monferace: il grignolino senza tempo


Alla presentazione del Monferace 2018 si è discusso sul progetto di recupero dello storico protocollo di vinificazione basato su lungo affinamento. Il grignolino del futuro guarda alla tradizione.


L’inestimabile patrimonio di vitigni autoctoni del nostro Paese, sta dando impulso a diversi progetti di valorizzazione, fortemente imperniati sul legame con i territori di elezione, e il relativo contesto naturale, culturale e sociale.


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Iniziative che sovente si traducono in salvataggi di varietà destinate all’estinzione, o nel ripristino di pratiche di vinificazione andate perdute nel tempo, e atte ad esprimere al meglio le reali potenzialità dei vitigni stessi.


courtesy: Uff stampa Associazione Monferace

Animato da questi intenti, un gruppo di aziende vitivinicole del Monferrato ha deciso di riportare in vita l’iter produttivo storico e tradizionale del grignolino, ampiamente documentato, e praticato per diversi secoli con notevole apprezzamento (come accadde, ad esempio, nell’ambito delle Esposizioni Universali di fine Ottocento).


Con la vendemmia 2015 ha visto la luce Monferace, denominazione destinata a vini ottenuti al 100% da uve Grignolino (e uscenti sotto le DOC Grignolino d’Asti e Grignolino del Monferrato Casalese), prodotti solamente nelle annate più favorevoli, e sottoposti ad un affinamento minimo di 40 mesi, di cui almeno 24 mesi in legno.


courtesy: Uff stampa Associazione Monferace

Una prassi accantonata a seguito delle più recenti, e tormentate, vicende che hanno coinvolto il vitigno autoctono monferrino per eccellenza (menzionato già nel 1249, in un atto d’affitto trascritto dai monaci del Capitolo di Sant’Evasio di Casale Monferrato), rivelatosi assai sensibile alle malattie che hanno flagellato il vigneto europeo fra fine Ottocento e inizio Novecento.

Alla connessa, drastica riduzione delle superfici ad esso dedicate a favore di varietà più resistenti, ha fatto seguito una conversione ad affinamenti piuttosto brevi in acciaio e a un’immagine di vino da apprezzare in gioventù.


foto: Giorgio Chiarello

Un’impostazione che consente di preservare al meglio l’accattivante, fragrante corredo olfattivo fruttato e floreale, e l’agilità di bevuta; al contempo, però, rimane parzialmente inespresso un potenziale di complessità, eleganza e longevità, sostenuto da una spiccata acidità e da un bagaglio tannico di tutto rispetto.


Da questi presupposti ha tratto linfa l’ambizioso, ed appassionato, progetto dei dodici produttori del Monferace (Accornero, Alemat, Angelini Paolo, Fratelli Natta, Sulin, Tenuta la Tenaglia, Tenuta Santa Caterina, Vicara, Liedholm, Cinque Quinti, Cascina Faletta, Hic et Nunc).


courtesy: Uff stampa Associazione Monferace

Un’iniziativa addirittura controcorrente, in una fase che vede un generale raffreddamento dell’entusiasmo per l’uso del legno, volta a restituire al Grignolino una ulteriore modalità espressiva, e a delineare un quadro più completo per la formulazione di un giudizio di qualità.


Le scelte sono ricadute su un utilizzo prevalente di contenitori medio/grandi, e con tendenziale compresenza di legno nuovo e usato, in un’ottica di arricchimento e non di prevaricazione.



Ulteriore passo è stata la fondazione, nel febbraio 2016, dell’Associazione Monferace, finalizzata a supportare l’iniziativa sotto il profilo promozionale e comunicativo, e a sostenere progetti correlati di studio e ricerca.


