ibridi: per un futuro di mutamenti


Il cambiamento climatico accelera negli USA l’utilizzo di ibridi e il recupero di uve autoctone più resistenti alle avversità. Quale futuro per la viticoltura europea?


Si dibatte da tempo sul cambiamento climatico e l’innalzamento medio delle temperature che condiziona non solo la viticoltura italiana ma anche quella europea e internazionale


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Difficoltà di gestione delle uve in territori di grande tradizione e nuovi scenari che si aprono in luoghi dove fino a pochi anni fa i vigneti erano fuori da ogni contesto.


Vi diamo oggi un importante spunto di riflessione prendendo a riferimento il davvero bell’articolo di Wine Enthusiast Magazine.


foto: ELG21

Tema: il cambiamento climatico. Habitat: gli Stati Uniti (ma sovrapponibile anche da noi). Ipotesi: utilizzo di vitigni ibridi (e qui ci sarebbero “se e ma” del caso).


Lasciamo stare eventuali dubbi di applicabilità al nostro Paese, il fenomeno è oggettivo e la discussione è interessantissima.


WE Magazine attraverso le parole di Jahdé Marley fa subito riferimento al National Weather Service: degli ultimi 120 anni, quello più caldo negli Stati Uniti è stato il 2016, seguito dal 2020. Il decennio più caldo di sempre.


foto: Max Goessler

Parliamo così di USA ma per un concetto applicabile altrove, ora e domani, in qualsiasi angolo di Italia perché al di là del concetto (e preconcetto) che alcune zone siano più calde di altre, sapete benissimo che basta veramente poco per trovare un micro-habitat ideale in ogni areale.


Luoghi che, per condizioni climatiche, sono stati per decenni un riferimento di eccellenza vinicola, oggi impensieriscono agronomi ed enologi alla ricerca del giusto compromesso legato anche al gusto dei tempi.


Negli States sono all'”ordine dell’annosiccità, umidità e incendi. In California si ambiva a un’annata 2021 di riscatto dopo una 2020 di caldo estremo e poca acidità nei tini ma così non è stato. Nel nord-est, addirittura, un costante aumento della temperatura ha portato a umidità e aumento di episodi di malattia delle piante.



Comunque la si giri, con il mutare del clima la Vitis vinifera evidenzia le sue fragilità e mutano i confini geografici della viticoltura.


Alcuni coltivatori americani (e possiamo potenzialmente aggiungerne altri nell’UE dopo l’approvazione), stanno cercando di fare ibridazione sui vitigni e sui i loro “genitori selvatici” per proteggere il raccolto futuro ma al tempo stesso salvaguardare la tradizione, il terroir, e l’ambiente stesso con pratiche biologiche e sostenibili.


foto: Sindi Short

WE Mag ha riportato le parole di Timothy Martinson, Senior extension associate per il programma di viticoltura ed enologia presso la Cornell University nonché coordinatore di VitisGen2, progetto che coinvolge anche le istituzioni.


Martinson si occupa anche di identificare i marcatori genetici per la selezione assistita da parentela per le uve ibride e ha ben chiaro su quali siano gli effetti più dannosi e immediati del cambiamento climatico: “variazioni delle precipitazioni, aumento della temperatura e conseguente incremento delle malattie”.


«La combinazione di umidità concentrata e temperature più elevate fa marcire le piante a fine stagione. Notti più calde durante la fase di maturazione cambiano il carattere del frutto e favoriscono la comparsa di oidio, peronospora, phomopsis, botritys e marciumi della frutta».



Difficilmente si può combattere in vigna contro il clima, così come è impensabile combattere oggi le malattie con fungicidi ed erbicidi. Chiaro che serva pensare ad altre strade per affrontare queste condizioni.


Afferma Martinson: «Tutte le principali varietà europee non si sono evolute con l’oidio, la peronospora o altri agenti patogeni. Al contrario, ci sono circa 10-15 specie native degli Stati Uniti, uve che hanno saputo sviluppare resistenza ad alcune malattie».


foto: KlickBlick

E le piante con questo tipo di resistenza offrono un ulteriore vantaggio: le pratiche biologiche che non stressano il terreno, l’agricoltura “no-till“, e le “colture di copertura” che sanno limitare le emissioni di carbonio del vigneto, diventano più facili da impartire quando le viti trovano l’habitat più naturale e necessitano un minor intervento nel terreno.


