le champagne ne mourra jamais


Un vero successo il ritorno a Modena di Champagne Experience. Sintesi di una celebrazione


Quando lo Champagne chiama non è possibile resistere. A maggior ragione dopo mesi di isolamento.


[si legge (più o meno) in: 2 minuti]


Il format di (Modena) Champagne Experience è rimasto pressoché invariato rispetto all’edizione 2019 ma, volendo essere obiettivi, non si sentiva esigenza di variazione.


Il successo che negli anni ha dato visibilità e autorevolezza alla manifestazione ha spinto tutti come un’onda lunga trasportando gli amanti delle bolle fino al 2021 quasi come se niente fosse accaduto, come se il rapporto non si fosse mai interrotto.


Mi ha colpito l’adesione massiva, la risposta della gente nonostante i posti contingentati per ragioni che ormai sono inutili da spiegare. Così come diventa inutile da spiegare il perché di (così ha ufficializzato l’organizzazione nel post-evento) oltre 6.000 presenze nei padiglioni Modenafiere fra domenica 10 e lunedì 11 ottobre appena passati.


foto: PB©

I 18 importatori e distributori che fanno sodalizio in Società Excellence hanno messo sui banchi oltre 600 etichette da 121 aziende fra note maison e vigneron emergenti. Il risultato è stato, per tutto quanto detto sopra, un successo da non dare per scontato.


E’ evidente che lo Champagne nel mondo vinicolo è come il Rock ‘n roll nella musica, se volete (a vostro rischio) scioccatevi un po’ prima di andare oltre…



Prima di scendere in qualche ulteriore dettaglio con alcune selezioni di assaggi “sul campo”, è bene comunque (anzi, ci pare doveroso) riportare anche le parole dell’organizzazione a conclusione di un evento preceduto da tanto lavoro, fatica e (sicuramente) timori.


Lorenzo Righi, direttore di Società Excellence, ha detto a conclusione: «Siamo davvero orgogliosi di aver potuto organizzare Champagne Experience in presenza, come da tradizione. Abbiamo lavorato senza sosta per poter concretizzare un appuntamento in cui crediamo molto, capace di unire in un unico contesto produttori, importatori, operatori e appassionati. I numeri ci hanno dato ragione: un segnale evidente del grande interesse per lo champagne in Italia e del desiderio da parte di tutti di tornare a vivere il vino in presenza».


Chi può dargli torto? Si parla di un incremento del 30% degli accessi rispetto all’edizione precedente. A sensazione, devo dire, non sarei così sicuro. Attenzione alle norme sanitarie e qualche titubanza che ha lasciato a casa alcuni amoureux mi lascia un attimo perplesso su questi numeri che, diciamocelo, a noi sinceramente interessano il giusto.


foto: PB©

Non c’è invece dubbio sul fatto che di gente ce n’era tanta, sia domenica che lunedì, e con tanta sete. In alcuni momenti i banchi di assaggio degli storici brand avevano una densità tale da far pensare che i giorni del contagio non fossero mai esistiti se non per la visibile presenza delle mascherine ad altezza gola.


E’ stato un successo, sicuramente, e la presenza massiccia del lunedì conferma l’elevatissima presenza di operatori del settore, che orgogliosamente Società Excellence stima nel 75% complessivo del pubblico della 2 giorni. Non è cosa da poco, anzi!



Formula che ha confermato la suddivisione degli spazi in 5 aree tematiche (Côte de Blancs, Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Aube – Côte de Bar, Maison classiche) con 4 masterclass che hanno registrato il tutto esaurito e incentrate su Chardonnay, sul lungo affinamento sur lies, su etichette fuori dagli schemi e sui grandi Rosé.


courtesy: Ufficio stampa Società Excellence

Non avrebbe senso per noi di spiritoitaliano.net spararvi a ripetizione recensioni di questo o quel prodotto in una manifestazione come Champagne Experience.



