scampata dealcolazione? nì…


Il ministro Patuanelli si oppone fermamente alle proposte UE sui dealcolati. Una convinzione decisa che non lascia comunque sereni fino in fondo. Vediamo perché.


Abbiamo visto il mezzo putiferio scatenato soprattutto in Italia dagli ultimi incontri in tema Wine Common Market Organisations (OCM Vino).


[si legge (più o meno) in: 4 minuti]


La grande preoccupazione e il forte monito urlato da Coldiretti è stato raccolto dai media (anche da noi) e rilanciato con titoli dal tono così grave da mettere in subbuglio e dividere operatori e appassionati del mondo vino.

Adesso pare si tenda a calmierare la disputa, a gettare fin troppa acqua su di un fuoco divampato grazie a una normale dose di combustibile ma con un comburente oltremodo concentrato.


“Non c’è pericolo”, “non c’è pericolo…”, “non c’è pericolo… ….”. Sarà pure così ma a noi tutto questo ingigantire per poi minimizzare non convince.

Andatevi a leggere un po’ di articoli in giro per la rete, vi renderete conto oggi delle varie prese di posizione dei tanti attori e di come vengono impostate le notizie a seconda dell’editore.


foto: Photo Mix

Come al solito noi prendiamo posizione solo quando certi: qui c’è un futuro in divenire che apre scenari non facilmente interpretabili.

Ci limitiamo quindi a riportarvi le parole dell’unica autorità certa (il ministro) immaginando la sua piena convinzione di intenti così come presentati in audizione al Senato ma ben consci che il tempo potrebbe sempre cambiare le cose (così come fa con i ministri e con le politiche).



Non solo! Supponendo pure che l’Italia mai deciderà di svendere la sua qualità a marchio e di assecondare le proposte su cui ora si dibatte… pensate davvero che nessun produttore italiano ci rimetta in un mercato globale su cui insistono anche Paesi come Francia e Spagna che non sembrano così spaventati come noi?

Quindi, probabilmente, Coldiretti ha esagerato grazie anche al clamore fatto dai media… però attenzione a ridurre tutto in un “non c’è pericolo, tanto i vini italiani a denominazione non li toccheranno”.


I numeri del vino sono enormi e, se ci leggete con costanza, sapete che teniamo più a informarvi sui dati (anche due giorni fa) che a fare la solita recensione di un prodotto. E, quando i numeri sono enormi, per proteggere la qualità servirebbe una diffusissima platea qualificata di consumatori. Altrimenti accade come un po’ in altri settori: i grandi magari resistono ma gli altri soffrono.


Non allarmiamoci dunque oltremodo, ci mancherebbe, ma se reputate giusto stare tranquilli e sereni non lo farete in nostra compagnia e probabilmente neppure con quella di molti vignaioli di medie dimensioni e di assaggiatori “integralisti del calice”.

Meglio adesso “far parlare” Stefano Patuanelli, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Vi facciamo un estratto, virgolettato, della sua audizione di ieri in Senato. Fatevi un’idea, giusta o sbagliata che sia, sulla base dell’unica vera autorità verificata.



fonte: Ministero delle Politiche Agricole (CC BY 3.0 IT)

«Come ha ben spiegato il Presidente Stefano, ognuno è libero di produrre ciò che vuole ma non deve chiamarlo vino. Quello con l’aggiunta di acqua non è vino. Questa è la posizione dell’Italia. Siamo preoccupati dalla posizione di altri Paesi che invece dovrebbero difendere con forza, insieme a noi, le caratteristiche pregiate delle produzioni vitivinicole europee. Mi riferisco in particolare alla Francia che invece sembra essere orientata a non opporsi a questo scempio» 


«Il nostro Paese è il primo produttore mondiale di vino e primo esportatore in volume, mentre in valore, con la cifra record del 2019 di 6,4 miliardi di euro, si posiziona saldamente al secondo posto dietro la Francia con cui ci sfidiamo costantemente su volumi e valori» 


«Il nostro Paese è primo in Europa per numero di prodotti a denominazione, potendo vantare oltre 500 vini a DOCG, DOC e IGT, che svolgono il ruolo di ambasciatori delle produzioni di qualità italiane all’interno del mercato globale. Un vino rappresenta il distintivo del nostro Paese, del nostro territorio, la nostra cultura, paesaggio e la storia. Non è soltanto un prodotto enogastronomico e una bevanda. Il vino è qualcosa di più in Italia».


foto: Chetan L

«La riduzione del canale Ho.re.ca. è stata solo parzialmente compensata dalla crescita delle vendite nella GDO (+7.8% nel 2020 rispetto al 2019), dove, tuttavia, le preferenze del consumatore si sono orientate verso l’acquisto di prodotto di fascia non alta, a prezzi inferiori».


