dietro il calice di rembrandt (2^ parte)

Ma cosa c’era veramente nel calice di Rembrandt? L’esteriore scintillio che cela le ombre dell’intimo. Un mistero svelato

SPIRITO NELL’ARTE


Torna con noi “Spirito dell’Arte” di Roberto Manescalchi che sempre incuriosisce e ci fa capire, oltre il calice, di quanto sia forte e imprescindibile il legame naturale fra alcol e arte visiva, fra sacro e profano, fra religioso e sacrilego, fra meravigliosamente bello e indiscutibilmente buono.


si legge (più o meno) in: 7 minuti


Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte del lavoro di Manescalchi su Rembrandt, e cerchiamo di capire meglio di quanto quel calice nel celebre dipinto “L’allegra coppia” contenga molto più di una semplice e imprecisata bevanda.


Un flute rappresentativo del sottile limite fra godimento e sofferenza, fra sobrietà ed ebbrezza, fra gioia e maliconia legati da un invisibile ma comprensibile trait-d’union che trasforma l’uomo in artista: il genio.


Vissuto nel XVII° secolo, Rembrandt è considerato uno dei più grandi incisori e pittori europei di sempre. Riferimento culturale assoluto dell’epoca fiorente dei Paesi Bassi, Rembrandt seppe regalare al mondo opere di indubbio valore emozionale e seppe regalarsi (per quanto la fortuna gli concesse) svago e piacere così come concepiti all’epoca.


Con “Spirito nell’arte” continuiamo a solleticare il nostro intimo come carezza che soltanto gli animi gentili sanno percepire e con cultura esclusiva che sa alimentare la sete degli eletti. Buona lettura.


[ndr]


Viaggio nel calice di Rembrandt, 2^ parte:

Cosa c’era veramente nel calice di Rembrandt?
Amore, sofferenza, esteriore scintillio che cela le ombre dell’intimo. Un mistero svelato


Abbiamo iniziato (leggi 1^ parte) la nostra intrigante e giammai dissacrante indagine con quest’opera altamente rappresentativa.


L’Allegra coppia, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Gemäldegalerie Alte Meister Dresden (PD)

Un lunghissimo flute in mano all’artista che ci apre un mondo di riflessioni. Certo, la prima domanda sovviene di getto: che possibile intruglio nel calice di Rembrandt?


Non prendetevela troppo con me se, pur condividendo l’amore per l’ottima bevanda alcolica che sollazza, trovi molto più pregnante e stuzzicante raccontarvi del perché uno dei più grandi incisori e pittori europei di sempre la abbia identificata come uno dei piaceri più lieti e trasgressivi.



Precisiamo che l’alcol non lo condizionò mai eccessivamente ma fu un piacere che insieme ad altri svaghi incisero sulla sua vena artistica e mossero mente e mano nelle sue opere di artista adulto.


Di umili origini, figlio di mugnaio e madre morigerata di sanissimi principi, Rembrandt non volle percorrere la naturale strada del duro lavoro al mulino senza ispirazione alcuna.


Ritratto di Harmen Gerritsz van Rijn, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Ashmolean Museum – Oxford (PD)

Iscritto all’autorevole Scuola latina di Leida, Rembrandt poté seguire il miglior corso di studi della più colta città d’Olanda ricevendo quell’educazione raffinata propedeutica a illustri professioni istituzionali.


Il padre e la madre, calvinisti devoti e praticanti, sognavano un pubblico funzionario in famiglia quando, al compimento del quattordicesimo anno, lo iscrissero poi all’Università (studente di letteratura).


Vecchia donna che prega, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, XVII sec, Residenzgalerie Salzburg (PD)

Ma l’Erasmo che i suoi vecchi non conoscevano, probabilmente faceva invece già parte delle sue letture e, a più di cent’anni dalla prima edizione, ci piace credere che a Rembrandt sia capitata per le mani l’edizione dell'”Elogio della follia” con le incisioni di Hans Holbein.


a sinistra: Illustrazione di Hans Holbein, dall’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, Milano, G. Daelli e Comp. Editori, 1863 (PD)
a destra: Incisione di Hans Holbein a corredo dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Coll. Roberto Manescalchi

Fu così che alla scuola latina Rembrandt non si limitò solo a leggere Bibbia e vite di Santi, a conoscere Omero, Virgilio, Orazio, Plutarco, Tacito e Ovidio ma entrò in pure contatto con una cultura che il padre e la madre ignoravano e che avrebbero preferito che non apprendesse.