Ho selezionato comunque un paio di aziende per area tematica che mi hanno raccontato qualcosa in più della media (i motivi sono vari) con l’occhio e il palato sempre concentrati sulla finalità della bottiglia (se vi fate la domanda: “vediamo quale è stato lo Champagne più buono dell’Experience”, potete già cambiare pagina web).


Solitamente, l’interesse per chi beve parecchio Champagne si focalizza sugli emergenti, sui vigneron da scoprire ma nel mondo esclusivo della “bolla più bolla di tutte” ogni protagonista (grande o piccolo) gioca il proprio ruolo nella promozione e nella diffusione del prodotto.



L’augurio da farsi è che le multinazionali del vino e spirits possano proseguire ad avere il giusto rispetto per il lavoro di tutta una comunità e che le sinergie non vengano disperse. La competizione fra i Négociant e i Récoltant manipulant non dovrà trascendere mai in un’aperta sfida, altrimenti a pagare sarà anche l’eccellenza qualitativa di un vino straordinario e unico.


foto: PB©

Maison classiche

I prodotti messi sul banco non sono solitamente rappresentativi delle qualità globali dei grandi marchi. Abbiamo valutato la potenziale resa dei prodotti in enoteca


Taittinger

(importa: Domori)


Brut Prestige: una cuvée di facile comprensione. Ben gestita nelle quasi eque dosi fra Chardonnay (40%), Pinot Noir e Meunier con 9 grammi/litro di dosaggio. I 36 mesi sui lieviti gli donano un discreto profilo aromatico ottimo per il grande pubblico

Prélude Grands Crus: Chardonnay e Pinot noir in equilibrio al 50%, il corpo ne risente positivamente. La complessità è pienamente soddisfacente per la finalità. Se pensiamo ai 60 mesi sui lieviti, la lunghezza non entusiasma ma sull’eleganza niente, proprio niente, da dire. Riuscito.

Brut Prestige Rosé: Questo è il vino che giustifica la menzione aziendale. C’è tanto da lavorare sui rosé in Champagne e la sensazione è che la logica dell’abbinamento porterà sempre più maggior investimento e ricerca. Il Prestige rosa di Taittinger è pulito, fresco, brioso di lampone, erbe e fragoline di bosco che sollazzano con bollicine fini e cremose, cosa non scontata anche fra i grandi marchi. Un brut ben fatto, ben pensato e altamente ben seguito dall’inizio alla fine dei 40 mesi sui lieviti. Sarà vincente sul target previsto dall’azienda.


foto: PB©


Pol Roger

(importa: Compagnia del vino)


Lo confesso, ho provato a evitare in tutti i modi di inserirlo qui… Però è il brand delle “Classiche” che ha messo sul banco (a vista…) le meilleur trio (se poi altri fanno Champagne ancora più buoni ma non li portano, che possiamo farci?)


Brut Réserve: Un terzo, un terzo, un terzo di perlage fine ed espressivo in bocca; di lunghezza non infinita ma che lascia ad ogni uva la facoltà di esprimersi. Chardonnay esuberante con la sua frutta e i suoi fiori senza rimanere antipatico, P Noir che sorregge guardingo e meunier che ammorbidisce il sorso assieme agli 8 g/l

Pure: non dovrei lasciarmi condizionare ma inevitabilmente il Pure fa uscire la mia istintiva passione per il dosaggio minimo. La esalta con gli aromi di pane tostato, mela giovane, albicocca fresca, melissa, arancia e rinnovi di panetteria che giustificherebbero anche oltre i suoi 36 mesi sui lieviti. Buonissimo e, soprattutto lunghissimo

Brut Vintage: 60 mesi sui lieviti che regalano al nostro naso le fragranze dello Champenoise fatto davvero bene. In bocca va atteso qualche anno per farlo rendere ancor meglio, le note di agrume sorprendono e lasciano immaginarne l’evoluzione oggi bilanciata dai 7 g/l. Il Pinot noir si farà ancor più strada.


