita a regia pubblico-privata e basata sull’unicità del bere italiano, che oltre agli Stati Uniti si concentri su mercati promettenti come Uk, Canada, Brasile».

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credits: K. Avsar

Noi la vediamo così…

I timori di Unione Italiana Vini sono sacrosanti, così come i tentativi di scuotere ancora una volta la politica (nazionale e continentale). Il problema, soprattutto per le aziende medio-grandi, è serio e non si limita ovviamente solo a questo. Il mercato USA è/era l’ancora di salvezza, l’ampio respiro su cui non solo si tirano le somme a fine anno ma anche su cui si fa programmazione tri/quinquennale: pianificato, strategico, cruciale.

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fonte: Google Finance

Ora, premesso che per noi il calo del dollaro ancora non è tale da far sentire il suo peso sul vino, a differenza di UIV riteniamo che il -5,64% perso in un anno dalla moneta di Washington su quella di Bruxelles (vedi grafica) non incentivi così tanto gli americani «a spendere mediamente di più», magari il contrario vista anche la tendenza.

Questo scenario si inserisce poi in un contesto globale complesso e, per molti versi, contraddittorio. Negli USA, l’inflazione si mantiene stabile intorno al 3%, un livello che, pur non essendo noi economisti, per la nostra esperienza ci suggerisce una certa solidità economica e un potere d’acquisto ancora intatto.

Le borse mondiali, dal canto loro, continuano la loro crescita costante, a riprova di una fiducia generalizzata degli investitori. In questo quadro di relativa stabilità e positività economica, l’abbassamento dei prezzi del vino italiano sul mercato estero appare ancor più un segnale d’allarme, un campanello che suona in controtendenza rispetto a un’economia che, in apparenza, non dovrebbe aver bisogno (almeno secondo noi) di guerre di prezzo.

Se poi le borse salgono complessivamente perché risentono positivamente degli indici di chi beneficia dell’instabilità politica e del riarmo… beh, su questo ci fermiamo e ci basta così, ma (per quanto riguarda il nostro mondo) ricordiamoci che solitamente si consuma quando la situazione è stabile e, soprattutto, serena.

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Dow Jones e S&P500 fonte: Google Finance

Ma la realtà è poi ancor più sfumata. Come abbiamo premesso sopra, ci siamo soffermati sul tema oggi e non a caso. non solo perché l’opinione di UIV ci interessa, ma anche perché dalla Federal Reserve (FED) è attesa una decisione sui tassi d’interesse, e le aspettative – con Trump alla soglia della crisi di nervi – sono orientate verso un loro abbassamento nelle prossime 24 ore.

Un’azione che segnalerebbe la conclamata preoccupazione per il rallentamento della crescita economica futura e la necessità di stimolarla. In un contesto simile, il sacrificio delle imprese vinicole non è solo una scelta tattica, ma una vera e propria strategia di sopravvivenza in un mercato che si prepara a nuove incertezze e che, a maggior ragione, necessita di una vitale spinta istituzionale di supporto.


In Italia il dibattito pubblico pare poi concentrarsi adesso su altre priorità. Le dichiarazioni di ieri del Ministro della Difesa Crosetto hanno richiamano l’attenzione sul ruolo che la nazione deve assumere a livello internazionale, sottolineando la necessità di maggiori investimenti nel settore militare. Nella bagarre destra-sinistra sul conflitto Russia-Ucraina, sull’invasione di Gaza e sulla morte del povero Charlie Kirk – sconosciuto al 90% degli italiani prima di 1 settimana fa e oggi protagonista dei titoli principali – c’è chi spinge per il parziale riarmo, chi per investire sulla sanità a pezzi, chi sul lacunoso welfare.

Comunque la si veda, ce ne vorrà prima di arrivare a dire che servono principalmente risorse per il vino e l’agroalimentare. UIV e le altre associazioni di settore lo sanno benissimo, faranno pure il “gioco delle parti”, ma capiscono che la “marea sta salendo” e troppo repentinamente.

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La risposta dell’Unione Italiana Vini per la promozione delle nostre eccellenze, assume quindi un’importanza strategica nata dalla reale consapevolezza che, nel prossimo futuro, la sfida non potrà davvero essere affrontata solo dai principali protagonisti perché gli ostacoli iniziano a essere davvero troppi – non gli elenchiamo, ma sappiamo – tanto da rischiare di diventare insormontabili. E ricordiamoci che se iniziano a cadere i grandi marchi, poi iniziano a trascinare giù il sistema.

Non ci permettiamo di indicare la via più giusta – non abbiamo sinceramente le competenze e la cognizione reale – sappiamo solo che la forza di un Paese come il nostro non si misura solo dalle sue capacità militari – che restano essenziali, si intenda! -, ma anche dalla forza del suo “soft power”, dalla capacità di esportare cultura e identità attraverso prodotti unici come il vino.

In un’epoca in cui le bolle finanziarie e le tensioni geopolitiche si fondono, l’agroalimentare italiano rappresenta molto più di un semplice prodotto da esportare: è il simbolo identitario del lavoro e di quei valori che uniscono idealmente l’Italia a chi la ama visceralmente, sia nel Vecchio che nel Nuovo mondo.

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credits: Daniela L.

Buona vendemmia a tutti i nostri vignaioli

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fonti: Unione Italiana Vini, Rai, CAFC US Courts
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