il birraio dell’anno e non solo…


Complimenti a Faenza “birraio dell’anno 2020” ma quanto valgono i vari concorsi internazionali?

SPIRITO LEGGERO


Zoff, Gentile, Cabrini….  Anzi no, Faenza, Valeriani, Recchiuti e… Maradona dove sta?


si legge (più o meno) in: 8 minuti


foto: graphi

Calma, ordine e precisione, che probabilmente qui nessuno ci sta capendo niente.

Diciamo intanto che lo scorso 23 gennaio si è tenuta la premiazione del Birraio dell’anno 2020.


Lanciamo allora la colonna sonora del giorno e partiamo con le spiegazioni. Parleremo di concorsi, di vincitori e vinti, la scelta mi pare quindi scontata e allora, intanto, vai a palla con i Queen e “We are the champions“…



Concorsi e classifiche per tutti i gusti


Concorsi e classifiche: un’invadente presenza in qualsiasi campo ci spostiamo. Lo spirito sportivo è ormai sceso in campo anche nel mondo del vino, della grappa, di qualunque altro distillato e anche ovviamente della birra.

Dal concorso di velleità mondiale, al campionato locale delle birre di paese è tutta una corsa (a ostacoli) per cercare di trovare il vero vincitore, il prodotto migliore, quello che si differenzia dagli altri.


foto: Paul Brennan

E subito dopo, a cascata, è tutta una corsa a commentare, nel bene e nel male, qualunque risultato. Perché sia mai che ci troviamo tutti d’accordo (d’altronde ancora oggi non si è capito chi era il migliore tra Maradona e Pelè)!


Ogni concorso lascia infatti spesso dietro di se tutta una serie di domande:

  • Ma chi erano i partecipanti?
  • Ma chi erano i giudici?
  • Ma quale è il criterio di valutazione?
  • Quale è lo scopo di questo concorso?

… e così via.


Partiamo dalla precisazione che, normalmente, sono i produttori che scelgono di partecipare ai concorsi e difficilmente si partecipa per puro “spirito sportivo”.

Un bel “loghetto” sulla bottiglia a evidenziare la vittoria, o anche un semplice articolo su una rivista del settore può servire a far ripartire o a confermare le vendite (tanto più che normalmente i vincitori vengono evidenziati a titoli cubitali mentre gli “sconfitti” non vengono citati e quindi, mal che vada, si evitano le brutte figure).



Medaglia che vale oppure no?


E poi, più bello è il nome del concorso più aumenta l’hype sul prodotto, tanto più che le discussioni di cui sopra le fanno di solito i presunti (o veri) esperti.

Il bevitore occasionale si lascia invece facilmente condizionare da titoli e stemmini e l’ostentazione di ogni vittoria diventa automaticamente simbolo di presunta qualità.


Ma cosa è che rende un concorso più o meno significativo di un altro? Perché partecipare da una parte e non dall’altra?


foto: praglady

Qui la risposta, lo immaginerete, si basa molto sulle politiche aziendali. Sicuramente possono già fare la differenza la storia, la notorietà del concorso come il nome e la fama dei giudici.


I riconoscimenti e la valenza si conquistano d’altronde nel tempo e con grande costanza.

Non per il semplice fatto che un concorso sia europeo piuttosto che mondiale deve per forza voler dire migliore.



Lui è meglio di me?


Anche la tipologia dei partecipanti è significativa: sappiamo esistere una bella linea di separazione tra birre industriali e artigianali ed è quindi complicato averle in gara insieme, perché sappiamo trattarsi di 2 tipologie poco confrontabili tra loro proprio per come nascono (e ne avevamo già parlato).


Fondamentale poi è il criterio di giudizio. Normalmente le birre sono suddivise in base al loro stile (ne esistono formalizzati in apposite guide varie decine) e per avere una buona valutazione oltre alla bontà del prodotto è fondamentale la rispondenza alla tipologia.

Non sapremo mai allora quale concorso sia veramente superiore, ma detto questo resta il fatto che è sempre un bello stimolo mettersi a confronto con i colleghi e verificare l’andamento della propria produzione.


foto: klimkin

Giungiamo allora al punto nevralgico, alla domanda che sorge spontanea: quali sono questi benedetti concorsi? Qual è il migliore? Perché questo sì e l’altro no?

Lo ribadisco, non esiste un concorso migliore, più bello. Esistono semplicemente concorsi che nel bene e nel male durante il tempo si sono affermati più di altri.


I concorsi più noti


Visto il numero di contest diffusi a livello internazionale potremmo arrivare anche pensare di fare un concorso sui concorsi ma… lasciamo perdere e facciamo giusto qualche citazione, per inquadrare meglio il campo.


Andiamo semplicemente a vederne alcuni, giusto quelli più mediaticamente esposti, senza classifiche di merito. Fra i significativi a livello mondiale possiamo ricordare:


  • World Beer Cup (link), che si svolge normalmente ogni 2 anni in America. Di notevole importanza (qualcuno anche arrischia che sia IL più importante ma discutiamone…) anche se forse con troppi vincitori americani rispetto al resto del mondo (ma non dimentichiamo che la rappresentanza dei partecipanti incide sul risultato e qui quella americana è sicuramente preponderante).
    Se non altro è uno di quelli per cui i papabili come giudici sbavano per essere chiamati.