La riflessione interiore, le intime interpretazioni delle più profonde perversioni dell’anima ma innanzitutto la consapevolezza del suo estro, spinsero il giovane Rembrandt a lasciare gli studi per andare a bottega dal pittore Jacob Isaacz von Swanenburg.


La grande delusione dei genitori e l’amarezza della madre Neeltje non lo influenzarono certamente e si allontanò dai quei valori di morigeratezza e del lavoro duro senza ispirazione che lo avevano accompagnato nell’infanzia.


Un predestinato che però scelse la strada meno auspicata: né mugnaio, né funzionario ma genio illuminato che seppe riportare su tavola e su foglio la contrapposizione fra il lecito e l’ispirante con intimo trasporto e un po’ di quel malcostume così orripilante per Neeltje, la madre educatrice che iniziò a puntare sul figlio il suo indice inquisitore.


Grafica European Center of Fine Arts ©

Fato, casualità o circostanza, un’altra cosa che i genitori di Rembrandt probabilmente non sapevano quando si accinsero ad avviare la loro impresa, era che venticinque anni prima Pieter Bruegel il Vecchio aveva posto un mulino a vento in cima alla rupe dell’andata al Calvario.


Sarà pure un caso che un mulino sia proprio nel punto ove il cielo è più chiaro… lo stesso luogo deputato alla celebrazione della nefandezza più grande!


Salita al Calvario (part), Pieter Bruegel il Vecchio, Kunsthistorisches Museum Wien, Bilddatenbank. (PDM)

Nel 1630 morì, anche di fatica, il padre. Il figlio ne eseguì due ritratti superbi: uno frontale (tecnica mista di matita, sanguigna e acquerello); l’altro (un’acquaforte, tecniche miste di incisione) ritratto di profilo volto a destra.


Nello stesso anno di Rembrandt annotiamo: autoritratto con bocca aperta, autoritratto con espressione accigliata, autoritratto con espressione ridente, autoritratto con berretto ed occhi sgranati.


dalla collezione Grafica European Center of Fine Arts ©

La vecchia madre, che continuava a non capire, non si esimé certo dal continuare a puntare l’indice su quel figlio che scoprì anche narciso e non solo.


Gli affari del giovane andavano piuttosto bene, sia chiaro, ma era incomprensibile la spesa per acquistare quelle stampe con tutte quelle fornicazioni di divinità pagane e simili provenienti addirittura dall’Italia.

Quelle immagini (la celeberrima serie delle posizioni “I modi” realizzata da Marcantonio Raimondi) erano già state messe al bando dal Papa ma continuavano a circolare in forma di xilografie corredate dai sonetti osceni di tale Pietro Aretino.


collezione Grafica European Center of Fine Arts ©

E poi ancora tutti quegli oggetti d’arte, tutte quelle cianfrusaglie perfettamente inutili con cui suo figlio soleva agghindarsi a preludio al piacere sottile del ritrarsi (anche con costumi orientali)… Ma perché sperperare il denaro frutto del suo talento? L’indice continuava ad essere puntato!


Autoritratto in costumi orientali, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, 1631 ca, Musée des Beaux-arts de la Ville de Paris (PD)

E poi altre nuove apparenti nefandezze all’occhio purtitano della sua genitrice: Diana al bagno? La stessa modella seduta nuda su un rialzo del terreno?


collezione Grafica European Center of Fine Arts ©

La donna china con i seni scoperti e le vesti alzate che orina e defeca… quelli del Nostro potrebbero essere i primi esempi di pittura oscena della storia dell’arte? E magari forse sotto l’effetto di ebbrezza da alcol? No, non scherziamo, qui ci sono ben altre influenze!


collezione Grafica European Center of Fine Arts ©

I greci classici ci hanno infatti abituato a ben altro. E’ che semplicemente Rembrandt aveva studiato e chi studia a volte è imprevedibile.


Grafica European Center of Fine Arts©

Continuiamo a sostenere semplicemente che la povera Neeltje tutto questo non poteva saperlo… mentre restava il fatto che lei nuda forse non si era mostrata mai neppure al povero Harmen e l’indice non poteva che continuare ad essere puntato.

E invece il figlio proseguiva sulla strada del genio, dell’ispirazione dettata dal godimento arrivando così anche al matrimonio.



Ma noi immaginiamo i quotidiani ammonimenti materni e le dicerie di strada: «Rembrandt si sposa? Saskia è bella ha la pelle liscia non ha difetti alla bocca e tiene i capelli sciolti… sembra la Maddalena! Sembra una puttana!», «Rembrandt? Rembrandt pensa solo al piacere!»