foto: PB©


Vallée de la Marne

Quando non occorre essere per forza della “Montagna”… E forse (ma dico forse perché non sono passato da proprio tutti e 121 gli espositori) l’area che mi ha colpito di più in positivo


Henri Goutorbe

(importa: Sarzi Amadè)


Brut ‘Blanc de Blanc’ 1er Cru: una malolattica effettuata parzialmente che equilibra il brio e l’espressività di un solitario Chardonnay placato nelle sue espressioni troppo varietali da 48 mesi sui lieviti trascorsi in maniera ineccepibile. La lunghezza è più che soddisfacente, mela fuji e biancospino ritornano con insistenza nei secondi.

Brut ‘Prestige’ 1er Cru: altro ottimo esemplare di una gamma senza vini strepitosi ma tutti sopra l’asticella dell’eccellenza. Ciò vuol dire che Goutorbe pensa a tutto e cura ogni appassionato con altissimo rispetto. Il Pinot noir con il suo 50% rende denso il sorso, le bollicine sono energiche da vino di grande personalità. Il finale di mela è un riconoscimento della mano in vigna e in cantina.

Brut ‘Special Club’ GC 2007: dieci anni sui lieviti per un Grand Cru dall’ampiezza aromatica esemplare. Pan brioche, susina, rosa gialla, camomilla e sfoglia di crema che aprono a prevedibili note tattili morbide. Finale lievemente di erbe essiccate ma ciò che regala nei 7 secondi precedenti merita rispetto assoluto.


foto: PB©


Tarlant

(importa: Teatro del vino)


Zero Brut Nature: la gamma di Tarlant meriterebbe più citazioni ma seleziono e seleziono anche e soprattutto preferibilmente i prodotti di fascia economica cosiddetta “entry-level”. Perché chi vuole un ottimo Champagne senza spendere un patrimonio ha lo stesso diritto di chi non bada a spese. La lunghezza dello Zero Tarlant è didascalica. 72 mesi sui lieviti dalla triade di vitigni classica che offre personalità e piacevole intensità.

Zero Brut Nature Rosé: conferma tutto quanto detto sopra. Solo 6% di Meunier su un vino base per metà Chardonnay e buona parte Noir. Finalmente rosa che ravviva i sapori, che seppur non ampio accende gli aromi di ribes e pompelmo rosa con erbe aromatiche e crosta di pane da 4 anni sui lieviti. E poi, per essere un rosé, è lungo come si deve.

‘La Vigne D’Or’ Blanc de Meuniers 2004: ancora dosage zero, ancora il trait-d’union, ancora un altro piccolo capolavoro che sfida anni e uvaggio. Dodici anni a riposare evolvendosi, 100% Pinot Meunier millesimato che ti donano l’espressività della fragranza lievitata cangiante alla pietra e poi frutta gialla matura su letto di petali. Altamente espressivo anche nella sua lunghezza, non possiamo pure pretendere che abbia maggior acidità anche se lo abbiamo per un attimo sognato.


foto: PB©


Montagne de Reims

L’essenza di un territorio, di uno stile, di un mito… e allora ho preteso


Secondé-Simon

(importa: Premiere)


Grand Cru Cuvée Mélodie Brut: la massima attenzione che Secondé-Simon mette nella vinificazione si ritrova in ogni loro Champagne. Una vinificazione separata in base alla spremitura e non per cuvée. Gamma quasi incentrata sul Pinot Noir che sul Mélodie Grand Cru dà risultati impressionanti se valutato l’obiettivo aziendale. Un 20% di vino di riserva che lo amplia negli aromi, lo rende buonissimo e lo allunga in persistenza oltre ai 36 mesi sui lieviti. 8 g/l di expedition precisi come lo è il Pinot noir in purezza

Grand Cru Cuvée Millesimé 2016: datemi un dosage zero da Pinot noir fatto bene e vi ringrazierò col cuore… Attenzione però! Qui siamo sul 90% Chardonnay e 10% Pinot Noir con 7 g/l di dosaggio. Uno dei vini più buoni assaggiati a Modena considerato tutto. Non manca in niente, ampio ventaglio che miscela la freschezza profumata dello Chardonnay con i 60 mesi di riposo e di virtù aromatica complessa. In bocca è signorile: da Ambonnay pretendo e poi mi inchino con piacere. Acidità non citrina, sviluppo sensoriale progressivo, chiusura sapida e lunga.

