verticali: chianti classico santo stefano


evoluzione nel calice: il Chianti Classico di Fattoria Santo Stefano dal 2006 a oggi


L’assaggio e lo studio dell’evoluzione del vino nel tempo è una delle più affascinanti tipologie di degustazione consentite agli appassionati.


si legge (più o meno) in: 5 minuti


L’occasione è arrivata stavolta dalla Toscana, dal cuore della sua storia vinicola, dagli oltre 300 anni riconosciuti al valore del Gallo nero, in occasione dei festeggiamenti per i 60 anni di Fattoria Santo Stefano, storica realtà di Greve in Chianti.


Un’azienda agricola oggi attiva su tutti i fronti dell’offerta enoturistica così come si pretenderebbe per un’attività concepita come moderna che sa offrire tutta la qualità della grande tradizione.



Avevamo messo alla prova un anno fa (articolo 2020) la loro ultima produzione, ci avevano complessivamente convinto sia il frutto del loro lavoro che il messaggio “dalla vigna al calice“. Ho deciso così di non perdere l’opportunità per comprendere cosa sia accaduto in questi ultimi 15 anni di lavoro, idee e loro amore per la terra.


Verticale di 8 Chianti Classico, dal 2006 al 2018: il 100% sangiovese offerto con il cuore alla sfida del tempo dai fratelli Bendinelli e dal loro enologo di massima fiducia Giampaolo Chiettini.


courtesy: Fattoria Santo Stefano

Intendiamoci: più che sfida (termine nazional-popolare) è soprattutto uno studio sull’evoluzione del vino da interpretare secondo lo storico degli andamenti stagionali e in base a quanto è stato pensato nel campo e in cantina per renderlo buono e a lungo.


Potremmo definirlo un interessantissimo “check“, piacevolissimo per gli ospiti ed estremamente utile per chi il vino lo ha concepito e fatto.


La bellezza del luogo è disarmante, soprattutto in un ottobre assolato che esalta le calde note cromatiche della natura. Fattoria Santo Stefano, lo dicevamo sopra, è un’azienda agricola vera: fa vino e olio ma innanzitutto sa di poter regalare una reale esperienza agrituristica di alto livello per chi vuole vivere a contatto con la natura accolto in un piccolo borgo esclusivo dove si respira l’aria della semplicità e dell’accoglienza.



E proprio Maria, Chiara, Anna, Bruno, Agostino e Elena Bendinelli hanno doverosamente introdotto il perché dell’occasione, ricordando il lavoro del padre Mauro Bendinelli che da Certaldo pensò a Greve come a un luogo giusto per rilassarsi nei momenti di vacanza acquistando nel 1961 il borgo, il bosco con l’oliveta e le vigne.


Fu l’inizio di una produzione che già nel 1963 entrò a far parte del Consorzio Chianti Classico ma fu principalmente l’inizio di una suggestiva storia familiare che ancor oggi, a sessant’anni esatti di distanza, unisce figli e nipoti in un progetto comune e un senso di emozionante fratellanza che si legge negli occhi prima ancora di ascoltarla dalle loro singole voci.



La vera svolta si è avuta nel 2000 quando è stata fondata la società cercando così di puntare alla commercializzazione dei prodotti in modo da riuscire a sostenere l’impegno nella conservazione e tutela della fattoria. Il vino ha avuto da subito un ruolo centrale con l’immediato reimpianto dei vigneti, l’investimento per i locali di vinificazione e affinamento nonché per la consulenza di tecnici specializzati.



