vino e lussuria dell’aretino (parte 2)

Virtù, vino, spirito e lussuria di Pietro Aretino. I piaceri di Venezia fra prosecco, moscadello e la solenne bevanda marchigiana

SPIRITO NELL’ARTE


Proseguiamo con lo storico dell’arte Roberto Manescalchi a sancire il legame naturale e imprescindibile fra alcol e arte visiva, fra sacro e profano, fra religioso e sacrilego, fra meravigliosamente bello e indiscutibilmente buono.


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Concludiamo il racconto su Pietro Aretino: poeta, scrittore e mercante d’arte che visse a cavallo del 1500. Amante del gusto e del peccato non nascose mai i suoi vizi e la sua dipendenza dal piacere sensoriale. Il vino accese il suo spirito e la sua ispirazione, voi continuate a lasciarvi trasportare dal racconto, senza farvi ingannare dalle apparenze superficiali.


Con “Spirito nell’arte” continuerete a solleticare il vostro intimo come carezza che soltanto gli animi gentili sanno percepire e con cultura esclusiva che sa alimentare la sete degli eletti.


[ndr]


Venezia nel cinquecento: artisti, poeti, vino e baldracche sul “Canalasso”


Immollarmi voglio il becco con quel melaromatico Prosecco…


Della genialità e dell’indiscutibile capacità sfrontata dell’Aretino ne abbiamo raccontata buona parte nella precedente pubblicazione.


Il suo viaggio esistenziale, che dalle umili vesti di Arezzo lo portò stimatissimo alla corte del Doge, fu corredato senza sosta dalle tentazioni del piacere sensoriale sotto ogni forma.

Tiziano Vecellio, Ritratto dell’Aretino, 1545,
Galleria Palatina di Palazzo Pitti
Wikimedia Commons (PD)


Nella sua prestigiosa dimora di Palazzo Dandolo, si concesse a uno stile di vita particolarmente agiato e libertino passando sovente dal piacere del palato a quello della carne e satollando lo spirito con il gusto del cibo, del vino e delle cortigiane.


Giovanni Antonio da Canal (Canaletto), Veduta del Canal Grande, Galleria degli Uffizi
Wikimedia Commons (PD)

Lo avevamo lasciato quando, intorno al 1530, affacciandosi dalle finestre sul Canal Grande ebbe a scrivere:

«mille persone e altrettante gondole su l’hora dei mercati. Le piazze del mio occhio dritto sono le beccarie e la pescaria, e il campo del mancino, il ponte e il fondaco dei Tedeschi, a l’incontro di tutti e due ho il Rialto, calcato d’huomini da faccende. Sonvi le vigne ne i burchi
[…]
le caccie e l’uccellagioni nelle botteghe, gli orti nello spazzo, né mi curo di veder rivi, che irrighino prati, quando a l’alba miro l’acqua coperta d’ogni ragion di cosa, che si trova nelle sue stagioni. […] Ed or ora immollarmi voglio il becco con quel melaromatico Prosecco… ».


Vittore Carpaccio, Il miracolo della Croce a Rialto, 1496 ca., Gallerie dell’Accademia di Venezia
Wikimedia Commons (PD)

Ve lo ripeto a scanso di eventuali incomprensioni: non sono granché interessato alla ricostruzione filologica dell’ampelografia e quindi né incline a immaginare quali uve vi fossero nelle barche (burchi) né particolarmente stimolato nel verificare se il “melaromatico Prosecco” fosse l’antenato del vino italiano oggi più esportato al mondo.


Sono però certo che voi, veri cultori del vino e delle bevande alcoliche, sappiate ben comprendere e apprezzare tutte quelle testimonianze che confermano di quanto il vino abbia acceso lo spirito e l’ispirazione dei grandi personaggi nel tempo.


Da qui comunque potrete partire per andare ad appagare la vostra curiosità sulle origini del Prosecco con qualche informazione che già avevamo premesso nel precedente articolo.


Giovanni Antonio da Canal (Canaletto), Il Bucintoro al Molo il giorno dell’Ascensione, 1730 ca.
Wikimedia Commons (PD)

Come anticipato, nessuno può confermare né smentire se le uve nei burchi del 1530 fossero l’odierna Glera. Si ha la quasi certezza che non lo fossero poiché risulta fortemente accreditata l’ipotesi che l’apprezzatissimo vino, chiamato già nel XVI° secolo Prosecco, fosse in realtà fatto da uva Ribolla.


Il Castello (Torre) di Prosecco, già Castrum montis Collani, sorgeva nei pressi dell’omonimo borgo vicino Trieste ed era circondato da vigneti che arrivavano sino al mare.





