viaggio nel calice di Rembrandt

Quante bevande furono fonte di ispirazione del celebre artista fiammingo? E quante ne condizionarono la sua creatività?

SPIRITO NELL’ARTE


Torna con noi lo storico dell’arte Manescalchi che sempre incuriosisce e ci fa capire, oltre il calice, di quanto sia forte e imprescindibile il legame naturale fra alcol e arte visiva, fra sacro e profano, fra religioso e sacrilego, fra meravigliosamente bello e indiscutibilmente buono.


si legge (più o meno) in: 5 minuti


Spirito nell’arte ha già suscitato la curiosità di molti lettori. Noi crediamo fortemente che gli insensibili all’arte non sapranno mai apprezzare e comprendere davvero un vino o un distillato se concepiti come frutto della terra che tutto genera e tutto ispira.


Dopo aver avuto “con noi” – che successo! – con il suo genio e i suoi incontrollabili vizi (alcol compreso) il poeta, scrittore, mercante Pietro Aretino, oggi puntiamo a un artista ancor più noto per fama internazionale.

Vissuto nel XVII° secolo, Rembrandt è considerato uno dei più grandi incisori e pittori europei di sempre. Riferimento culturale assoluto dell’epoca fiorente dei Paesi Bassi, Rembrandt seppe regalare al mondo opere di indubbio valore emozionale e seppe regalarsi (per quanto la fortuna gli concesse) svago e piacere così come concepiti all’epoca passando, certamente, anche dall’alcol.


Pubblichiamo oggi la prima parte del lavoro di Manescalchi su Rembrandt, immaginando che per “forma mentis et voluptas” il nostro pubblico ami gustarsi le cose “a piccoli sorsi”

Sarà una sorta di viaggio immaginifico sulle bevande che potevano essere assunte dal famoso artista fiammingo, sui loro possibili effetti anche ai fini della sua produzione artistica e sul bere in generale nell’Olanda dei primi decenni del Seicento.


Con “Spirito nell’arte” continuiamo a solleticare il nostro intimo come carezza che soltanto gli animi gentili sanno percepire e con cultura esclusiva che sa alimentare la sete degli eletti. Buona lettura.


[ndr]


Viaggio nel calice di Rembrandt
1^ parte


Che possibile intruglio in quel bicchiere?


Non bado a convenevoli e parto subito ponendovi una domanda: conoscete quest’opera?


L’Allegra coppia, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Gemäldegalerie Alte Meister Dresden (PD)

Che possibile intruglio nel bicchiere di Rembrandt? Quanto ne potrebbe avere ingurgitato l’artista? Quali effetti?


Conosciamo oggi quali effetti produca un determinato tipo di bevanda in virtù della quantità che un uomo o donna normodotati ne possano aver assunta.


foto: kalhh

Per questo c’è la medicina, ma per noi è pratica (quella medica) meno affascinante e sicuramente meno coinvolgente di poesia e letteratura e direi che dei consigli e o dei pareri del medico oggi possiamo farne tranquillamente a meno.


Sulla base dell’analisi degli effetti potremmo certamente fare il percorso inverso e anche per questo avremo necessità di ricorrere ad esami di laboratorio connessi alla pratica medica che però oggi continuano a non entusiasmarci.


In più, pensare che sia possibile fare un qualsiasi test su Rembrandt ci pare improbabile che di certo non potrà essere fermato alla guida di un qualsivoglia mezzo meccanico e nessuno, ad esempio, gli potrà mai chiedere di soffiare su un palloncino onde verificare il quantitativo di alcool nel suo sangue.


Collezione R. Manescalchi

Nel furibondo sciabordìo delle maree, lo scorso inverno,
io, più sordo d’un cervello infantile, correvo!
E libere da ormeggi le Penisole
non subirono mai scompigli più trionfali


Sarebbero versi tratti da “Le Bateau Ivre” di Arthur Rimbaud, ma scusate ho sbagliato! Il maledetto tratta dell’ebbrezza da libertà e non da liquido.


Vero è che l’ebbrezza della libertà per convertirsi in slancio vitale e immaginifico passa, spesso e volentieri, anche attraverso l’empiria del quotidiano e del bere vero e proprio, ma non sempre!

Così passo al testo più intuitivo e forse facile di un figlio del mondo nuovo: John Ernst Steinbeck. Non si tratta di Rimbaud e non ha la fama di poeta maledetto che ben si associa con certi eccessi del mondo del bere, ma sempre di un premio Nobel si tratta.


Collezione R. Manescalchi

Il “nostro” parla di galloni e più precisamente di due fiasche… un intorno di circa sette litri e mezzo di bevanda alcolica e così descrive la conversazione (graduazione agli effetti spirituali la definisce) che intercorre tra due amici bevitori:

«due dita sotto il collo della prima (fiasca), conversazione concentrata; due dita più sotto, mestizia di dolci ricordi; tre dita ancora più sotto, pensieri di vecchi amori felici; un dito più sotto, pensieri di amori infelici; fondo della fiasca, tristezza in ogni senso; due dita sotto il collo della seconda fiasca, disperazione nera; due dita più sotto ancora, canto di morte e dannazione. Da questo punto in poi inutile graduare; nulla vi è di certo e può accadere qualunque cosa»

(Steinbeck, “Pian della Tortilla”)


Si lo so potrebbe sembrare blasfemo paragonare il quartiere di Monterey in cui vivono i paisanos dell’americano a Leida, la più colta città d’Olanda (residenza del pittore).