L’impegno più grande della famiglia Bendinelli è di mantenere inalterate le peculiarità di questo borgo storico immerso nelle colline del chianti, nel rispetto della biodiversità e del perfetto equilibrio tra natura e tecnologia: «Questi posti vanno veramente vissuti, i nostri ospiti si sentono parte di un contesto e hanno voglia di prenderne parte in tutti i sensi, il visitatore qui trova sempre una persona che lo accoglie e gli trasmette del calore».


courtesy: Fattoria Santo Stefano

Agostino Bendinelli e Giampaolo Chiettini hanno fornito la giusta chiave di lettura per l’interpretazione negli assaggi, raccontando gli andamenti delle varie annate e ponendo focus sullo stile: «la nostra filosofia è altamente selettiva. Nel corso della vendemmia, il nostro lavoro più grande è quello dedicato alla scelta dei grappoli migliori da vinificare per le nostre etichette».


Sono già due motivazioni esaustive per capire come in ogni vendemmia a Santo Stefano si faccia selezione fra le uve maturate nel vigneto Sobole (tanto galestro), nel Querceto (più fresco) o nel Frutteto (maggiormente argilloso).



Con la vendemmia di quest’anno sono arrivati in produzione anche i nuovi vigneti impiantati nel 2018, questo ha permesso ai fratelli Bendinelli di pensare alla produzione di una nuova tipologia di vino: si tratterà infatti di un nuovo IGT di fascia alta, che andrà a celebrare il 60° anno di attività della Fattoria Santo Stefano.


Verticale, dunque, per festeggiare i 60 con i Chianti Classico 2006, 2007, 2008, 2010, 2014 (versione Riserva Il Drugo in magnum), 2016, 2017, 2018 trasferiti poi in barriccaia per abbinarli a pranzo con i piatti dello chef Matteo Caccavo dell’Osteria Il Pratellino.



Una linea di giunzione ci ha complessivamente condotto fra vini essenzialmente fruibili, ben equilibrati dove la mano ha saputo davvero ben adattarsi alle stagioni, interprentandole con cura salvaguardando senza mai uniformare il prodotto.

Le aspettative sono state particolarmente soddisfatte dove le difficoltà stagionali richiedevano maggior sforzo e capacità interpretativa per un vino sangiovese 100%.



La verticale di Chianti Classico Fattoria Santo Stefano


Chianti Classico DOCG 2006
Un granato verso l’arancio di grande trasparenza che schiude essenze di mora in confettura, carruba, cuoio, pot-pourri, fungo secco, grafite e felce. Al naso non si direbbe della sua coinvolgente freschezza in bocca; tannino sciolto che lascia esprimere un frutto gustoso, un alcol delicato con discreta sapidità e un finale di agrume che conquista.
Chianti Classico DOCG 2007
L’annata fu difficile, il calore dell’epoca si rivale sull’assaggio odierno dopo quasi tre lustri: più cupo all’occhio e al naso l’evoluzione supera quella del fratello maggiore. Chiare note di prugna essiccata, terra e sottobosco che lentamente si trasformano in soffi più eleganti di glicine e pansé. Merita più di ogni altro l’attesa e si riscatta al naso allo scorrere dei minuti. In bocca rimane comunque energico, morbido, dai ritorni retroolfattivi di liquirizia e sigaro.


Chianti Classico DOCG 2008
Un colore che all’occhio non mostra cedimenti e invita gli altri sensi senza tradirli: violetta appassita, confettura di amarena, mirtillo, erbe e pietra bagnata con nitidi ricordi di carne e cacao. Grande equilibrio gustativo, l’acidità sostiene magistralmente il sorso che appaga nel gusto con buona lunghezza e componente tannica ammansita.
Chianti Classico DOCG 2010
La veste non entusiasma come prima e anche al naso pare aver sofferto di più il passare del tempo (almeno in questa bottiglia): una buona complessità che però fatica a spingere le sue fragranze di frutta scura, humus, ravvivate da sentori di pino e balsamici in genere con richiami minerali. In bocca non riesce a scattare quanto vorremmo da un’annata ottimale come questa. Resta un buonissimo equilibrio tattile che lo rende poliedrico sull’abbinamento alla carne rossa.

