Prosecco rosé… beh? Che volete??

Arriverà presto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione a imbottigliare Prosecco DOC Rosé. Lo attendevamo da mesi, la proposta di modifica al disciplinare è stata approvata nei giorni scorsi dal Comitato Nazionale Vini del MiPAAF.

Si è nuovamente scatenato il dibattito post-a-post fra favorevoli, contrari, puristi e impuristi. I soloni del gusto si sono già sbizzarriti in commenti dai toni antitetici che ci hanno ricordato tanto i dialoghi pre-derby VirtusFortitudo nella Bologna degli anni d’oro.



Trovo fortemente umiliante lasciarsi condizionare dall’istinto e inorridire davanti a un’operazione commerciale in piena coerenza con quanto fatto negli ultimi 10 anni.

Prima di tutto, di cosa discutiamo?

  • di uve?
    Il disciplinare, con varie modificazioni, parlava chiaro da tempo: 85% Glera con eventuale aggiunta di Verdiso, Bianchetta trevigiana, Chardonnay, Pinot bianco…. e Pinot nero (vinificato in bianco).

    Portatemi poi un disciplinare di una DOP non monovitigno che non lasci il margine a un’azienda di poter vinificare in piccola percentuale le uve più idonee per il suo prodotto.
  • di storicità?
    Il disciplinare, sempre con varie modificazioni e che piaccia o no, cita ovviamente il legame a fattori naturali, storici e umani:

    «… i primi documenti in cui si cita un vino «Prosecco» risalgono alla fine del ‘600 e descrivono un vino bianco, delicato, che ha origine sul carso triestino e in particolare nel territorio di «Prosecco», evidenziato tutt’ora con la possibilità di adottare la menzione «Trieste». In seguito nel ‘700 e ‘800, la produzione di questo vino si è spostata e sviluppata prevalentemente nell’area collinare veneto friulana, come citato dal «Roccolo» nel 1754 «Di Monteberico questo perfetto “Prosecco” …» e confermato, poi, nel 1869 nella «Collezione ampelografia provinciale trevigiana», in cui si cita: «fra le migliori uve bianche per le qualità aromatiche adatte alla produzione di vino dal fine profilo sensoriale». In questi territori pedemontani ed in particolare nelle colline trevigiane, il «Prosecco» trova il suo terroir d’elezione… Grazie alla fama della DOC «Prosecco di Conegliano Valdobbiadene», riconosciuta dal Ministero nazionale nel 1969, la coltivazione delle uve idonee a produrre spumanti e frizzanti ha cominciato a interessare anche i territori pianeggianti, diffondendosi prima nella Provincia di Treviso, evidenziata con la possibilità di adottare la menzione «Treviso», e successivamente in altre province del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia…»

    Supercazzola? Non penso più o meno di tanti altri disciplinari…
  • di qualità?
    Data per conclamata la presa di coscienza che il prodotto in questione possa dai professionisti essere complessivamente considerato (ci mancherebbe…) di medio valore qualitativo (si, ok… che intendiamo poi per valore qualitativo? Lasciamo fare…), ci sarebbe molto più da inorridire su altre Denominazioni molto più fuorvianti in questo senso.
    Mi piange il cuore ogni volta che vedo quel logo con quell’animale scuro (a me tanto caro, sinonimo di grandissima tradizione e altissimo livello qualitativo) virtualmente spennato su prodotti messi al commercio a meno di 5 euro. E il grande pubblico che pensa? Generalizza?? Eh… probabile…!
    E così si chiude idealmente nella mente delle persone quell’ampio divario fra etichette eccellenti e mediocri all’interno della stessa DOP.

    Una “forbice qualitativa” che nel Prosecco è probabilmente meno aperta che altrove.

Ma di cosa ragioniamo??? Ma cosa vi prude così tanto, “soloni del gusto”?

Prosecco DOP è l’apoteosi del 2K marketing. Un vino Made in Italy che consente di fatturare cifre impressionanti rosicchiando nel mondo importantissimi numeri di mercato a sua maestà Champagne, inarrivabile per definizione e, per spessore qualitativo, neppure lontanamente paragonabile.


foto di Anastasia Gepp

Quello del Prosecco è un miracolo che necessita ancora di far sognare il nordest italiano. I dati degli ultimi anni almeno per il Veneto (inumeridelvino.it su dati FederDoc) parlano chiaro, sono quasi incredibili e non lasciano spazio a mezze misure: o ne siamo invidiosi perché concorrenti (comprensibile), oppure è giusto esserne felici perché comunque possono sul mercato internazionale (che conta realmente) continuare a fare la “testa di ariete” e rendere l’Italia vinicola costantemente appetibile e magari anche più invitante di nazioni dalla erre moscia, dal sueño latino o dal dazio facile.