Fu Pietro Bonomo, letterato, diplomatico e vescovo cattolico a ipotizzarne (probabilmente per interesse) l’identità con il Castrum Pucinum citato da Plinio il Vecchio nel “Naturalis historia” come luogo elettivo del Pucinum, vino che duemila anni fa ebbe nobili estimatori per il gusto e le proprietà salutistiche.


Il vescovo, che di vigneti in quell’area pareva possederne in abbondanza, promosse così il vino di Prosecco come erede del Pucino e poco importa se l’uva fosse verosimilmente Ribolla e se l’originario Pucino si descrivesse da Plinio come molto colorato (uva rossa?), il risultato fu quello di un nuovo vino di successo: dolce, delicato, benefico per la salute e apprezzato da molti, anche chiaramente dal nostro Pietro.


Fermiamoci qui con la ricostruzione della storia del vino Prosecco, passata anche dal poemetto Il Roccolo”, ditirambo scritto da Valeriano Canati – Carneade, chi era costui? – nel 1754, e lasciamolo ai grandi numeri odierni.



il moscadello e la solenne bevanda..


Pietro Aretino alla cui madre, non scordiamolo, si attribuiva l’essere cortigiana e l’aver sognato la notte prima del parto un barile di vino imprecisato, ebbe a dichiarare il suo apprezzamento anche (e più direi) per altri vini del tempo.


A tal proposito vi riporto infine due lettere:

nella prima del 1540 lo scrittore Pietro Aretino ringraziava un amico per il dono di un caratello di prezioso, delicato Moscadello: «…Moscadello, tondotto, leggiero, e di quel frizzante iscarico che par che biascia, morde e trae di calcio, parole che parrebbon la sete in su’ le labbra…».


Che si trattasse di quello che noi oggi identifichiamo come Moscadello di Montalcino pochi dubbi.


Un vino conosciuto da Pietro durante le sue frequentazioni alla mensa del campo di Ludovico detto Giovanni delle Bande Nere (de’ Medici) di cui per un periodo segui le campagne militari o a quella romana del Cardinale Giulio, sempre de Medici, poi Clemente VII.

Cristofano dell’Altissimo, Ritratto di Giovanni delle Bande Nere, Gallerie degli Uffizi
(Wikimedia Commons CC0)


Lo stesso vino descritto poi dal Redi nel suo Ditirambo di Bacco in Toscana” del 1685: «…Del leggiadretto del sì divino Moscadelletto di Montalcino (…) un tal vino lo destino per le dame di Parigi e per quelle che sì belle rallegrar fanno il Tamigi».

Se andava bene per le parigine e le londinesi di sicuro era gradito anche alle veneziane dell’Aretino.


Nella seconda, qualche anno dopo, a proposito del vino, scriveva all’amico e compagno di gaudio Jacopo Sansovino:



«…Mi rincrebbe il vostro non lasciare ogni altra cosa per comparir tra la graziosa caterva de i vertuosi che vi aspettavano e con il core e con l’animo, per la disputa che in materia de la solenne bevanda che per comandamento del Duca (Il Duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere, figlio di Francesco e capitano della Serenissima); mi si mandò da Pesaro, si fece sopra le vertù del vino ottimo qual è quella, e non buono qual son gli altri. Onde si concluse, in laude della sua perfezzione, che tale soavità de liquore, temperatamente bevuta moltiplica le forze, cresce il sangue, colorisce la faccia, desta l’appetito, fortifica i nervi, rischiara la vista, ristora lo stomaco, provoca l’orina, incita il sonno, discaccia la malinconia e rende l’allegrezza».


E ancora:
«…Impero che, essendo, come deve essere, sodisfa alla bocca col sapore, al naso con l’odore, agli occhi col colore e all’orecchio col nome del paese donde viene; per tor la sete, che la prima ragione; per dilettare, ch’e la seconda causa; per torre dal senno, ch’e la terza pratica; per addormentare, ch’e ultimo di lui miracolo».



Del fatto che l’Aretino gradisse i vini marchigiani abbiamo contezza e ci piace credere che la “solenne bevanda” potesse essere il vino di visciole proveniente da Pergola.