Anzi non sembra, lo è di sicuro ed ancor più blasfemo paragonare il bicchiere in copertina del romanzo con il raffinato lunghissimo flute in mano all’artista (“L’allegra coppia”, inizio pagina)… un flute che oggi utilizziamo per gli spumanti


Rembrandthuis, (CC BY-SA 3.0)

Certo il calice è molto allungato ma penso si possa tranquillamente definire un “flute” (se ho sbagliato il nome del bicchiere di Rembrandt, non sull’eleganza… la colpa è del “Direttore” che ha suggerito). Anche sul vino di scarsa qualità ingurgitato dai derelitti di Steinbeck ed il probabile vino francese di Bordeaux* di Rembrandt ci sarebbe da dire qualcosa.



Oppure magari si trattava di Jenever (l’antesignano del Gin che si narra, ma senza reali conferme inconfutabili, sia nato proprio a Leida; di certo il Jenever era un medicinale e non lo credo atto alle sbronze dell’artista) o addirittura Brandy (gli olandesi lo chiamavano: Brandewijn, il vino bruciato)!


Quel che è certo è che Rembrandt, sia quel che sia il contenuto del bicchiere, beve sereno e felice non teme l’ebbrezza e non se ne vergogna come capitato a tanti a cominciare da Noè.


Xilografia da una cronica di Sebastian Franck, 1539, coll. Grafica European Center of Fine Arts

La lettura delle sacre scritture era attività sicuramente nelle abitudini di famiglia e già in casa il nostro potrebbe aver appreso dell’ebbrezza di Noè e se non lo ha fatto in casa l’ha fatto certamente a scuola.


Il pittore sembra ben conscio di aver preso da sobrio le peggiori decisioni della sua vita – almeno secondo i suoi – e per questo si concede volentieri al bere.

Per ben sostenere la cosa però ci vuole un po’ di storia (anche familiare).


Ritratto di Harmen Gerritsz van Rijn, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Ashmolean Museum – Oxford (PD)

I genitori di Rembrandt erano mugnai nonché calvinisti devoti e praticanti. Harmen Gerrits (il padre), non era uno sprovveduto e nel suo disegno di piccolo borghese, riformato e laborioso, l’acquisto di metà mulino dal patrigno in coincidenza del matrimonio, nel 1589, con Neeltje Willemsdochter Van Zuytbroek, figlia di fornaio, c’era almeno il tentativo d’approccio al concetto di sinergia.


Neeltje (la madre) non era bella e la labioschisi induriva ulteriormente dei lineamenti non proprio femminei, ma era una donna robusta e di sani principi.


Vecchia donna che prega, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Residenzgalerie Salzburg (PD)

Harmen, conscio delle difficoltà connesse all’allevamento dell’uomo, uno tra i più delicati, e quindi alla produzione di braccia per la sua impresa, deve aver pensato che quella era la donna giusta per sfornargli figli.


Le biografie di Rembrandt non concordano sul numero della prole da attribuire alla coppia; si comincia con un minimo di sei e si finisce con un massimo di dieci.



Simon Schama nel suo “Gli occhi di Rembrandt”, sostiene che fosse l’ottavo di nove figli, di cui due morti bambini durante l’epidemia del 1604 (dai morti bambini dipendono probabilmente le incongruenze sul numero), ma questo tutto sommato è un dettaglio irrilevante per lo spirito di cui trattiamo. Certamente il devoto Harmen non disperdeva il suo seme e l’altrettanto devota Neeltje evitava con cura qualsiasi piacere in nome del dovere.


Crediamo però che una sera d’ottobre del 1605 anche lei si sia lasciata andare, forse permise che il mugnaio le sfilasse completamente la veste e le sfacesse la crocchia, pratica assolutamente necessaria ad un certo tipo di ebbrezza e per far si che il destino si impadronisse di lei onde farle concepire il “Signore assoluto della luce e del buio“: Rembrandt Harmenszoon (figlio di Harmen) van Rijn (che, più o meno, sta per: concepito in prossimità del Reno)


Da quell’attimo d’abbandono l’austera Neeltje si riprese immediatamente… ma quel figlioletto sognante proprio non se la sentiva di avviarlo al mestiere del padre o del nonno e… non si sa come, ma Rembrandt, dopo sette anni di gioco, fu iscritto alla Scuola latina di Leida (inutile dire che nessuno potrà mai convincerci che Harmen e Neeltje potessero aver letto Erasmo da Rotterdam secondo cui la formazione ideale di un giovane maschio si articolava in: sette anni di gioco, sette anni di scuola latina e sette anni di università).