Il Consorzio attraverso le ricerche di mercato di Nomisma, dichiarò 1 anno fa che solo in America negli ultimi 4 anni le vendite sono salite del 320%


Ora però facciamoci pure delle domande e vediamo cosa può impattare sulle nostre perplessità imparziali.

  • I dati riguardanti la produzione di Prosecco DOC visti sopra (inumeridelvino.it su dati FederDoc) sono davvero impressionanti. Direte voi… “Ma come fanno?”
    Eh, boh… ma sono dati ufficiali e nessuno può fare la benché minima allusione a dove possano essere state piantate tutte le barbatelle per avere questi numeri (qualcuno pensa anche al campino da calcio dell’Oratorio…)
  • Sempre grazie al lavoro della società Nomisma, nel 2019 emerse che i consumatori nel mondo avevano la sensazione di aver già assaggiato il Prosecco Rosé.
    • Partendo dagli italiani, il 54% dei nostri connazionali sosteneva di conoscere il Prosecco rosa e il 23% di averlo già assaggiato!
    • Nel Regno Unito, il 49% degli inglesi dichiarò di averlo intravisto e il 25% di averlo già testato.
    • Negli Stati Uniti poi addirittura il 74% dei consumatori ebbero l’allucinazione di aver scorto il Prosecco Rosé sugli scaffali e il 46% di averlo assaggiato!
    • Addirittura (ma forse è suggestione governativa) il Presidente della regione Veneto Luca Zaia ha dichiarato pochi giorni fa che la percentuale negli USA di conoscitori del Prosecco rosé è arrivata all’84%, PAZZESCO!

E allora dove sta il reale problema, amiche e amici, soloni del gusto ed eno-gastro soloni di ogni dove…??? Ma cosa cavolo vogliamo dal Prosecco Rosé ????

Il Prosecco Rosé è una nuova, spettacolare, fantasmagorica trovata del (non a caso si definiscono così!) Consorzio ITALIAN GENIO che deve renderci felici del successo che porterà sicuramente e a maggior ragione in questi momenti difficili. E non a caso il Presidente del Consorzio Zanette giustamente dichiara “A tutti coloro i quali hanno contributo all’ottenimento di questo importante risultato va il nostro ringraziamento che, in considerazione del momento che stiamo vivendo, è particolarmente sentito”. 


Ora però che siamo tutti (e anche io sinceramente) felici, non potremo più tollerare che esistano “spumanti fantasma” o che vestano “maschere” di altri!

  • Ora più che mai BASTA! dare (da servitori o clienti impreparati) del Prosecco a un Metodo classico e del Prosecchino a un vino che non conosce manco disciplinare.
  • E poi sarebbe l’ora che tutti (davvero tutti) i figli del Genio Italiano finissero di studiare logiche italiote fuorvianti per consentire che nel mondo si pensi (ad esempio) che esista un Prosecco rosé quando ancora non è così. Ci vuole chiarezza e deontologia professionale

Guardate pure, prima che lo cambino, uno dei tantissimi casi di vendita su Amazon

Oppure una banale ricerca su Google shopping


Le uniche 2 salvezze per essere davvero tutti felici al 100% (forse) saranno:

  • il controllo delle autorità per la salvaguardia dei consumatori
  • aspetto FONDAMENTALE: la formazione per educare alla conoscenza e al consumo consapevole

Negli ultimi 20 anni le iniziative didattiche di Enti e Associazioni per comprendere il vino hanno fatto miracoli in questo senso, non quanto quelli del Prosecco però ci sono andate vicino.


CIN! Con bollicine Metodo Martinotti prodotte dopo una rifermentazione di almeno 60 giorni da Glera e Pinot nero… 😉


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Paolo Bini è giornalista iscritto all’Albo Pubblicisti; si è laureato in Informatica all’Università degli Studi di Firenze, città dove è nato nel 1971. L’amore per la storia, il gusto e la cultura enoica toscana lo portarono, a fine anni ʼ90, a intraprendere percorsi verso la conoscenza del vino. Oggi è sommelier professionista, degustatore ufficiale e relatore per Associazione Italiana Sommelier per cui svolge docenza ai corsi toscani e fuori regione per la formazione dei futuri sommelier AIS. Scrive e collabora per riviste generaliste e di settore, è anche chocolate taster per Compagnia del Cioccolato, assaggiatore e relatore per ANAG, l’associazione italiana vicina al mondo dei distillati. Curatore editoriale per spiritoitaliano.net.