courtesy: Fattoria Santo Stefano

Chianti Classico ris. DOCG Il Drugo 2014 (da magnum)
Figlio di una stagione memorabile in negativo, sorprende per prestanza e qualità di insieme. Un atteso porpora brillante lascia emergere nitide e concentrate profumazioni di visciola matura e mora in divenire. Un netto profilo fruttato quasi inaspettato per le difficoltà premesse che rende felici e ci lascia poi incantare dai corredi di violetta, rosa rossa e rientri sia balsamici che di susina in composta. La selezione delle uve dal vigneto Sobole lascia evidentemente anche tracce saporifere di alta qualità: briosa freschezza ma soprattutto tannini puliti con finale elegante e lievemente sapido senza eccedere in lunghezza ma ben oltre quanto atteso a dimostrazione di una sapiente gestione agronomica ed enologica.
Chianti Classico DOCG 2016
Il suo rubino riflette luminoso e libera con un po’ di attesa quel ventaglio di profumi tipici del Sangiovese ma senza particolare complessità: ribes e mirtillo, petali di garofano e noce moscata con cenni salmastri. In bocca è ben bilanciato, di astringenza percettibile ma ancora una volta schioccante senza graffio, alcol integrato e coda gustativa di mora, tè verde e cannella.


Chianti Classico DOCG 2017
Piccola grande magia che da un’annata bollente regala un liquido sorprendentemente fresco ai sensi. L’avvio olfattivo è di marasca, lilium e rosmarino con decori di scorza d’arancia e chinotto. Sulla lingua le durezze tengono testa alle morbide componenti: l’alcol non disturba e si placa sotto un tannino severo ma distinto che poi allenta la stretta sul succoso e rinfrescante finale di agrumi ed erbe aromatiche di pregiata persistenza
Chianti Classico DOCG 2018
Vestito impeccabile da cui non vorresti staccare lo sguardo tanto è bello. Ma l’abito rubino non inganna perché il miscellaneo bouquet di petali blu e rossi sale spinto come da un vortice verso l’alto. Altamente variegato nelle essenze di frutta scura, spezie con tocchi di cioccolato e accenni mentolati, in bocca chiude una magistrale parabola organolettica che inizia da una sprizzante entrata di acidità giovanile e promettente incisivo sostegno tannico. Il frutto però non scompare mai, l’amarena è sempre al centro del gusto e sul finale accompagnata da ricordi di melagrana e mandarino. Grande stoffa.


Gli 8 testimoni del lavoro di 3 lustri hanno fatto passerella anche nell’abbinamento della tradizione regionale a tavola e sessant’anni andavano oggettivamente festeggiati fino in fondo (alla festa hanno preso parte anche le altre etichette di Santo Stefano).



Francesco Carzoli dell’Osteria Il Pratellino è stato lo chef scelto per consentire ai vini (in unione con le atre etichette di Fattoria Santo Stefanoi) di lasciare libera la loro espressività su piatti come la carabaccia di cipolle rosse toscane, i ravioli alla ricotta e cipolla gratinati al Gran Mugello l’arista di cinta senese con passata rustica di carote allo zenzero. Sulla tavola, infine, è arrivata anche della zuppa inglese all’Alkermes di Firenze ma qui è stato chiaramente chiesto aiuto al Vin Santo




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Paolo Bini è giornalista iscritto all’Albo Pubblicisti; si è laureato in Informatica all’Università degli Studi di Firenze, città dove è nato nel 1971. L’amore per la storia, il gusto e la cultura enoica toscana lo portarono, a fine anni ʼ90, a intraprendere percorsi verso la conoscenza del vino. Oggi è sommelier professionista, degustatore ufficiale e relatore per Associazione Italiana Sommelier per cui svolge docenza ai corsi toscani e fuori regione per la formazione dei futuri sommelier AIS. Scrive e collabora per riviste generaliste e di settore, è anche chocolate taster per Compagnia del Cioccolato, assaggiatore e relatore per ANAG, l’associazione italiana vicina al mondo dei distillati. Curatore editoriale per spiritoitaliano.net.