Francesco di Giorgio, lunetta, Palazzo Ducale di Urbino – foto: R. Manescalchi

(Ottaviano Ubaldini della Carda, vera eminenza grigia del Ducato, in pari dignità con suo fratello il Duca Federico II. Si notino alle spalle del Duca le insegne militari e a quelle del ‘Mago’ le ben più importanti del ramo di ulivo e del libro aperto e di quello chiuso simboli della sua sapienza)


Vino da meditazione che ben si confà ad allietare lo “Spirito” quello che certamente molto lentamente gustava nelle calde sere d’estate il mago Ottaviano Ubaldini della Carda, signore incontrastato del libro aperto e del libro chiuso (le sue insegne araldiche) e vero artefice del più bel gioiello del rinascimento italiano intanto che dalle terrazze del suo palazzo nelle calde sere d’estate, con nel naso il profumo del mare, era solito interrogar le stelle.


Ma anche del suo più “semplice” fratello il Duca Federico II sappiamo che beveva esclusivamente vino aromatizzato alle ciliegie o alle mele granate.

Il suo famoso copricapo e la sua veste, ben illustrati da Piero della Francesca, paiono voler celebrare il colore sanguigno della bevanda.

Piero della Francesca, Ritratto di Federico II duca di Urbino, Galleria degli Uffizi
(Wikimedia Commons CC0)


L’Aretino morì, nel 1556, come era vissuto. Certamente ebbro, si dice che per il troppo ridere, durante un banchetto, cadde all’indietro e morì sbattendo la nuca.

Pare stesse ridendo di due sue sorelle e delle loro “prodezze” in un lupanare di Arezzo. Di lui si dice anche ed infine che ebbe dalle sue cortigiane numerosi figli e che la moglie del suo tipografo di fiducia, Francesco Marcolini da Forli, fosse sua amante.


Ansel Fuerbach, La morte dell’Aretino, Museo d’Arte di Basilea (Wikimedia Commons CC0)

Di lui (il botolo o barile) si è però anche detto: “quando il cocomero cresce, il picciolo si secca” e le storie sulla sua presunta virilità, a meno di aiuti dalla sacra bevanda, potrebbero essere state da Pietro artefattamente divulgate.


Sembra sia stato sepolto in San Luca a Venezia nel sestriere di San Marco e che il luogo fosse meta di pellegrinaggio di libertini, miscredenti e liberi pensatori. Questo evidentemente diede fastidio e le tracce della sua sepoltura, per porre fine alla ignobile processione, sembra siano state rimosse, in occasione di alcuni rifacimenti, da uno zelante e devoto parroco vissuto nell’Ottocento.


Si narra a proposito di una tela seicentesca con, tra gli altri, la sua raffigurazione ed una lastra tombale con il seguente epitaffio dovuto a Paolo Giovio:

“Qui giace l’Aretin poeta tosco, di tutti disse mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco”.


Ma questo onestamente non è assumibile come vero perché Giovio, vescovo di Nocera dei Pagani (se l’Aretino fosse passato da quei luoghi, il vescovo lo avrebbe avuto, quasi certamente, nel novero delle sue anime pagane), non fu amico dell’Aretino ed a lui, ancora in vita, aveva provveduto a rispondere Pietro medesimo:

“Qui giace il Giovio storicone altissimo, di tutti disse mal fuorché dell’asino, scusandosi col dir: egli è il mio prossimo”.



Per ricordare ancora i giorni e l’atmosfera respirata nella Venezia dell’Aretino, chiudo lasciandovi una rappresentativa testimonianza pittorica.


Władysław Bakałowicz, Banchetto rinascimentale, Cracovia Museo Nazionale (Wikimedia Commons CC0)

L’opera di Bakalowicz è molto tarda anche se ripropone un banchetto rinascimentale. La mia scelta è tuttavia giustificata dalla proposta di brindisi della dama in piedi al centro dietro la tavola imbandita.

Il tutto rimanda con forza a Venezia e a Veronese ma non ci pareva il caso, stante l’articolo, di proporre una delle tante sue “ultime cene” anche se, quando parliamo di spirito, non c’è confine tra sacro e profano.





leggi “vino e lussuria di Pietro Aretino” (1^ parte)

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Spirito libertario e anticonformista, Roberto Manescalchi è Storico dell’arte e studioso anomalo che pratica “l’eresia” con estrema costanza e disinvoltura. Insofferente verso l’umana stupidità, esplicita una raffinata e profonda irriverenza contro ogni ingessatura burocratica e qualsivoglia “ordine” o giudizio precostituito. Le sue innovative metodiche di indagine hanno scritto “pagine nuove” nella storia dell’arte e dell’architettura. Sicuro che due più due faccia sempre e comunque quattro è tuttavia particolarmente attento a ciò che è sopravvivenza, inquietudine, irrazionale, magico e fiabesco e sostiene infaticabilmente la ricerca di storia comparata delle idee che ha in Aby Warburg il suo modello ideale. Il suo lavoro su: robertomanescalchi.com