Estratto dal n° 79 del mensile “Les Arts”, luglio 1908 – Archivi Grafica European Center of Fine Arts

Alla scuola latina il giovane Rembrandt imparò presto tutto quello che il padre e la madre ignoravano ed anche qualche cosa che i suoi genitori avrebbero preferito che non apprendesse.


Il motto della Scuola latina di Leida (ancora visibile sopra l’ingresso dell’edificio) era: “Timor di Dio – Lingue – Arti Liberali“.

Ad ogni buon conto, furono sicuramente sette anni di verga, di punizioni trascorse in ginocchio, di Bibbia e vite di Santi condite con Omero, Virgilio, Orazio, Plutarco, Tacito, Ovidio e… tanti altri!


Rembrandt ricevette quindi l’educazione raffinata che il miglior corso di studi della più colta città d’Olanda poteva offrirgli.


Ritratto di Erasmo da Rotterdam che scrive, Hans Holbein the Younger, 1523, Kunstmuseum Basel (PD)

Il padre e la madre sognavano il pubblico funzionario quando, al compimento del quattordicesimo anno, lo iscrissero all’Università (studente di letteratura).

L’Erasmo che i suoi vecchi non conoscevano, probabilmente faceva invece già parte delle sue letture e, a più di cent’anni dalla prima edizione, ci piace credere che a Rembrandt sia capitata per le mani l’edizione dell'”Elogio della follia” con le incisioni di Hans Holbein.


a sinistra: Illustrazione di Hans Holbein, dall’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, Milano, G. Daelli e Comp. Editori, 1863 (PD)
a destra: Incisione di Hans Holbein a corredo dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Coll. Roberto Manescalchi

L’elogio della follia sorretto dal “De libero arbitrio” (l’autore è lo stesso) devono aver spinto la mente del giovane a voli pindarici troppo arditi per i suoi vecchi.


Forse aveva già visitato “Utopia” (erano passati quasi cent’anni da quando, in un mattino di luce la testa decapitata di Tommaso Moro aveva fatto bella mostra di se sul ponte di Londra) e conosciuto i bianchi incantati delle saline e dei mulini di “Motia” (chi scrive sa perfettamente che, caso più unico che raro, Rembrandt non ha mai lasciato la nativa Olanda).


foto: Alun Salt, (CC BY-SA 2.0)

Chi legge dovrebbe invece poter immaginare che, a volte, la luce rapisce e fa percorrere dei giri strani. Uno dei primi committenti ed estimatori del “nostro” fu il nobile e ricchissimo siciliano Antonio Ruffo e ci sta pure, anche se improbabile, che nel bicchiere l’artista potesse avere anche l’antesignano di quello che sarebbe poi diventato leggenda: il Marsala!



Rembrandt si ritrovò così come già in procinto di affrontare i neri delle più profonde perversioni dell’anima. Neeltje, non riusciva proprio a capire quel figlio (di un momento d’abbandono) “venuto male” eppure qualche cosa sulla predestinazione avrebbe dovuto esserle familiare (era calvinista e avrà pure orecchiato prediche e sermoni nei giorni comandati!)


Suo marito e i suoi figli Gerrit ed Adrien si spaccavano la schiena (e anche qualche cosa d’altro visto che Harmen e Gerrit si invalideranno a causa di infortuni sul lavoro) al mulino e Rembrandt (la speranza di famiglia) lasciò gli studi per andare a bottega dal pittore Jacob Isaacz von Swanenburg (un insignificante) e comprendiamo lo stato d’animo della madre che cominciò a puntare il suo indice inquisitore.


Autoritratto, Isaac van Swanenburg,1568, Museum De Lakenhal (PD)

Inizia qui il definitivo allontanamento dai valori della morigeratezza e del lavoro duro senza ispirazione alcuna per cui Rembrandt sentì l’incontrollabile impeto del distacco.

L’alcol non lo condizionò mai eccessivamente ma fu un piacere che insieme ad altri svaghi incisero sulla sua vena artistica e mossero mente e mano nelle sue opere di artista adulto.


Grafica European Center of Fine Arts©

Le vicende della vita acuirono il trasporto nell’illuminazione del genio che spesso riportò su tavola e su foglio questa contrapposizione fra il lecito e l’ispirante, fra l’intimo trasporto e il malcostume considerato tale per Neeltje, la madre educatrice.

Lo vedremo molto presto più nel dettaglio…





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Spirito libertario e anticonformista, Roberto Manescalchi è Storico dell’arte e studioso anomalo che pratica “l’eresia” con estrema costanza e disinvoltura. Insofferente verso l’umana stupidità, esplicita una raffinata e profonda irriverenza contro ogni ingessatura burocratica e qualsivoglia “ordine” o giudizio precostituito. Le sue innovative metodiche di indagine hanno scritto “pagine nuove” nella storia dell’arte e dell’architettura. Sicuro che due più due faccia sempre e comunque quattro è tuttavia particolarmente attento a ciò che è sopravvivenza, inquietudine, irrazionale, magico e fiabesco e sostiene infaticabilmente la ricerca di storia comparata delle idee che ha in Aby Warburg il suo modello ideale. Il suo lavoro su: robertomanescalchi.com