quer vigliacchetto ner pasticciaccio


Il vino dei Castelli romani in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo E. Gadda

SPIRITI LETTERARI


«Montalbano sono». Ecco due parole che ci riportano subito alla mente la figura del Commissario Montalbano, il famosissimo personaggio creato da Andrea Camilleri, campione di vendite in libreria e di ascolti persino nelle continue repliche che si susseguono sul piccolo schermo.


si legge (più o meno) in: 9 minuti


Questa fortunata serie editoriale ha contribuito a far apprezzare al grande pubblico il giallo italiano ed ha aperto la strada ad una nuova generazione di scrittori italiani di gialli.


Ma se vogliamo identificare il capostipite di questo tipo di letteratura in Italia, dopo la stagione dei Gialli Mondadori iniziata alla fine degli anni ’20 e a partire dalla dal dopoguerra, dobbiamo apprestarci a fare la conoscenza del «Dottor Francesco Ingravallo, comandato alla Mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi» e dedicarci quindi alla lettura di un vero capolavoro della letteratura e cioè Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda.


Il “Pasticciaccio“, infatti, presenta molti tratti peculiari dal punto di vista linguistico e narrativo tali da poterlo considerare un unicum nella letteratura giallistica col suo finale atipico in cui spicca la mancata consegna del colpevole alla giustizia.


L’autore


Carlo Emilio Gadda, milanese di nascita, vede la luce alla fine dell’Ottocento, in un momento in cui si chiude l’epoca risorgimentale (nel 1882 era morto Giuseppe Garibaldi) e si consolida il percorso dell’Italia unita che di lì a pochi anni avrebbe accolto il Novecento con grandi speranze destinate però a infrangersi sugli scogli della Prima Guerra mondiale.


Casa natale di Carlo Emilio Gadda, Giovanni Dall’Orto, (CC-AS Alike 2.5 IT)

Dopo un’infanzia e una giovinezza vissuta tra grandi difficoltà a causa della cattiva gestione economica degli affari di famiglia da parte del padre, Gadda deve rinunciare agli amati studi letterari universitari ed è costretto a scegliere il percorso di Ingegneria presso il Regio Istituto Tecnico di Milano, il futuro Politecnico.


Fervente interventista, si arruola volontario, come ufficiale, durante la Prima Guerra Mondiale nei reparti degli Alpini. Catturato dopo la disfatta di Caporetto e condotto in Germania, alla fine della Guerra, come molti, denuncia l’incompetenza e l’incapacità italiana nel condurre la Guerra.


Nel 1920 si laurea in Ingegneria e inizia la sua attività lavorativa professionale. Nel 1924 si può finalmente iscrivere alla Facoltà di Filosofia, coronando le sue inclinazioni: supera tutti gli esami ma inspiegabilmente non si laureerà mai.


Nel 1926 inizia a collaborare con la rivista fiorentina “Solaria”, fondata da Alberto Carocci in compagnia dei migliori intellettuali del tempo tra i quali Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti. Seguono anni fecondi di scrittura con l’intervallo doloroso dovuto alla morte della madre nel 1936.


Abbandonata nel 1940 la professione di Ingegnere, Gadda comincia a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e si trasferisce a Firenze. Nel 1950 si sposta a Roma dove lavora presso i Servizi culturali della Rai.


Pietro Germi e Carlo E. Gadda sul set di “Un maledetto imbroglio”, 1959 – Archivi Istituto Luce©

Il “Pasticciaccio”


Nel 1957, grazie all’insistenza dell’Editore Garzanti, esce in volume “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana“.

In realtà il romanzo, sull’onda della fine del Fascismo, era già stato pubblicato a puntate, nel 1946, nella rivista “Letteratura”, ma aveva ottenuto uno scarso successo.


L’edizione del 1957 invece segna l’inizio della notorietà del testo presso il grande pubblico e regala ai lettori un libro straordinario, un autentico monumento linguistico oltre che, come già accennato, il primo vero romanzo giallo italiano del dopoguerra.


La trama si presenta fittissima e incalzante grazie anche al meraviglioso utilizzo del dialetto romanesco unito all’italiano e disegna una vera e propria geografia antropologica e culturale della Capitale durante il primo Fascismo (il romanzo è ambientato nel 1927), mentre tutto ruota attorno a due eventi delittuosi che si svolgono in un elegante palazzo al n. 219 di Via Merulana: il furto di alcuni gioielli seguito a breve distanza da un omicidio.