Il legame con la storia è rafforzato dalla previsione che i vigneti destinati alla produzione del Monferace debbano essere ubicati nella porzione di territorio denominata Monferrato Aleramico, nucleo primario della regione (che la leggenda vuole donato dall’Imperatore Ottone I al fido cavaliere Aleramo, intorno al 950 d.C.), il cui nome originario era, appunto, Monferace.


courtesy: Uff stampa Associazione Monferace

Altrettanto inestricabile risulta il rapporto con il patrimonio socio-culturale di questo meraviglioso territorio, in particolare gli infernot: cantine sotterranee scavate nella Pietra da Cantoni (tipologia di arenaria peculiare di questa zona), ad opera di contadini il cui ingegno non fu forgiato dalle conoscenze tecniche, ma dalla fatica e dall’esperienza sul campo. Prive di luce e aerazione, capaci di assicurare temperatura e umidità costanti, costituiscono tuttora la sede ideale per l’affinamento delle bottiglie di Monferace. Nel 2014, gli infernot sono diventati la sesta componente del sito “I Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe – Roero e Monferrato, facente parte del patrimonio mondiale UNESCO.


L’ultima annata di Monferace ad avere completato il suo percorso, la 2018, è stata presentata alla stampa il giorno 10 ottobre, nel corso dell’evento “Monferace 2018 en primeur”, tenutosi nel Castello di Ponzano Monferrato, splendida dimora storica sede dell’Associazione Monferace. In apertura, il presidente Guido Carlo Alleva ha inquadrato l’annata come: «una tra le più coerenti con la storia del Monferace, che ha regalato rossi di grande eleganza, e dal lungo potenziale di invecchiamento».


foto: SC©

Il convegno è proseguito con l’illustrazione della meticolosa opera di studio e mappatura dei vigneti dedicati alla produzione del Monferace, componente fondamentale dell’intero progetto, e riguardante sia la componente ampelografica che quella geologica.


La ripresa dell’antico protocollo di vinificazione è stata anche l’occasione per ricostituire una catalogazione accurata del patrimonio di cloni, e delle relative datazioni (trascurata per molti decenni), necessaria per l’effettuazione di selezioni sempre più mirate alla più efficace combinazione con le tipologie di suoli. Esigenza tanto più pressante nel caso del Grignolino, vitigno esigente, tanto da essere tradizionalmente definito “nobile e ribelle”.


foto: daniele Ottazzi

Il successivo intervento del geologo Alfredo Frixa ha riguardato il lavoro che questi sta effettuando sul substrato geologico della zona, partendo da campioni di terreno forniti dagli stessi produttori. Questo studio è parte integrante del progetto denominato “Geologia e vini: il mare nei vigneti”, finanziato dal Consorzio Colline del Monferrato Casalese, le quali si sono formate in un arco di tempo compreso fra trenta e tre milioni di anni fa, e costituivano a quel tempo, appunto, un fondale marino.




I risultati registrati finora mostrano una significativa varietà di conformazioni geologiche nei vigneti del Monferace: dalla già menzionata Pietra da Cantoni, alle argille azzurre, alle Marne di S.Agata (presenti anche nelle Langhe), alle sabbie di Asti, con presenza anche di infiltrazioni gessoso – sulfuree. Una variabilità che si riverbera in una gamma di vini caratterizzata da affascinanti sfaccettature.


courtesy: Uff stampa Associazione Monferace

La giornata si è conclusa con la degustazione condotta dalla Master of Wine statunitense Robin Kick, imperniata su sette Monferace 2018 (Santa Caterina, Accornero, Vicara, Sulin, Tenaglia, Angelini, Liedholm), preceduti da due bottiglie di annate precedenti (2016 di Natta, e 2017 di Alemat), e seguiti da campioni di tre annate ancora in gestazione (Hic et Nunc e Faletta 2020, Cinque Quinti 2021).


Denominatore comune del percorso si è rivelato il potenziale evolutivo dei vini, vivaci e dinamici in freschezza, con tannini levigati dall’affinamento, ma ancora ben percepibili, passibili di un amalgama ulteriormente cesellabile.

La strada principale si è diramata poi in varie direzioni: dal frutto rosso ancora fresco, a quello in confettura e gelatina, dal fiore delicato e fragrante a quello appassito, con emersione, talora, di note speziate, balsamiche e affumicate.


foto: SC©

Al sorso si sono ravvisate espressioni più fini e verticali, altre più morbide e corpose, ma tutte riconducibili a due espressioni di sintesi: eleganza e bevibilità. Degne di un vitigno da riscoprire e approfondire, che merita decisamente di scrollarsi di dosso il ruolo da comparsa recitato negli ultimi tempi.



Sara Comastri – Spirito Italiano writing staff
“Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico” (Goethe)





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