«Nell’ambito del mercato mondiale l’impegno del nostro Paese deve essere finalizzato a mantenere la leadership nei tradizionali mercati di sbocco (Germania, Stati Uniti e Giappone) e a non rallentare la – già difficile – penetrazione commerciale nel mercato cinese». 


«L’elemento più rilevante da mettere in luce è che il settore vitivinicolo continuerà a beneficiare di una Organizzazione comune di mercato anche nella prossima programmazione PAC, inserita nella cornice del nuovo Piano Strategico nazionale. Dal punto di vista finanziario, l’Italia è riuscita ad ottenere il mantenimento di un budget, seppur leggermente ridimensionato, in linea con l’attuale programmazione». 



«Per l’Italia saranno, infatti, disponibili fino al 2027, circa 323 milioni di euro annui di fondi europei per sostenere lo sviluppo del settore. Il nostro Paese si conferma così primo beneficiario dei fondi UE per il settore vitivinicolo europeo».


«Dal 2018, anno di presentazione da parte della Commissione degli schemi di regolamento per la riforma della PAC, è in atto un acceso dibattito in merito alla proposta di introdurre una nuova categoria di prodotti “dealcolati”, da usare congiuntamente al termine “vino”».

«L’Italia si è sempre dichiarata contraria a tale proposta, dal momento che i trattamenti di dealcolazione privano il prodotto vino di gran parte delle sue caratteristiche organolettiche e ne modificano la composizione, compromettendo, tra l’altro, il legame con il territorio».


«Nello stesso ambito, è stata inserita la possibilità di modificare le attuali pratiche enologiche, introducendo il reintegro dell’acqua persa nei prodotti a seguito del processo di dealcolazione. Tale processo non va confuso, come erroneamente riportato nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, con il processo di annacquamento che, lo ricordo, è sempre vietato».



«Durante il Comitato Speciale Agricoltura del mese di aprile è stato proposto un compromesso, in base al quale il vino potrà essere etichettato come “dealcolato” o “parzialmente dealcolato” mentre i vini con indicazioni geografiche (DOP e IGP) potranno utilizzare solo il termine “parzialmente dealcolato”». 

«L’Italia continua ad opporsi all’utilizzo del termine “parzialmente dealcolato” per i vini DOP e IGP e personalmente ho anche ribadito la contrarietà del nostro Governo all’utilizzo dell’acqua per il ripristino dei volumi».


«Sono, tuttavia, consapevole della difficoltà della nostra battaglia politica, poiché gli altri grandi produttori vitivinicoli, e nostri principali competitor, quali Spagna e Francia, si sono dichiarati d’accordo con la proposta di riforma. Ma ribadisco tutto il mio impegno al fine di salvaguardare la qualità dei prodotti di eccellenza italiani».


foto: bluebudgie

Prossima tappa: fine maggio… restate sintonizzati e attenti…




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fonte: MIPAAF

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Paolo Bini è giornalista iscritto all’Albo Pubblicisti; si è laureato in Informatica all’Università degli Studi di Firenze, città dove è nato nel 1971. L’amore per la storia, il gusto e la cultura enoica toscana lo portarono, a fine anni ʼ90, a intraprendere percorsi verso la conoscenza del vino. Oggi è sommelier professionista, degustatore ufficiale e relatore per Associazione Italiana Sommelier per cui svolge docenza ai corsi toscani e fuori regione per la formazione dei futuri sommelier AIS. Scrive e collabora per riviste generaliste e di settore, è anche chocolate taster per Compagnia del Cioccolato, assaggiatore e relatore per ANAG, l’associazione italiana vicina al mondo dei distillati. Curatore editoriale per spiritoitaliano.net.