Il vino di Marino


Seguendo indizi e intuizioni, l’indagine del Dottor Ingravallo si svolge anche fuori Roma nella zona di Marino e proprio durante una di queste visite un vino “vigliacchetto de quattr’anni” non manca di elettrizzare “i suoi nervi molisani”:


95^ Sagra dell’uva di Marino – fonte: Comune di Marino (RM)

«Quella mattina, giovedì finarmente! Ingravallo si poté concedere una scappata a Marino. S’era portato appresso Gaudenzio: poi però mutò idea e al Viminale lo licenziò, raccomandandogli alcuni altri affarucci.

Era una giornata meravigliosa: di quelle così splendidamente romane che per fino uno statale di ottavo grado, ma vicino a zompà ner settimo, be’, puro quello se sente aricicciasse ar cor e un nun socché, un quarche cosa che rissomija a la felicità.


Gli pareva davvero di inalare ambrosia cor naso, de bevela giù ne li pormoni: un sole dorato sur travertino o sur peperino d’ogni facciata de chiesa, sul colmo d’ogni colonnetta, che già je volaveno intorno le mosche. E poi, lui, s’era già messo in testa tutto un programma.

A Marino artro che quell’ambrosia ce sta! a la grotta der sor Pippo ce steva un bianco malvagio: un vigliacchetto de quattr’anni, in certe bottije, che cinque anni prima avrebbe elettrizzato il ministero Facta, se il Facta factotum fosse stato in grado di sospettanne l’esistenza.


Faceva l’effetto del caffè, sui suoi nervi molisani: e gli porgeva d’altronde tutta la vena, con tutte le sfumature, d’un vino di classe: le testimonianze e i modulati accertamenti linguatico-palatali-faringo-esofagici d’una introduzione dionisiaca. Con uno o un paro de queli bicchieri in canna, chissà.»


Il “bianco malvagio” e “vigliacchetto” citato dal dottor Ingravallo è oggi prodotto in una vasta area – che ha conosciuto la coltivazione della vite già in epoca romana – all’interno di due DOC: la storica DOC Marino, associata all’omonimo Comune alle porte di Roma anche se il territorio comprende Ciampino, parti del Comune di Roma e di Castelgandolfo e la più recente DOC Castelli romani.



Su un suolo di derivazione sostanzialmente vulcanica, vitigni bianchi quali Malvasia del Lazio, Trebbiano verde, Bellone, Greco e Bombino danno vita a vini dai riflessi brillanti che spaziano dal fermo al frizzante, dal metodo classico alla vendemmia tardiva, fino al passito.

Questi vini così piacevoli al palato, con la loro freschezza sempre in primo piano, sono capaci di condurci per mano gentilmente ma con fermezza quasi a farsi assimilare a Liliana Balducci, la bellissima vittima dell’omicidio, o ad Assuntina la prorompente domestica della famiglia Balducci; quindi vini complici e suadenti che si sposano in modo esemplare con alcuni dei tratti più salienti della struttura narrativa del testo.


Castelgandolfo e il Lago di Albano, George McFinnigan (CC BY-SA 3.0)

Sicuramente questi vini ci possono offrire una consolazione al fatto che il romanzo termina senza una soluzione certa.

D’altronde l’intricata matassa degli avvenimenti di via Merulana 219 non può che riservare un finale aperto, possibile, intuibile.


Man mano che si giunge alle ultime battute del romanzo, i presunti colpevoli vengono incalzati fino al drammatico colloquio finale con Assuntina, la domestica di casa Balducci, e proprio quando il lettore è ormai convinto della soluzione ecco il colpo di scena.


Assuntina messa alle strette da Ingravallo urla: “No, nun so’ stata io!” Il grido incredibile bloccò il furore dell’ossesso [Ingravallo]. Egli non intese, là pe’ llà, ciò che la sua anima era in procinto d’intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell’ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò, lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi.


Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, Adelphi, Milano 2018


Il quasi pentimento di Ingravallo spiazza il lettore ma alla fine fa emergere sempre con maggiore evidenza che il mancato svelamento del colpevole non si configura come cesura, vuoto o mancanza, al contrario, è il modo scelto dall’Autore per comunicarci, forse, che il romanzo è destinato a non finire ma prosegue nella mente dei suoi lettori: non per niente siamo di fronte a un “pasticciaccio”.


prendete appunto:


l’operaQuer pasticciaccio brutto de Via Merulana
l’autoreCarlo Emilio Gadda
la bevandaVino
consigliato ai cultori alcolici*
consigliato agli astemi*

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