Grand Cru Cuvée Le Village Brut 2013: altro Champagne significativo di una delle maison più rappresentative di questo MCE 2021. Nessun Champagne costa poco, intendiamoci; qui andiamo probabilmente vicino ai 150 euro ma li vale tutti. Sicuramente la scelta giusta se una sera decidete di spenderli in aromi variegati e intriganti con una lunghezza di sapori che rimane per minuti. Pinot Noir millesimato che dopo 7 anni sui lieviti riesce davvero a esprimere qualcosa in più.


foto: PB©


Georges Vesselle

(importa: Proposta vini)

Rosé Brut Grand Cru: lampone e amarena in maturazione davvero percettibili che sembrano confettura su fetta ben biscottata. La freschezza potrebbe anche essere maggiore, il dosaggio di 7 g/l risulta piacevole e lo immaginiamo perfetto su crudité di crostacei

Brut Nature Grand Cru Millésime 2013: uno Champagne che vorresti sempre avere a portata. Grandissima, estrema freschezza promettente che sprizza aromi di lime emergenti dal petalo bianco e pietra. 72 mesi sui lieviti si sentono adesso più in bocca che al naso con ottima lunghezza, perlage vivace e ottima sapidità. Non abbiamo dubbi che il 90% pinot noir lo sostenga nel tempo.

Brut Grand Cru Cuvée Juline: 7 anni sui lieviti con tappo a fungo da 3 millesimi dove l’80% di pinot nero viene arrichito con sapienza dallo chardonnay di alta qualità. Bottiglia elegante, Champagne elegantissimo dai profumi di noce, cedro e caramello ravvivati da pera, pasticceria, anice e pietra. Equilibrio gustativo da giovane campione e persistenza fantastica. Poco altro da aggiungere a parole



foto: PB©


Côte de Blancs

Alla ricerca degli Chardonnay espressivi e concreti, aromatici ma che puntano alla sostanza


Hatt et Söner

(importa: Mille bulles)


Les Matines 2017: siamo già sull’eccellenza, forse il vino che di loro mi ha più colpito. La lunghezza non è infinita ma la qualità aromatica e tattile entusiasma. Cedro, erba limoncina e sfumature biscottate sono i tratti olfattivi più rappresentativi su un vino brut nature che sosta 3 anni sui lieviti di tirage. La componente acida è precisa, fresco ma non aggressivo, ne berresti una bottiglia in pochi minuti.

Brut Rosé: vabbè, nel territoire de blanc, forse il nero viene scelto per fare grandi Rosé… Questo è sinceramente buono, evita il solito rischio di trovarsi nel calice il color buccia di cipolla da saignée stancante e lascia esprimere la sua ciliegia con rimandi di rosa, arancia rossa e note derivanti da 48 mesi sui lieviti. Pimpante con buona persistenza e tocco di 10 g/l ben dosato…

Dignitas 2011: 9 anni sui lieviti… 108 mesi fatti sfidare da una base Chardonnay di sicuro estratto. Mia nonna mi raccontava che mangiava pane e mandarini nei giorni di festa oltre 100 anni fa. Dignitas me l’ha fatta teneramente ricordare e poi ha ampliato con papaya, frutta secca, tocco balsamico su ginestra e pot-pourri. La lunghezza non è proprio quella attesa, ma ogni annata su questo fa storia a sé. Sfida vinta per una maison che fa tutto solo con l’acciaio e evita ogni forma di malolattica al proprio vino.


foto: PB©


Pascal Doquet

(importa: Balan)


Horizon Blanc de Blancs: l’espressione semplice dell’uva territoriale in doppia rifermentazione ben fatta. Ananas, maracuja, note gessose che salgono anche in retro-olfatto con perlage davvero piacevole sulla lingua. Lunghezza non memorabile ma bevibilità straordinaria da 5 g/l di dosaggio e 36 mesi s.l.. Prodotto centrato in pieno.