Matt Niess, proprietario e enologo di North American Press, sposa pienamente questa filosofia coltivando uve ibride e autoctone in tutta la California: «Ho cercato una via per seguire questa idea di coltivare piante coevolute partendo da un vecchio vigneto di Baco Noir. Queste uve fanno grande vino e non c’è bisogno di “spruzzare”. Ho capito che non devo stare qui ogni settimana per seguire queste viti e posso usare meno sostanze chimiche».



E mentre persone come Martinson e istituzioni come Cornell University, University of Minnesota e University of California Davis, lavorano per la creazione di nuovi ibridi per mitigare gli effetti del cambiamento climatico nel vigneto, altri sono ispirati dalle uve che hanno saputo sopravvivere da sole.


foto: Brigipix

Chris Renfro è il fondatore del 280 Project a San Francisco e sta concentrandosi sul portare la diversità nel settore vitivinicolo attraverso l’educazione della comunità, l’agricoltura urbana, e la cura dei vecchi vigneti: «Che dire di ciò che esiste e sopravvive? È strano come i vigneti siano così puliti a differenza delle nostre inquinate aree boschive e [loro] spazzatura. C’è qualcosa qui che già prospera ed è prezioso, perché non apprezzare le viti autoctone e native?».



E sono tante le voci raccolte da WEM degli winemaker che stanno andando a recuperare uve della tradizione americana.


Camila Carrillo (La Garagista) che con La Montañuela si concentra sulla produzione di vini ossidati da uve appassite: «Devo iniziare a pensare a come avere una carriera vitivinicola a lungo termine, devo stare molto attenta a quello che pianto». Nel suo Vermont, l’uva Marquette (nipote del Pinot noir) fatica nelle stagioni particolarmente umide come quelle ultime. Molto meglio la Brianna e la promettentissima Petite Pearl.


Ancora Niess: «Dove sta il problema se hai piantato ibridi autoctoni californiani che hanno già la tolleranza alla siccità? Anzi, la storia ci dice che queste sono le nostre varietà e in un settore fissato sul terroir e la sostenibilità, vitigni che si sono evoluti con la terra e ibridi sulle proprie radici sono una risorsa importantissima».


Niess cita poi una serie di uve che potrebbero rappresentare la California del futuro: Brilliant, Catawba, Herbemont, Traminette, Villard Blanc, La Crosse e Nitodal



Nel Midwest preoccupa di più la resistenza alla muffa, lo dice anche Erin Rasmussen, fondatrice di American Wine Project cresciuta nel Wisconsin: «Abbiamo molta acqua, troppa acqua che porta alla muffa. Abbiamo subito fenomeni di tempesta più intensi rispetto al passato e stagioni assolutamente imprevedibili. L’ultimo anno siamo stati anche colpiti dal gelo nel Memorial Day durante la fioritura (31 maggio [ndr])».


Erin ha una particolare predilezione per il vitigno King of the North, il St. Pepin e il La Crescent: «Sono entusiasta di queste vecchie uve dimenticate come anche la Maréchal Foch e altri vecchi ibridi».


Chiudiamo ancora con il concetto perentorio di Chris Renfro: «Mi sento come se volessi prendermi cura della terra come se fosse qualcosa a cui appartengo, come se fossi io la terra, come dice George Washington Carver. Tutto intorno a noi è connesso e ci parla, dobbiamo ascoltare la nostra vigna. Terroir per me è il mondo in cui viviamo, il giorno dopo il giorno, così come è la stagione, così com’è la vita».


foto: JPlenio

Tante voci di agronomi, enologi e produttori accomunati dalla preoccupazione ma soprattutto da una tendenza che inevitabilmente coinvolgerà a brevissimo il vino “Made in USA” e probabilmente lo renderà appetibilissimo anche dagli appassionati europei: il recupero del proprio patrimonio antico.


Certo, se pensiamo al nostro antico, a Plinio il Vecchio, al Falernum, l’Albanum o l’Heunisch… ci viene un po’ da sorridere ma sono due le cose che contano alla fine di questo articolo:

  • negli USA sta nascendo un movimento che potrebbe cambiare il concetto di fare vino di tante medio-piccole realtà
  • le mutazioni climatiche costringeranno anche da noi alla ricerca di nuovi cloni, più adattabili e in competizione con quelle uve che saranno coltivate a nuove latitudini



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fonte: Wine Enthusiast

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