  • World Beer Awards (link), tanto pubblicizzato quanto discusso per i suoi troppi interessi commerciali e su cui si sprecano quindi i commenti e le critiche.


  • In Europa possiamo ricordare European Beer Star (link) e Brussels Beer Challenge (link), il primo in Germania e il secondo in Belgio, la qualità spesso c’è, sono sicuramente significativi, ma anche qui talvolta con troppa promiscuità tra industria e artigianalità.
    Il bevitore occasionale si fa facilmente abbagliare dai lustrini delle medaglie mentre il nerd che vede qualche birra troppo “commerciale” ai primi posti si pone giuste domande ma in ogni caso, come sempre, gli assenti hanno sempre torto.

foto: KHJ MCI


Ma ci siamo anche noi…


E in Italia? Se già eravamo in campo minato con le nomination precedenti qui dobbiamo stare ancora più attenti a non suscitare discussioni, quindi ci limiteremo ai 2 (forse) più significativi, per vari motivi.


Partiamo allora da Birra dell’anno (link), promosso da Unionbirrai (associazione italiana di riferimento per i birrifici artigianali).


Qui partecipa effettivamente il non plus ultra dei nostri produttori artigianali e anche la giuria è sicuramente competente. C’è come sempre una grande frammentazione delle tipologie in gara (con conseguente  moltiplicazione dei riconoscimenti). I non addetti al settore potrebbero non comprendere come birre apparentemente simili combattono per titoli diversi, ma è sicuramente un metro di confronto significativo e valido per le singole birre.


E concludiamo invece, come in un magico cerchio, tornando sui nostri passi iniziali e passando una buona volta al concorso Birraio dell’anno (link) che appunto ha appena avuto le sue proclamazioni sabato 23 gennaio.


Siamo qui difronte a un format diverso, dove non ci sono richieste di partecipazione ma una folta schiera di esperti del settore analizza tutto il panorama italiano dell’anno appena trascorso cercando non il singolo prodotto ma il produttore, o meglio il mastro birraio che più si è distinto.


rappresentanza dei 20 finalisti al concorso “Il birraio dell’anno”

Quello che è riuscito a ottenere i prodotti migliori nel complesso, che ha mantenuto costante la sua qualità non per un breve periodo o su una singola birra.


Insomma, come è consuetudine dire, qui si assegna quello che in gergo calcistico è il “Pallone d’oro” dell’anno e, come nel calcio si discute sul top player (Maradona o Pelé? Cristiano o Lionel?), anche qui partono le aspre discussioni sui risultati finali con tutti che sempre riconoscono ufficialmente la bontà dei risultati precisando però che “il Tizio là manca, Caio doveva stare più in alto, Sempronio più sotto e così via…”).


arriviamo al “birraio”


Viene presa in considerazione la varietà dei prodotti, la capacità di innovazione, la facilità di distribuzione nel territorio nel corso dell’intera annata.

Si cerca insomma di premiare il personaggio che più si è distinto, che più si è lasciato bere bene, quello che più ha lasciato la sua impronta.



Verificando infatti i vari prodotti di una azienda non si può non riconoscere la linea dettata dal birraio, dal creatore di tutte queste magie (o semplice “bibitine”).

Quest’anno è stata poi particolarmente dura la scelta, per gli ormai ovvi noti motivi. E’ stato un anno difficile per far girare e conoscere i propri prodotti.


I vari locali e pub semichiusi hanno complicato la vita a tutti, i canali distributivi hanno fatto fatica a girare e la crisi si è fatta sentire a tutti i livelli. E’ stato quindi complicato avere una visione completa del panorama birrario, come al solito molte piccole realtà non hanno avuto la possibilità di riuscire a farsi notare, come al solito tanti criticano la presenza di troppi “soliti noti”, ma come abbiamo detto e ridetto anche questo non è certo il concorso perfetto.


foto: Jenny Johansson

Ci piace però perché al di là dei gusti e delle preferenze, permette di mettere in mostra tutta una serie di nomi, più o meno famosi, di grandi etichette, lasciando poi spazio alle successive interpretazioni dei singoli per quanto riguarda poi le singole birre. Ecco perché è un “buon” concorso, o perlomeno diverso.


Noi vogliamo evitare di schierarci, in quanto è certo che tutti i 20 finalisti sono degni di menzione (e anche tutti quelli rimasti fuori da questa lista finale).


Ci sbilanciamo a dire che ogni birra di ognuno di loro ha il suo perché, e ci limitiamo quindi solo a fornire la classifica, per mero onore di cronaca, perché alla fine il vero vincitore in questo caso è la birra artigianale italiana tutta.


L’unico rimpianto è dovuto al fatto che quest’anno non abbiamo potuto assistere come ogni anno alla premiazione in diretta a Firenze, nell’ambito del consueto weekend di incontri e bevute assieme a tutti i partecipanti nella splendida cornice del teatro Tuscany Hall.