Arpège 1er Cru Blanc de Blancs: scende il dosaggio e sale la qualità o viceversa. Altra espressione di Champagne gustoso, fresco, dal giusto prezzo. Sono 3 annate, dalla 2012 alla 2014, quelle che messe a rifermentare per 3 anni sui lieviti ricordano al naso il pane appena sfornato, la susina “goccia d’oro” appena matura e la maggiorana. Conferma la mano capace del vignaiolo e dell’enologo. Un 1er Cru che in bocca si distende benissimo con buona scia estremamente floreale con sostegno fruttato.

Grand Cru Diapason Blanc de Blancs: il 45% del 100% chardonnay passa in legno e inquadra il nostro spirito critico verso un diverso orientamento. Sempre vino base delle annate ’12-’13-’14 che stavolta sosta per 6 anni sui lieviti dopo la rifermentazione con dosaggio minimo da extra-brut. Sono stili che gli innumerevoli amanti italiani dello Champagne non prediligono e che a me mette severità nel giudizio a priori. Ecco, qui ancora una volta non si appesantisce, non si rendono stucchevoli le note di biscotto, di nocciola, vaniglia, burro fuso e cera d’api. E’ complesso senza stonare e le sensazioni di frutta esotica essiccata, che accompagnano a lungo la bevuta, sono oltremodo piacevoli. Una bella sinfonia.


foto: PB©


Larmandier-Bernier

(importa: Teatro del vino)

Fatemi aggiungere una terza maison all’area Côte de Blancs. Larmandier-Bernier vince il mio personale premio della critica MCE 2021


Longitude Premier Cru Extra Brut: vino di altissima bevibilità, poche infiocchettature e dopo 4 anni sui lieviti uno Champagne gradevolissimo che sa di nocciola, fiori di campo e crostata di limone. Un azienda che lavora in regime biodinamico con grandi risultati e il bello arriva dopo questo buon 4 g/l di piacevolezza solo Chardonnay fra l’ottimo e l’eccellente.


Terre De Vertus Premier Cru Pas Dosé 2015: e qui siamo già oltre l’asticella… Da una particella estremamente vocata, con vigne di 80 anni, dal 1995 questo è un Premier Cru millesimato completo. Frutta bianca, nespola, gelsomino arricchiscono i profumi del pane appena sfornato e della terra. Dosaggio zero assoluto, 4 anni sui lieviti, un risultato eccellente. Sapido e lunghissimo ma non infinito.

Vieille Vigne Du Levant Grand Cru Extra Brut 2012: l’infinito arriva qui e arriva, ricordiamolo, da uno chardonnay in purezza. Un lieu-dit che evidentemente crea una situazione magica per vinificare ma da solo non basta. La mano preziosa dell’uomo in Larmandier-Bernier si svela come un fil rouge sui vari Champagne. Qui gli aromi si snocciolano con grande facilità, c’è di tutto in questa bottiglia che ha custodito il liquido per 8 anni prima di essere sboccata. E’ però il perlage che impressiona con la sua setosità che solletica magicamente e che trascina i sapori davvero per minuti.


foto: PB©


Aube – Côte de Bar

L’eccellenza in Champagne è ovunque, sappiamola scoprire


Gautherot

(importa: Divisione vini)