Quel figlio… «non si vergognerà un poco di mostrarsi al mondo, con la “sua puttana” in grembo, come nelle vesti del figliol prodigo in taverna che dilapida il patrimonio nel bere e con donne di malaffare



Secondo alcuni critici la tela in cui si ritrae con la moglie nella taverna è del 1639 e rimanderebbe ad un soggetto religioso: la scena tratta dal Vangelo (il figliol prodigo che sperpera i denari del padre) diventa qui pretesto per celebrare la pienezza della vita e dell’amore che i due consumarono in quegli anni.


La sfortuna e le disgrazie pesarono però duramente sul loro gaudio a due: nel 1635 a Rembandt morì il primo figlio Rombertus di appena due mesi; nel 1638 lo stesso destino accadde alla seconda figlia Cornelia di appena un mese e nel 1640 la terza figlia, di nuovo chiamata Cornelia, sopravvisse solo qualche settimana.


Questi eventi luttuosi, associati al modo di vivere del figlio, non possono non aver devastato l’immaginario della vecchia Neeltje – maledizione? segno del meritato castigo divino? – inciso profondamente nei rapporti tra i due e lasciato segni indelebili nell’anima del Nostro.


Madre (studio di Rembrandt), Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, 1628 ca, The Leiden Collection (PD)

Nell’anno 1640, probabilmente, morì anche la madre di Rembrandt che, forse, non resse proprio all’ultima disgrazia capitata in famiglia.


Morì la vecchia madre che forse riuscì a perdonare il suo incomprensibile figlio ma per lui, quel dito puntato sulle sue miserie e quello sguardo severo di lei diritto negli occhi saranno, per tutta la vita, come una sorta di particolarissimo viatico.


Ritratto di Saskia, Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, 1633, Gemäldegalerie Alte Meister (PD)

Anche l’amore terreno della coppia fu purtroppo destinato davvero a spegnersi in breve tempo: Saskia, infatti, morì nel 1642 probabilmente di tubercolosi.

I disegni dell’artista che la ritraggono malata sul letto di morte sono senz’altro tra le sue opere più commoventi.


In vino veritas” dicevano i latini e quindi nel vino è la verità e anche in Orazio e nella sua “Ars poetica” dove scrisse che i re “torturano con il vino colui che essi non sanno se sia degno di amicizia”


Ratskeller Ilmenau – foto: Giorno2 (CC BY-SA 4.0)

Rembrandt ovviamente conosceva Orazio ma è pur vero che nella sua disponibilità mentale aveva certamente anche gli “Adagia” di Erasmo da Rotterdam e sapeva perfettamente che “non sempre la verità si contrappone alla menzogna”.


E quindi siamo tutti d’accordo (io con voi e tutti noi con Erasmo) sul fatto che un’ubriachezza sfrenata può falsificare la corretta visione della realtà mentre una moderata ebbrezzaelimina la simulazione e l’ipocrisia”.


Nessuno può sapere quanto potesse essere ebbro Rembrandt, ma di certo (vedi sotto) la radiografia a sinistra del dipinto che ci ha ispirato fin dall’inizio mostra il ritratto di sua madre che probabilmente lo giudica per la sua condotta


proprietà: Grafica European Center of Fine Arts©

E certamente la visione fu occultata (almeno parzialmente) da un Rembrandt che, forse da sobrio, portò a compimento il dipinto come compare (vedi sopra) a destra a colori.



Nel 1638, Rembrandt fu realmente accusato, dai familiari della moglie Saskia, di sperperare il patrimonio di famiglia.


E quel calice, quel flute per cui ci siamo chiesti fin dall’inizio che tipo di bevanda “intruglio” potesse contenere”, raccoglie in realtà un ben più ampio concentrato di sentimenti, che dall’esteriorità visiva scintillante si uniscono alle ombre più intime dell’animo di questo grandissimo artista.





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Spirito libertario e anticonformista, Roberto Manescalchi è Storico dell’arte e studioso anomalo che pratica “l’eresia” con estrema costanza e disinvoltura. Insofferente verso l’umana stupidità, esplicita una raffinata e profonda irriverenza contro ogni ingessatura burocratica e qualsivoglia “ordine” o giudizio precostituito. Le sue innovative metodiche di indagine hanno scritto “pagine nuove” nella storia dell’arte e dell’architettura. Sicuro che due più due faccia sempre e comunque quattro è tuttavia particolarmente attento a ciò che è sopravvivenza, inquietudine, irrazionale, magico e fiabesco e sostiene infaticabilmente la ricerca di storia comparata delle idee che ha in Aby Warburg il suo modello ideale. Il suo lavoro su: robertomanescalchi.com