Un momento di festa, confusione e condivisione che avuto luogo purtroppo solo in modalità virtuale.


una delle premiazioni de “Il birraio dell’anno

  1. Giovanni Faenza del birrificio Ritual Lab di Formello (RM)
  2. Marco Valeriani del birrificio Alder di Seregno (MB)
  3. Luigi Recchiuti del birrificio Opperbacco di Notaresco (TE)
  4. Pietro Fontana e Matteo Bonfanti del birrificio Birra del Carrobiolo di Monza (MB)
  5. Mauro Salaorni del birrificio Birra Mastino di San Martino Buon Albergo (VR)
  6. Marco Raffaeli del birrificio Mukkeller di Porto Sant’Elpidio (FM)
  7. Josif Vezzoli del birrificio Birra Elvo di Graglia (BI)
  8. Matteo Pomposini e Cecilia Scisciani del birrificio MC77 di Serrapetrona (MC)
  9. Samuele Cesaroni della Brasseria della Fonte di Pienza (SI)
  10. Luciano Landolfi del birrificio Eastside di Latina


  1. Conor Gallagher Deeks del birrificio Hilltop di Bassano Romano (VT)
  2. Emanuele Longo del Birrificio Lariano di Dolzago (LC)
  3. Pietro Di Pilato del birrificio Brewfist di Codogno (LO)
  4. Luigi D’Amelio del birrificio Extraomnes di Marnate (VA)
  5. Nicola Perra del birrificio Barley di Maracalagonis (CA)
  6. Agostino Arioli del Birrificio Italiano di Limido Comasco (CO)
  7. Gino Perissutti del birrificio Foglie d’Erba di Forni di Sopra (UD)
  8. Enrico Ciani del birrificio Birra dell’Eremo di Assisi (PG)
  9. Fabio Brocca del Birrificio Lambrate di Milano
  10. Lorenzo Guarino del birrificio Rurale di Desio (MB)

Questo l’esito, inconfutabile e oggettivo, però, alla fin fine e senza nulla togliere agli altri lasciatemi aggiungere almeno due paroline sul vincitore 2020.


Ritual finish…


Ritual Lab (link) è uno splendido birrificio ubicato proprio nel bel mezzo della nostra Italia a Formello, vicino Roma, dove il lavoro è guidato dal suo deus ex machina Giovanni Faenza.


Come nel calcio è sempre la squadra che vince (e in questo caso tutto il team che suda per produrre birre sempre migliori) ma c’è sempre anche il capocannoniere, il bomber, colui che conduce alla vittoria.

E in questo caso non si tratta di una vittoria nata per caso, perché Giovanni (e Ritual Lab) hanno già vinto nel 2017 il titolo di birraio emergente e nel 2018 ottenuto il secondo posto tra i big.


La loro produzione spazia tra tutti gli stili, con eclettismo e competenza, ma, come avviene sempre in questi casi, tra i tanti goal (pardon birre) dobbiamo recuperare gli highlight con il goal dell’anno (una birra in questo caso).


Andiamo allora sul pesante parlando della Papanero. Non una birra normale, ma un progetto nato in collaborazione nientemeno che con quelli da sempre riferimento del mondo della birra artigianale, gli americani.

Nella fattispecie questa birra è stata prodotta insieme al birrificio statunitense Voodoo Brewery e da una collaborazione importante non poteva che nascere una birra importante.



Importante per la qualità e quantità di materie prime che non sono confluite in una semplice Stout (il famoso stile “scuro” di impostazione anglosassone) ma in quella che viene definita una Imperial Stout, come va di modo oltre oceano, per l’aumento della corposità, del profilo aromatico e soprattutto della gradazione (parliamo di 13,5 gradi alcolici, una vera bomba).


Bomba che però risulta armoniosamente compatta, né troppo dolce né troppo amara, né troppo leggera né troppo pesante e dove l’alcolicità non si fa notare per niente, anzi forse anche troppo poco eccessiva in tutto rispetto alle aspettative.


Non un prodotto da scolarsi la bottiglia ma da assaporare in piccole dosi, guardandosi magari le immagini delle premiazioni del concorso.






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foto: Mauro Bonutti
riproduzione riservata ©




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Mauro Bonutti, nasce a nordest in provincia di Gorizia, proprio sui confini della guerra fredda, nei favolosi anni ’60 e si laurea nei mitici anni ’80 in Scienze dell’Informazione quando nessuno sapeva cosa fosse un PC. Si forma come affinatore di Grappe aromatizzate di ogni tipo prima di rimanere folgorato sulla via del Belgio e delle sue birre. Da vero cultore dell’informazione (purché sia fermentata o distillata), è purtroppo costretto a lavorare in ufficio per mantenersi tutti i master su ogni prodotto alcolico non sapendo più dove sistemare i vari libri sulla materia. Il vero impegno attuale è nell’ANAG tra assaggi, docenze e giurie varie, ma il primo vero amore non si scorda mai: la Birra!