Carte d’Or: molto buono se valutato orientandosi verso il rapporto qualità/prezzo. Assemblaggio di Pinot noir (75%) e Pinot blanc che si tramuta in intensità floreale bianca e delicata, senza sbavature anche al palato dove la bollicina tocca precisa le papille con 10 g/l di dosaggio. Finale di buona sapidità seppur scappi un po’ prima del voluto. A questo prezzo è comunque difficile trovare uno Champagne così piacevole

Exception: sempre a prevalenza Pinot Noir (65%) sul Pinot Blanc, l’Exception è uno Champagne più severo. 5 anni sui lieviti lo rendono più maturo e donano sfumature marcatamente minerali che arrivano all’idrocarburo senza ovviamente tralasciare un frutto di base e fiori bianchi freschi. In bocca è più espressivo del Carte d’Or, meno ammiccante ma certamente più persistente

Millesimé 2013: 70% Pinot Noir e 30% Chardonnay assemblati e rifermentati con sosta per circa 5 anni. L’ambizione è tanta e si tramuta in note di zagara, crostata di mele e scorza d’arancia arricchite da sensazioni nitide di frutta secca e miele d’acacia. In bocca perde un po’ spinta ma prima di andarsene mostra una struttura tattile di ottima espressività.


foto: PB©


Gallimard Père et Fils

(importa: Wine Broker)


Cuvée Prestige Millésime 2015: Gallimard ci ha convinto soprattutto sui prodotti di fascia superiore. Il Prestige 2015 con i suoi 60 mesi sui lieviti raggiunge il nostro alto gradimento. Lo avrei voluto più sapido anche per bilanciare un finale condizionato fin troppo dai 7 g/l di dosaggio, ma il 35% chardonnay riesce comunque a far emergere la piacevolezza fruttata su un serioso Pinot nero che però, con la sua personalità, lo fa allungare nei sapori

Amphoressence Brut Nature: il nome dice tanto, la sperimentazione in anfora preserva pinot noir e chardonnay (entrambi coprotagonisti alla pari) e senza aggiunta di zucchero, con 4 anni sui lieviti. Risultato davvero eccellente: estremamente fragrante, dinamico al naso e in bocca con bolle precise e delicate. La sensazione floreale e di mentuccia sul finale è signorile.

Rosé Brut: 80% pinot noir, che marca il sorso con densità ma ne non scardina il tratto piacevolissimo. Esordio di erbe officinali e arancia amara che in bocca lasciano più spazio alle note di frutta secca e pane fresco. Verve acida sempre presente con finale succoso dal sapore di ribes. Estremamente fruibile e gioioso con 8 g/l ben inseriti.


foto: PB©

La conferma di quanto lo Champagne sia l’iconico indiscutibile “numero1” l’abbiamo ancora una volta avuta sotto gli occhi a Modena. Adesso tutti si aspettano di non far passare più di dodici mesi per vivere la prossima edizione.

Data e, attenzione, luogo sono in fase di definizione e saranno comunicati nei prossimi mesi.


courtesy: Ufficio stampa Società Excellence

Una certezza rimane: le champagne ne mourra jamais.




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fonte: Uff. stampa Società Excellence e Modena Champagne Experience Fruitecom

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Paolo Bini è giornalista iscritto all’Albo Pubblicisti; si è laureato in Informatica all’Università degli Studi di Firenze, città dove è nato nel 1971. L’amore per la storia, il gusto e la cultura enoica toscana lo portarono, a fine anni ʼ90, a intraprendere percorsi verso la conoscenza del vino. Oggi è sommelier professionista, degustatore ufficiale e relatore per Associazione Italiana Sommelier per cui svolge docenza ai corsi toscani e fuori regione per la formazione dei futuri sommelier AIS. Scrive e collabora per riviste generaliste e di settore, è anche chocolate taster per Compagnia del Cioccolato, assaggiatore e relatore per ANAG, l’associazione italiana vicina al mondo dei distillati. Curatore editoriale per spiritoitaliano.net.